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Poca soddisfazione per Zelensky dall’incontro con Biden

Dopo una primavera di consensi altalenanti e tensioni militari e dopo un’estate di summit e viaggi, per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky comincia un autunno in cui dovrà tirare le somme del secondo anno di mandato. Intanto, quali sono stati i risultati che ha portato a casa dal vertice di inizio settembre col grande alleato americano? Ha ottenuto ciò che sperava da quel Joe Biden che da vicepresidente appoggiava apertamente le ambizioni ucraine di recidere i legami con la Russia per entrare nel consesso occidentale? In buona parte, sembrerebbe di no, perché il summit si è concluso con vaghe promesse e tante belle parole. Comunque, in mancanza di impegni veri e propri, un contributo finanziario è sempre gradito: a questo primo giro negli States Zelensky ha ricevuto una cambiale da 60 milioni di dollari per la sicurezza, 45 come aiuti umanitari e quasi 13 per l’assistenza in ambito Covid. Tuttavia queste cifre, se paragonate ai miliardi elargiti sotto l’amministrazione Obama, rappresentano poco più di cadeau, che peraltro sarebbe arrivato in ogni caso, indipendentemente dal summit. E infatti non è ciò per cui Zelensky ha attraversato l’oceano.

Dal momento che Biden aveva esordito alla presidenza con un incontro a Ginevra con Vladimir Putin, Zelensky anzitutto cercava la conferma che gli USA fossero ancora veramente dalla parte di Kiev. Un buona dimostrazione poteva essere quella di accettare di entrare nel “formato Normandia” sedendosi al tavolo con Francia, Germania e Russia per dare man forte contro quest’ultima nei negoziati sul Donbass. Ma su questo argomento Biden ha glissato e Zelensky non ha potuto ammetterlo apertamente: così, ai giornalisti che gliene chiedevano conto, ha replicato accennando a un qualche genere di formato “alternativo” che gli USA sicuramente avrebbero preso in considerazione. Tale strana risposta ha però lasciato delusi e confusi anche a Kiev. E nemmeno sull’ingresso nella NATO Biden ha dato corda a Zelensky, facendo semplicemente sapere che l’Ucraina dovrà fare in primo luogo i “passi necessari” richiesti per l’adesione; Sleepy Joe non si è nemmeno degnato di dirlo direttamente al suo omologo ucraino, ma ha delegato la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki. Per gli ucraini è un boccone amaro da ingoiare, il fatto che gli USA non abbiano il desiderio di includere nell’Alleanza Atlantica uno Stato al cui interno infuria una guerra civile da 7 anni proprio al confine con il loro storico rivale, oltre che con un sistema politico in trasformazione da una struttura oligarchica verso qualcosa di ancora incerto. L’adesione di un membro come Kiev sarebbe un evento foriero di rischi geopolitici incalcolabili, ma a Washington manca il coraggio politico di dirlo in faccia agli ucraini, che per il momento tornano ancora utili agli USA al fine di mantenere il Cremlino impelagato su un fronte particolarmente insidioso.

Un’altra vittoria strategica alla quale Zelensky puntava, ma che non è riuscito a strappare, sarebbe stata che gli USA rivedessero la loro posizione sul Nord Stream 2. Washington ha dato ampio credito a Berlino sul fatto che vigilerà sul comportamento di Mosca affinché non abusi del gasdotto, però gli ucraini restano nella paura di perdere, in un futuro non lontano, gli introiti derivanti dal passaggio del gas russo sul loro territorio o che addirittura resteranno al freddo fra un paio di inverni. Zelensky ha ottenuto solamente il rilascio di un comunicato congiunto, nel quale Washington e Kiev dicono di continuare a opporsi al Nord Stream 2, che vedono come una minaccia alla sicurezza energetica dell’Europa. Essendo ormai stata posata l’ultima tubatura, una dichiarazione del genere appare più come un formale anatema che non un’effettiva intenzione di fermare quanto ormai è stato realizzato. Certo, frau Merkel (prossima a cedere il posto di cancelliera) ha detto che se il Cremlino si comporta male gli verranno applicate altre sanzioni, ma ciò non cambierebbere il percorso del gasdotto – senza contare poi che le sanzioni messe finora non hanno granché ostacolato i piani della Russia. In Ucraina intanto è sbarcato l’inviato americano Amos Hochstein, consigliere per la sicurezza energetica del Dipartimento di Stato, la cui avversione per il Nord Stream 2 è nota. Le sue prime parole non proprio incoraggianti riguardano i prossimi tre anni, visti come “spazio di manovra” per garantire all’Ucraina lo status di Paese di transito del gas, ma al tempo stesso ha esortato Kiev a sbrigarsi nel trovare nuove fonti di approvvigionamento energetico. Compito di Hochstein è sovrintendere all’implementazione degli accordi tra USA e Germania sul gasdotto, accordi che hanno appunto lo scopo di impedire gli eventuali abusi del Cremlino nell’uso del gasdotto contro all’Ucraina. Sono sicuro al 100% che faremo tutto ciò che possiamo, e che i tedeschi sono pronti a fare tutto ciò che possono per garantire che il transito continui. Solo e soltanto rassicurazioni verbali e non impegni scritti, come Zelensky avrebbe voluto, e che insistono tutte su un unico argomento: il contratto di transito resta valido fino al 2024, ci sono ancora tre anni, state sereni. Il tasto su cui Zelensky ha battuto moltissimo prima e durante il vertice è il timore che la Russia brandisca il Nord Stream 2 come “arma geopolitica”. E Hochstein crede che Mosca lo stia già facendo: secondo lui, la Russia ha pompato sul mercato volumi di gas inferiori rispetto a quelli tradizionalmente immessi, forzando così un aumento record dei prezzi e mettendo a rischio nel prossimo inverno niente meno che la vita degli europei, nel caso in cui gennaio e febbraio 2022 risultino particolarmente freddi. E’ comunque fiducioso sul fatto che riuscirà a convincere il colosso energetico russo Gazprom a continuare a far passare il gas dall’Ucraina anche dopo il 2024.

E dalla sua pagina Facebook getta acqua sul fuoco Lana Zerkal, consigliera del Ministro dell’Energia ucraino, sottolineando come l’avvio effettivo del gasdotto sia più lontano di quanto sembri. Sì, le tubature sono pronte ad accogliere il gas già a ottobre su una linea e poi a dicembre sull’altra, ma finché mancano le certificazioni non si fa nulla. Insomma, la burocrazia può ancora fermare il gasdotto, almeno per un po’. D ’accordo, ma dopo? Dopo si vedrà cosa si può fare col “Fondo green per l’Ucraina” da 1 miliardo di dollari messo in piedi da USA e Germania con lo scopo di rafforzare l’indipendenza energetica di Kiev. Hochstein insiste: Dobbiamo anche iniziare a lavorare insieme all’Ucraina sulla transizione dell’economia energetica qui, per metterci in pari con quanto sta avvenendo nel resto del mondo, specialmente in Europa. La conclusione, purtroppo, resta quella a cui è giunto l’analista americano per la sicurezza nazionale Mark Episkopos: Zelensky è tornato a Kiev a mani quasi vuote, perché al summit con Biden è mancato ciò che latitava già nelle precedenti interazioni di vertice con gli USA, ossia la sostanza politica e la chiarezza strategica.

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