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Quale guerra stanno combattendo USA e Iran?

Tra il dicembre 2019 e l’inizio di gennaio 2020 la tensione nelle relazioni tra Iran e USA ha raggiunto il culmine: i due Stati erano sulla soglia di un conflitto di grandi dimensioni.

L’escalation degli attriti bilaterali era iniziata a maggio dello scorso anno, quando Teheran, dopo aver atteso pazientemente un anno intero la risoluzione della disputa sull’accordo nucleare (Piano d’azione congiunto globale – PACG) e soprattutto che si allentasse il giogo delle sanzioni americane dopo l’uscita degli USA dall’accordo stesso nel maggio 2018 e la loro introduzione di pesanti sanzioni, ha infine perso la speranza e ha deciso di agire in modo determinato.

Ciò ha significato una dura “guerra delle petroliere” nel Golfo Persico, l’abbattimento di un drone americano da parte del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica(IRGC), l’attacco missilistico contro impianti petroliferi dell’Arabia Saudita, gli attacchi informatici contro gli Stati Uniti da parte di hacker iraniani.

La tensione ha iniziato a montare: il presidente americano Donald Trump sembrava sul punto di scagliare un attacco contro postazioni iraniane. Come nel caso del drone, Trump aveva fin dall’inizio autorizzato a colpire obiettivi iraniani tipo radar o batterie di missili. L’operazione era praticamente cominciata, ma ecco che viene improvvisamente sospesa; gli aerei erano già saliti in quota e le navi si erano messe in posizione, ma quando nemmeno un missile era stato ancora lanciato, arriva il messaggio di annullamento dell’ordine del comandante in capo, il presidente Trump. 

La successiva fase di contrapposizione tra Iran e USA si è abbattuta sul Medio Oriente alla fine di dicembre. Tutto era cominciato il 27 dicembre col bombardamento di una base militare americana in Iraq nella zona della città di Kirkuk, in cui è rimasto ucciso uno specialista civile americano e quattro soldati sono rimasti feriti.  Gli USA hanno addossato la responsabilità del bombardamento sul gruppo Hezbollah sostenuto dall’Iran e hanno colpito dal cielo le postazioni iraniane in territorio siriano e iracheno. Questi raid hanno fatto esplodere le proteste antiamericane a Baghdad, dove gli sciiti iracheni si sono scontrati con le forze di sicurezza americane e hanno cercato di dare l’assalto all’ambasciata USA nella capitale.

Questo sviluppo degli eventi ha portato il presidente Trump a ordinare di togliere di mezzo il generale Qasem Soleimani, comandante delle unità speciali “Forza Quds” che fanno parte del  Corpo Guardie della rivoluzione islamica. Il Generale è stato ucciso nella notte tra il 2 e il 3 gennaio sul territorio dell’aeroporto internazionale di Baghdad nel corso di un raid aereo delle Forze armate americane. Gli Stati Uniti hanno giustificato la loro azione col fatto che Soleimani era dietro all’attacco alle basi americane in Iraq e all’attacco contro l’ambasciata a Baghdad.

La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Khamenei, ha dato nello stesso giorno l’ordine di “rispondere duramente” alla morte del leggendario generale iraniano. Il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha dichiarato che l’Iran ha individuato 35 obiettivi militari nella regione, inclusa Tel Aviv.

Il presidente Trump ha a sua volta avvertito che in caso di attacchi di Teheran contro gli americani, gli USA avrebbero colpito 52 obiettivi in Iran

Ogni elemento suggeriva che la guerra sarebbe stata inevitabile, ma nonostante l’aspra e a tratti provocatoria retorica di entrambe le parti, né Teheran né Washington volevano un conflitto su larga scala.

Proprio per questo motivo subito dopo l’assassinio di Soleimani, è iniziato tra USA e Iran uno scambio molto attivo di messaggi riservati tramite i collaboratori dell’Ambasciata svizzera a Teheran, con lo scopo di evitare un’escalation militare.

Le parti hanno evidentemente capito che il confronto si stava ingigantendo in modo catastrofico. Gli iraniani avevano elaborato in cinque giorni un piano di vendetta, ma essendo orgogliosi, per salvare la faccia non potevano lasciare senza risposta la perfida uccisione di Soleimani, ma al tempo stesso non affrettavano l’escalation. Alla fine hanno deliberato di rendere noto ai vertici iracheni di essere pronti a colpire le basi americani in Iraq; e quelli, come loro richiesto, hanno avvisato gli americani. L’8 gennaio le Guardie della rivoluzione hanno sferrato un violento attacco contro la base aerea americana di Al Asad in Iraq: nessun morto, solo feriti.

In un’intervista al canale televisivo NBC, il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha dichiarato che

scopo dell’attacco non era ammazzare soldati americani, ma lanciare un chiaro segnale. (…) Teheran voleva dimostrare agli Stati Uniti che non bisogna opprimere l’Iran e che le azioni a noi ostili hanno delle conseguenze”. 

Il Ministro ha confermato che 45 minuti prima dell’inizio dell’attacco gli iracheni erano stati informati dell’attacco stesso. I commenti dei leader dei due Paesi a proposito dell’attacco iraniano sono stati diametralmente opposti. La Guida Suprema dell’Iran, ayatollah Khamenei, dalla città santa di Qom ha detto che l’Iran ha dato uno schiaffo agli Stati Uniti”. 

Allietatato dalla debolezza della risposta iraniana, Trump ha comunicato: “Sembra che l’Iran stia arretrando, e questo è un valido precedente per tutte le parti in causa e un ottimo precedente per il mondo intero”.  Ma il presidente americano non poteva non replicare al questo colpo e ha annunciato nuove sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran. 

Ora l’agitazione derivante dal conflitto USA-Iran di dicembre e gennaio si è un po’ affievolita: a breve termine non si prevede alcuna guerra di grosse dimensioni: i due Stati, pur essendo in un confronto costante, non sono interessati a una guerra vera e propria e non sono neanche pronti per essa.

L’Iran è estremamente indebolito dalle sanzioni, che gravano su un’economia che è poco efficiente già di suo. A ciò si aggiunge l’insoddisfazione dei cittadini iraniani a livello socio-politico, cresciuta negli ultimi anni verso la politica e le azioni delle autorità.

Alla vigilia delle elezioni di novembre, il presidente Trump teme di veder scorrere il sangue anche di un solo americano. Così ha tracciato la linea rossa di “nessuna perdita subita dagli USA” e ha avvertito Teheran di non oltrepassarla.

Tuttavia questo non significa affatto che Teheran e Washington stiano inviando l’uno all’altro le “colombe bianche della pace”.

Nelle sue dichiarazioni e nelle sue omelie, la Guida Suprema dell’Iran ayatollah Khamenei ripete continuamente: “Il nemico è rappresentato dall’America, dal regime sionista e dal sistema imperiale”.  Ad oggi, il principale obiettivo politico-militare di Teheran è cacciare gli USA dal Medio Oriente e annientare Israele. A questo proposito, il comandante della Forza aerospaziale iraniana del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, il generale Amir Ali Hajizadeh,  ha annunciato il 15 febbraio: Tutti i componenti dell’Asse della resistenza sono solidali: dobbiamo unire i nostri sforzi, buttare gli americani fuori dalla regione e distruggere il regime sionista”.  (“Asse della resistenza” è l’espressione che l’Iran utilizza spesso per indicare i suoi alleati, i gruppi paramilitari sciiti filoiraniani dell’area).

Anche Washington non considera l’Iran come un amico, perché a sua volta ha come obiettivo di far sedere al tavolo delle trattative gli iraniani, sui quali pende la spada di Damocle delle sanzioni, e costringerli a cambiare la loro politica anzitutto in ambito nucleare, nel programma missilistico e per quanto riguarda il Vicino e il Medio Oriente. E resta inteso che Trump non tolleri alcun accenno a contromisure da parte dell’Iran, perché ritiene che le sue autorità supreme comprendano solo il linguaggio della forza, perciò Washington è pronta a rispondere con tutta la potenza possibile nel caso in cui Teheran attacchi “qualunque cosa di americano”. E il presidente aggiunge:In alcuni casi neutralizzare significherebbe annientare”. 

Durante i 41 anni di esistenza della Repubblica Islamica dell’Iran, tra essa e gli Stati Uniti è intercorsa – in periodi diversi e con intensità diversa – una bollente “guerra fredda”. Nel 2019, come già detto in precedenza, la contrapposizione tra i due Paesi è passata a un nuovo livello quando è diventato chiaro che gli attacchi propagandistici non bastavano più. I contrasti politico-ideologici sono passati sul piano della pratica militare e geopolitica.

Detto ciò, a Teheran comunque capiscono benissimo come in questo momento l’Iran non abbia delle reali chance di competere a livello di potenza militare con gli USA e con Israele e di condurre una guerra di grosse dimensioni scontrandosi direttamente contro di essi. I vertici iraniani sono dunque costretti a trovare degli “approcci creativi” e a preparare delle risposte asimmetriche: una di esse consiste nella cosiddetta guerra ibrida che oggi viene da loro messa in atto. Una tale jihad presuppone che l’Iran svolga guerre di prossimità con l’utilizzo di Hezbollah, legioni straniere sciite, operazioni segrete, sabotaggi, cyberguerre, sullo sfondo di un mix di propaganda, disinformazione, attacchi hacker e minacce rivolte ai nemici, in primo luogo a USA e Israele, e così via.

Il principale ideatore di queste metodiche e di queste forme di combattimento, una novità per l’Iran, era il generale assassinato, Soleimani. Conosceva in maniera eccellente la tattica e la strategia di conduzione della guerra ibrida e delle guerre di prossimità, ed effettuò operazioni coperte in tutto il Medio Oriente, arrecando anzitutto danni all’immagine e agli interessi degli USA per raggiungere gli obiettivi fissati dalla Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, e dei quali parlava il generale Amir Ali Hajizadeh.

Il politologo americano Michael Eisenstadt identifica questo tipo di contrapposizione tra Stati come “strategia della zona grigia”. Con l’espressione “gray zone” egli intende la condizione di confine tra una “guerra calda” su larga scala (“zona nera”) e la pace (“zona bianca”).

Secondo Eisenstadt, l’Iran agisce spesso entro la “zona grigia” tra la pace e la guerra, al fine di lanciare una sfida alla status quo che non lo soddisfa e contemporaneamente per gestire i rischi che ne conseguono. Intraprendendo molte azioni differenti, che spesso non sembrano collegate l’una all’altra e che talvolta sono nascoste, subdole o simulatorie, l’Iran crea un’atmosfera di ambiguità e di dubbio per quanto riguarda gli obiettivi delle sue operazioni. Questo genera smarrimento e indeterminatezza nelle reazioni e nelle scelte di risposta da parte dei suoi oppositori. Agendo nella “zona grigia”, l’Iran analizza costantemente e mette sotto esame le reazioni degli avversari per capire in che modo potrebbe farla franca.

A proposito della “strategia della zona grigia” attuata dagli iraniani, Eisenstadt scrive: “La ‘strategia della zona grigia’ di Teheran risiede in parte nel trauma della guerra con l’Iraq. Fino ad oggi il regime ha fatto qualunque cosa pur di evitare delle comuni guerre, perchè sa quante esse possano essere costose e cruente. Per esempio, persino nel pieno della guerra in Siria, l’Iran ha dispiegato meno dell’1% delle proprie truppe di terra (non contando però le forze speciali “Quds”) sul campo di battaglia, e ha spostato molti rischi e tempo di impiego in azioni militari sulla sua ‘legione straniera’ di sciiti, al fine di minimizzare le proprie perdite”.

Il politologo americano propone ai vertici degli USA di agire anch’essi contro l’Iran usando la “zona grigia”. In questo caso l’importante per l’America sarebbe la deterrenza dell’Iran.  Lo scopo verrebbe raggiunto mediante: – messa in atto di operazioni segrete, quando è possibile, e operazioni alla luce del sole, quando è necessario; – attuazione di misure imprevedibili e asimmetriche per sfruttare l’inquietudine che esse generano nell’Iran; – seguire un approccio bilanciato che permetta di evitare sia un’eccessiva prudenza che un’inutile escalation; – cambiare il sistema di stimoli e motivazioni per l’Iran, senza chiuderlo in un angolo; – preferire progressi graduali e persino l’ottenimento di piccoli risultati nel lavoro con l’Iran, invece di scatenare azioni estese e veloci che potrebbero essere foriere di un’escalation del conflitto.

Inoltre bisogna considerare in pieno anche il fattore della politica interna. L’uscita di Trump dal Piano d’azione congiunto globale, l’introduzione di sanzioni anti-iraniane e l’aggravarsi delle relazioni USA-Iran sono elementi che hanno modificato il quadro politico nell’Iran stesso. I riformisti, sostenitori del presidente Hassan Rouhani, stanno perdendo terreno. Indubbiamente, dopo le elezioni parlamentari del 21 febbraio, la nuova composizione del Majiles sarà quasi del tutto a favore dei circoli radicali orientati verso le Guardie della rivoluzione e verso la linea dura di confronto anti-occidentale e anti-americano, o comunque simpatizzanti di queste posizioni.

Appaiono quindi timori che gli ufficiali e i generali attivi o in congedo delle Guardie della rivoluzione possano prendere in mano le leve del potere della politica iraniana. Già adesso, come riportato da Ellie Geranmayeh, analista senior del Consiglio europeo per le relazioni estere, “una parte delle personalità di alto livello a Teheran è preoccupata dal fatto che gli uomini degli apparati militari abbiano ottenuto un controllo eccessivo sui processi di formazione delle decisioni politiche. I riformisti si trovano in un vicolo cieco non soltanto per colpa dei propri errori, ma anche come effetto della politica degli Stati Uniti”. http://realtribune.ru/news/world/3659

Nell’attuale quadro di relazioni da “zona grigia” tra Iran e USA, tra i quali si sta di fatto svolgendo una guerra ibrida, qualunque episodio, anche a prima vista insignificante, potrebbe dare origine a conseguenze terrificanti.

Il giornalista francese Alain Frachon ha fatto giustamente notare come “spesso le guerre comincino a causa di equivoci. E oggi, nel Golfo Persico, americani e iraniani stanno facendo giochetti l’uno con l’altro, senza peraltro capirsi molto. Dove sta il pericolo? Sta in una guerra provocata per caso da una provocazione, da uno sviluppo imprevisto degli eventi, da un incidente militare andato fuori controllo. Una guerra per sbaglio, iniziata per salvare la faccia… In breve, una guerra che nessuna delle parti vuole, ma alla quale adesso ci stiamo avvicinando

Il politologo americano Lawrence J. Korb ritiene che lo stato attuale delle relazioni tra Iran e Stati Uniti sia gravido di pericoli. Come esempio porta l’imprevisto assassinio dell’arciduca d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando e di sua moglie nel 1914 o l’incidente del golfo del Tonchino del 1964, nel quale le navi nordvietnamite si dice avessero attaccato una nave americana: entrambi gli incidenti condussero alla guerra, provocando effetti catastrofici

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Dottore in storia e collaboratore scientifico superiore dell’Istituto di orientalistica dell’Accademia russa delle scienze.

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