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Per sciogliere il “nodo del Karabakh” ci vorrà molto tempo

Tre eventi importanti, collegati alla situazione nel Nagorno Karabakh, sono accaduti in soli tre giorni, dal 30 gennaio al 1° febbraio di quest’anno come raccontato dal giornalista, esperto in affari internazionali, Andrey Isaev, giornalista esperto di affari internazionali. Anzitutto, nel distretto di Ağdam, passato sotto la giurisdizione dell’Azerbaigian, è iniziato il lavoro del Centro russo-turco congiunto per il controllo sulla cessazione delle ostilità; in secondo luogo, a Mosca si è tenuta la prima seduta del gruppo di lavoro trilaterale sul Karabakh; in terzo luogo, in Turchia nelle vicinanze del confine armeno sono cominciate delle esercitazioni militari turco-azere. Adesso vediamo più in dettaglio di cosa si tratta.

Come riferito dall’ufficio stampa del Cremlino, in una conversazione fra i presidenti di Russia e Azerbaigian riguardante l’apertura del Centro, “le parti hanno espresso la speranza che l’attività di quest’ultimo agevoli la futura stabilizzazione della situazione nel Nagorno Karabakh e la dovuta osservanza degli accordi”.  Il centro di monitoraggio è stato creato in conformità al memorandum firmato dai Ministri della Difesa di Russia e Turchia subito dopo la fine delle operazioni belliche. Secondo una dichiarazione del Ministero della Difesa russo, “Il Centro effettuerà la raccolta, la sintesi e la verifica delle informazioni sull’osservanza del regime di armistizio e sulle azioni che violano gli accordi raggiunti dalle parti”. Peraltro, come dichiarato da Sergey Lavrov, “esclusivamente in modalità a distanza”. Nonostante ciò, al dicastero turco della Difesa, nell’elencare i compiti della missione congiunta, aggiungono “anche per il contrasto alle violazioni delle condizioni di tregua”. Il pieno e assoluto sostegno “ai fratelli azeri”, ripetuto molte volte dai politici e dai vertici militari turchi, testimonia come la Turchia si prepari a “contrastare” soltanto le possibili violazioni dell’Armenia. A dire la verità non è ben chiaro in quale modo le Forze armate turche pensino di poterlo fare, contando che al Centro possono lavorare appena 60  militari tra turchi e russi; tuttavia non sono ancora giunte notizie sul ritiro delle forze turche dall’Azerbaigian, in cui erano arrivate l’estate scorsa per prendere parte a manovre congiunte.

Immediatamente dopo la stipulazione del cessate-il-fuoco, Ilham Aliyev e Recep Tayyip Erdoğan avevano annunciato l’ingresso nella regione delle forze di pace turche. Al Cremlino avevano allora ricordato che la disposizione di militari turchi nell’area non era prevista dall’accordo di pace: un atto del genere avrebbe potuto provocare una reazione estremamente dura da parte dell’Armenia e portare a una nuova escalation in un conflitto che era statto difficilissimo fermare. D’altro canto, la parte russa in quel momento non escludeva la presenza di forze di pace turche, ma solamente con il consenso di Baku e di Erevan; ma la probabilità di ottenere il consenso di quest’ultima era vicina allo zero. Nell’incontro fra i vice premier di Russia, Azerbaigian e Armenia svoltosi a Mosca, sono stati discussi i principali indirizzi di lavoro per la realizzazione della dichiarazione comune dei leader di questi Paesi fatta il 9 novembre e delle decisioni prese nel loro summit moscovita di gennaio, cioè lo sblocco dei collegamenti economici e di trasporto nel Nagorno Karabakh e in tutta la regione del Caucaso meridionale. A proposito, tale questione si trovava proprio sotto i riflettori durante il giro del ministro degli Esteri iraniano, che aveva di recente visitato Azerbaigian, Russia, Georgia, Armenia e Turchia. Tutti gli attori interni ed esterni danno la massima importanza agli aspetti economici della normalizzazione della situazione, supponendo giustamente che senza il ristabilimento dell’economia non vi potrà essere pace nella regione. E fortunatamente “il processo si è messo in moto”.

E infine il primo febbraio nella provincia turca di Kars, confinante con l’Armenia, sono cominciate le esercitazioni turco-azere, continuate fino al 12 febbraio. Come dichiarato dal Ministero della Difesa della Turchia, sono state messe in campo la fanteria motorizzata e le unità corazzate, le truppe missilistiche e l’artiglieria, le forze aeree e  le forze speciali. Alcuni esperti, facendo un parallelo con le manovre che Baku e Ankara avevano organizzato nell’estate dello scorso anno e dopo le quali era iniziata la seconda guerra del Karabakh, definiscono questi “giochi militari” un preludio a un nuovo confronto armato. Ma è difficile essere d’accordo. Adesso la pace serve non solamente agli armeni, ma anche agli azeri. Baku deve non solo occuparsi del ristabilimento delle infrastrutture sociali ed economiche dei territori ripresi, ma deve anche convincere i propri cittadini a ritornarvi: la maggior parte degli azeri scappati dalla guerra negli anni ’90 non ha fretta di tornare indietro, perché la situazione politico-militare nella regione rimane altamente instabile. Perciò le esercitazioni a Kars vanno viste come l’ennesima manifestazione della partnership militare turco-azera, anzitutto, e poi come maniera per spingere Erevan a rinunciare al controllo sul resto dei territori contesi. Comunque, per il momento è possibile constatare come la Russia e la Turchia per l’ennesima volta (dopo la Siria) abbiano dimostrato la capacità di risolvere problemi geopolitici con i propri sforzi, senza la partecipazione degli egoisti occidentali. Fra l’altro, il “The Jerusalem Post” si è persino permesso di scrivere che il recente conflitto era stato in qualche modo pianificato e attuato affinché Mosca e Ankara potessero diminuire l’influenza di Washington nel Caucaso meridionale e “dividersi tra loro questa regione”. Tali parole rimangano pure sulla coscienza dell’autore dell’articolo.

Nel contempo la Turchia, a quanto pare, non rifiuta di pensare a rendere legale la propria presenza militare in Azerbaigian in qualità di missione di pace e insisterà su questo punto. Avere del personale presso il Centro e un gruppo di genieri non è ciò a cui aspira Ankara, per la quale è importante definire la partecipazione agli affari della regione a un livello paritario con la Russia. E secondo quanto dice il vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Russia Dmitry Medvedev, “…noi siamo obbligati a tenere in considerazione le realtà esistenti nella nostra regione. E queste realtà sono tali per cui oggi la questione (la situazione nel Nagorno Karabakh, N.d.A) va necessariamente discussa anche con i partner turchi.  Colloqui molto difficili sul futuro destino della regione saranno inevitabili. La posizione russa nelle prossime trattative è stata formulata sinteticamente da Lavrov: “Determinare lo status (del Nagorno Karabakh, N.d.A.) si potrà esclusivamente dopo che sarà diventato chiaro quali diritti saranno concessi a tutti coloro che vivevano nel Nagorno Karabakh e che hanno diritto di ritornarvi, e naturalmente a chi è rimasto tutto il tempo su questo territorio“. Aggiungiamo noi: gli atteggiamenti allarmistici e la pressione psicologica con l’accompagnamento del rombo dei cannoni di artiglieria, da qualunque parte provengano, non faranno altro che ritardare il processo di ricerca di una soluzione. Il “nodo del Karabakh” va sciolto, perché non lo si può semplicemente “tagliare”.

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