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Primarie 2020 in salita per Joe Biden. Le accuse prendono forza

La corsa verso la candidatura democratica alla presidenza degli Stati Uniti pareva ormai cosa fatta per Joe Biden. L’accusa di violenza sessuale, mossa da una sua ex collaboratrice Tara Reade, però complica i piani dei Democratici che si trovano a doversi a livello d’opinione pubblica alla loro adesione al movimento #metoo, movimento femminista nato sui social – premiato dal Time quale ‘personaggio dell’anno’ – ma che si è improvvisamente silenziato in questo periodo sulla vicenda Biden. L’opinione pubblica americana non perdona l’ipocrisia e i democratici lo sanno molto bene: tutti si ricordano i ripetuti attacchi mossi da Hillary Clinton nei confronti di Donald Trump quando si scontrarono per la presidenza degli Stati Uniti nel 2016. La campagna dell’ex first lady fu incentrata in gran parte su frasi maschiliste e su alcune accuse di violenza sessuale contestate all’attuale inquilino della Casa Bianca. E nel 2018, non furono proprio i democratici a tentare di bloccare la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, accusato di violenze sessuali, al grido “tutte le donne vanne credute”? Il rischio che la candidatura di Biden si tramuti in un autogol a favore della rielezione di Trump è sempre più concreto. Le donne forti del partito Democratico Elizabeth Warren, Amy Klobuchar, Kamala Harris e Gretchen Whitmer si sono spese fortemente sul tema delle molestie e degli abusi sessuali. Ora si respira imbarazzo.

Denise Krepp, ex consigliera capo dell’amministrazione marittima, costretta a dimettersi sotto la presidenza Obama per aver chiesto un’indagine indipendente su un caso di violenza sessuale in un’accademia militare, ieri ha detto che non avrebbe partecipato alla raccolta fondi per Biden, fino a quando il candidato non avesse chiarito la sua posizione. 

Biden ad oggi non ha mai risposto alle accuse e nega le interviste a chi non garantisca di evitare domande sull’argomento. Anche ieri sera, durante una raccolta fondi in Florida, il candidato democratico ha avuto la possibilità di chiarire la sua posizione quando un attivista gli ha chiesto di commentare gli episodi, sempre più frequenti, di violenze sessuali nell’esercito americano. Biden si è limitato a dire: “Guarda dobbiamo cambiare la cultura dell’abuso in questo Paese”. Un comportamento che, secondo i ben informati, non ha fatto piacere al quartier generale dei Democratici. Ad oggi solo Kate Bedingfield, vicedirettore della campagna di Biden, ha negato le accuse: “Biden crede fermamente che le donne abbiano il diritto di essere ascoltate rispettosamente. Tali affermazioni dovrebbero anche essere analizzate delicatamente da una stampa indipendente. Ciò che è chiaro su queste affermazioni: è che sono false. Quanto riportato non è assolutamente accaduto”. La difesa di Bedingfield non pare però sufficiente. The Washington Times infatti ha pubblicato una rassegna dei titoli dei principali media statunitensi dedicati alle accuse a Biden nelle ultime 24 ore: “I gruppi di donne voce su Kavanaugh, ora in silenzio sulle accuse di Biden” (Fox News); “Le accuse di Tara Reade hanno un impatto maggiore rispetto a Kavanaugh, ma ai media non importa” (New York Post); “I media delle scuse a Brett Kavanaugh (Washington Examiner); “Il senatore Kirsten Gillibrand, che ha suggerito all’FBI di indagare su Kavanaugh, afferma che ‘prende una pausa’ dalla campagna Biden a seguito delle accuse di violenza sessuale (National Review); “Biden vs Kavanaugh: come si accumulano i numeri #MeToo (RealClear Politics) e infine “Perché Joe Biden non può sopravvivere alle sue accuse di violenza sessuale come ha fatto Brett Kavanaugh (The Federalist).

FOTO – Joe Biden (AP Photo/Ringo H.W. Chiu)

Intanto però The Washington Post, in un articolo pubblicato oggi, scrive che arriverebbero ulteriori conferme sulla possibile solidità dell’accusa. Lynda LaCasse, ex vicina della Reade tra il 1995 e il 1996, ha raccontato al quotidiano che l’ex aiutante del Senato di Biden avrebbe condiviso i dettagli del presunto caso di molestie in una conversazione, a metà degli anni ’90, dicendole che “l’aveva messa contro un muro, le aveva messo una mano sulla gonna e le dita dentro di lei”. Questa prova si somma – ricorda The Washington Post – all’articolo di Post dove il fratello dell’accusatrice, Collin Moult-on, ha confermato il racconto della sorella.

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