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Perché i media israeliani usano la parola annessione?

Sempre più spesso leggendo la stampa israeliana e seguendo il canale israeliano in lingua russa ITON-TV ci si imbatte nell’uso del termine “annessione”. Una recente trasmissione di questo canale televisivo, ad esempio, è stata chiamata proprio “Trump condurrà Israele all’annessione”. Risulta qualcosa di inquietante, dal momento che si parla appunto della realizzazione del “Piano Trump” sulla “creazione di uno Stato di Palestina”, come affermato dallo stesso presidente americano, che in effetti è un’annessione da parte di Israele dell’intera riva sinistra del fiume Giordano e l’immissione dei palestinesi in enclave all’interno di Israele.

Il giornale Interaffairs aveva già trattato in dettaglio questo argomento negli articoli “L’affare del secolo di Trump: soluzione a un problema o provocazione?” e “Il destino di Israele dopo la decisione di Trump sul Golan”. In particolare si diceva che alla Palestina viene proposto un ruolo di Stato-enclave suddiviso in parti il cui territorio sarà circondato da territorio israeliano; veniva anche sottolineato come la destabilizzazione del Medio Oriente, cominciata a suo tempo con la “primavera araba”, acquisirà una nuova spinta sotto forma della riapertura del confronto isreaelo-palestinese, con tutte le sue conseguenze negative. È forse questa la trovata degli strateghi americani, fomentare il Medio Oriente accendendo di nuovo l’ostilità tra palestinesi e israeliani? Nessuno della cerchia di Trump vi confermerà queste parole, ma vi dirà che il piano proposto è “l’ultima chance per i palestinesi di ottenere un proprio Stato”. Già, uno Stato recintato da un muro, dal cui “cancello” è impossibile uscire senza il permesso degli israeliani… sarebbe questo uno Stato proprio?

FOTO – Ecco come appare un tratto della frontiera israelo-palestinese oggi 

Interaffairs spiega che il piano di Trump, che si potrebbe definire “Indipendenza in cambio della vita dietro a un muro” e che inizia a prendere forma concreta, in Israele è vissuto diversamente visto che proprio gli israeliani parlano liberamente di “annessione” delle terre lungo la riva sinistra (occidentale) del Giordano.

Perchè la questione è stata nuovamente sollevata adesso, a maggio del 2020, quando Trump aveva avanzato il suo piano all’inizio di quest’anno? Il motivo è che in Israele, dopo tre elezioni straordinarie di fila alla Knesset e dopo lunghe trattative, si è formato finalmente un governo di coalizione, e Benjamin Netanyahu sarà di nuovo primo ministro per un anno e mezzo per poi essere avvicendato dal suo partner di alleanza Gantz. E proprio entrambi questi politici israeliani avevano presenziato a Washington alla cerimonia di lettura del piano da parte di Trump (Peace to Prosperity. A Vision to Improve the Lives of the Palestinian and Israeli People), che la stampa ha immediatamente ribattezzato niente meno che “l’affare del secolo”. C’è poi stata la pandemia di coronavirus che ha rallentato la massa dei processi di pace, tra cui quello mediorientale. Ma ora che l’epidemia si sta spegnendo poco alla volta, può iniziare la fase successiva della realizzazione del piano lanciato da Trump.

Il 13 maggio, su ordine del presidente USA, è volato con urgenza in Israele il segretario di Stato Pompeo per parlare coi membri del nuovo gabinetto (che si sarebbero insediati il giorno dopo) dell’argomento “affare del secolo”. Tra l’altro, l’atterraggio del velivolo di Pompeo ha rappresentato un’eccezione: a causa del coronavirus hanno smesso di accettare in Israele, all’aeroporto Ben Gurion, qualunque volo che porti stranieri (non-Israeli travelers would continue to be barred from landing in Israel) fino al 1° giugno. L’aero con Pompeo, invece, è potuto atterrare.

Gli osservatori israeliani hanno sottolineato che tra gli argomenti dei colloqui con Pompeo, uno dei principali è stato proprio la necessità di contrastare la Cina in Israele; nell’affermare ciò, si sono basati sul fatto concreto che gli USA sono contrari al progetto cinese di costruzione di un grosso impianto di desalinizzazione in Israele, anche se in questa regione, come in tutto l’arido Medio Oriente, serve effettivamente acqua dolce per i bisogni agricoli e tecnologici e dunque uno stabilimento del genere è di grande attualità.

I cinesi, comunque, sono da tempo presenti in Israele, avendo comprato un pezzo importante del porto di Haifa, e ormai si tratta, come si suol dire, di un fait accompli: ne avevamo scritto nell’articolo “Ma Haifa è un porto israeliano? No, ormai è cinese!”. Tuttavia, di Haifa non hanno fatto cenno ai colloqui.

Hanno discusso “l’annessione” della riva occidentale del fiume Giordano 

E a quale scopo mettere in luce soprattutto la storia del dissalatore cinese? Potreste mai seriamente immaginare che durante lo scoppio di un’epidemia il Segretario di Stato americano voli dall’altra parte del mondo per convincere gli israeliani a rifiutare di far mettere un impianto di desalinizzazione cinese? Personalmente io potrei crederlo solo se si presupponesse che la politica americana, proprio in questo momento, si fosse focalizzata su argomenti del genere – cosa altamente improbabile.

Però alcuni osservatori locali fanno riferimento diretto a importanti dettagli della visita di Pompeo: il famoso sito Mignews riferisce che le parti hanno parlato della cooperazione tra i due Paesi nella cornice della lotta al coronavirus, dei piani del governo israeliano di estendere la sovranità sugli insediamenti di Giudea e Samaria e dei rapporti tra Isreaele e Repubblica Popolare Cinese.

Sergey Filatov, osservatore della rivista International Affairs e docente di giornalismo internazionale presso l’Università di Relazioni internazionali spiega: si dice appunto che sono stati discussi i piani del governo israeliano di estendere la sovranità sugli insediamenti di Giudea e Samaria. O, come già detto e ridetto, “l’annessione” di questi territori palestinesi. È stato anche detto: Nel colloquio col futuro Ministro della Difesa isrealiano (entrato in carica il 14 maggio) è stato sollevato il tema del piano di conciliazione in Medio Oriente e sono state valutate diverse possibilità per la sua messa in pratica. “Possibili” opzioni? Quali? Opzioni di forza? E che c’entrano qui i dissalatori cinesi? Il primo ministro Benjamin Netanyahu, salutando Michael Pompeo, in particolare ha dichiarato: Domani (14 maggio, N.d.A.) dovremo formare un governo di unità nazionale. Credo che questa sia una possibilità per promuovere la pace e la sicurezza in conformità agli accordi raggiunti insieme al presidente Trump nel corso della mia ultima visita a Washington a gennaio. Lo avevamo menzionato prima: è stato quando Trump ha siglato il piano “Peace to Prosperity”. E allora potrebbe essere questo il significato della visita di Pompeo?

La fonte israeliana molto ben informata DEBKAfile ha direttamente mostrato le conclusioni della visita di Pompeo: “The talks are said to be spanning joint efforts to battle coronavirus, Iran and potential West Bank annexations” (Viene riferito che i colloqui hanno abbracciato i temi degli sforzi congiunti contro il coronavirus, l’Iran e la potenziale annessione della riva occidentale). Notate di nuovo la parola “annessione”?

FOTO – Ecco la “futura Palestina indipendente” nel Piano Trump: un ammasso di enclave senza sbocchi sul fiume Giordano 

Si profila una nuova spirale crescente di caos in Medio Oriente?

Dopo che la “primavera araba” è appassita, spiega ancora Filatov, a rinfocolare il conflitto israelo-palestinese è la prosecuzione della politica americana di destabilizzazione e confusione nella regione. È impossibile immaginare che gli arabi non reagiscano all’annessione della “West Bank”. Infatti reagiranno. E ci sarà pure l’Iran a intromettersi, così come Hezbollah. E il Medio Oriente sarà destinato a un’altra guerra.

Ma a chi giova tutto ciò? Mentre nei tempi passati si facevano soldi grossi lucrando sul conflitto tra isreaeliani e palestinesi, oggi lo scopo della sua ripresa è diverso. Come affermato con certezza da molti esperti, gli Stati Uniti “stanno andando via” dal Medio Oriente; tuttavia, sarebbe inaccettabile per gli americani lasciare la regione in mano ad altri attori geopolitici, perciò nei loro piani non può esservi posto per alcuna “distensione della situazione” locale. Il senso della politica di Washington che si sta dispiegando in questo mondo post-crisi e post-pandemia si intravede nel rafforzamento degli USA stessi, e il loro “prendersi una pausa” dagli affari internazionali ha l’obiettivo di raccogliere le forze e i mezzi per balzare nuovamente in futuro tra i leader del mondo. Però, finché gli americani si occupano di rimettere in sesto la loro economia, nelle altre parti del mondo niente deve passare dalla loro egemonia a quella di un altro, e men che meno come se fosse un “regalo”.

Quindi è possibile che il significato più profondo del processo di “annessione”, in via di apertura sulle terre palestinesi, sia un elemento importante della nuova fase di destabilizzazione provocata dagli USA in Medio Oriente, in quanto punto nevralgico mondo: secondo il principio del “gori-gori jasno, čtoby ne pogaslo” (alimentare il falò affinché non si spenga).

C’è ancora un piccolo appunto da fare. Se in precedenza – negli ultimi 50 anni di fila – il petrolio mediorientale ha avuto per gli USA una grande importanza, adesso i Paesi produttori di greggio della zona sono diventati diretti concorrenti delle compagnie americane. Il petroldollaro diventerà presto un ricordo, ma gli Stati Uniti non hanno altri interessi per mantenere la regione in condizioni funzionali, quindi anche da questo punto di vista non hanno alcun interesse nello sviluppo, per esempio, dei Paesi del golfo Persico, i quali diverranno se non addirittura degli avversari, quanto meno dei concorrenti. Di conseguenza, per come intendono la faccenda gli americani, qui occorrerebbe  provocare una nuova ondata di caos che bastasse per tutti: e hanno già cominciato.

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