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Paesi del golfo Persico sull’orlo di una catastrofe per colpa della guerra dei prezzi

Gli analisti kuwaitaini preannunciano per i Paesi del golfo Persico il disastro e la “povertà” a causa dell’abbassamento senza precedenti del prezzo del petrolio. Secondo alcune stime, il valore del barile scenderà sotto i 10 dollari. Cosa comporterà per quegli Stati il cui bilancio dipende all’85-90% dalla vendita di petrolio?

Tre esperti kuwaitiani, specialisti del mercato petrolifero, avvertono il golfo Persico del cosiddetto “scenario nero” nella guerra del petrolio in corso tra Russia e Arabia Saudita. Se gli Stati Uniti non si intromettono nel conflitto e non vi pongono fine, è probabile che la guerra continuerà ancora per molto tempo.

Secondo gli esperti, l’assenza di cambiamenti positivi nell’attuale situazione e le conseguenze del diffondersi del coronavirus possono portare a una catastrofe. Se il prezzo del petrolio scendesse sotto i 10 dollari al barile, allora i Paesi del golfo Persico potrebbero finire “in miseria”, anche se nessuno ipotizzava un tale sviluppo degli eventi.

Infografica – Il prezzo del petrolio

Come affermato dagli analisti kuwaitiani, la visione pessimistica sulle conseguenze della guerra commerciale tra Cina e USA si era già formata un anno fa, quando il prezzo di un barile di petrolio non saliva sopra i 60 dollari. Dall’inizio della diffusione del coronavirus in Cina, il primo esportatore al mondo di beni di consumo e il secondo maggior importatore di petrolio, si prevedeva che il prezzo non sarebbe sceso sotto i 40 dollari. I vari Stati speravano nella possibilità di compensare il ribasso dei consumi in Cina con l’aiuto dei mercati di altri Paesi e con il rinnovo degli accordi OPEC+ sulla riduzione dell’estrazione di petrolio.

Tuttavia, la Russia ha rifiutato di appoggiare un’ulteriore riduzione dell’estrazione nel quadro della politica generale dell’OPEC e del gruppo di produttori indipendenti. L’accordo era stato concluso nel 2017 e rinnovato nel 2018 e nel 2019, fino a quando nel marzo di quest’anno è scoppiata la crisi e il prezzo del petrolio è passato da 45 dollari al barile a meno di 30.

Durante l’ultimo incontro dei partecipanti all’accordo, Mosca ha rifiutato di rispettare i propri impegni, avendo perso una quota di mercato a beneficio dell’olio di scisto americano, mentre l’Arabia Saudita voleva rinnovare la politica adottata, la quale permette di limitare le forniture e mantenere la stabilità dei prezzi. Ma poi è passata a misure senza precedenti: ha iniziato a produrre petrolio senza osservare le restrizioni dell’OPEC.

L’Arabia Saudita aumenta la produzione

L’Arabia Saudita ha annunciato di aver intensificato subito le estrazioni, che al momento attuale ammontano a 12,2 milioni di barili al giorno, e progetta di elevare questo indice a 13 milioni entro maggio. Il valore del petrolio saudita è sceso di circa 10 dollari al barile, così che anche gli altri Paesi OPEC come Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno avuto bisogno di aumentare la produzione per conservare la propria quota di mercato e diminuire i prezzi. In questo modo si sono trovati tutti quanti coinvolti in questa guerra dei prezzi, che porta verso una situazione di cartello a causa della domanda bassa. La conseguenza è che ora le cose vanno peggiorando.

Secondo il parere dell’economista Talal al-Bazali, per il prezzo del petrolio l’approccio saudita è molto pericoloso, perché potrebbe scendere fino a 15-20 dollari nel corso dei prossimi tre mesi. Ed è uno scenario persino ottimista, poiché secondo altre valutazioni il prezzo del barile potrebbe cadere sotto i 10 dollari durante il 2020.

L’esperto ipotizza che le riserve petrolifere americane siano aumentate di due milioni di barili dall’inizio della crisi, e con la decisione dell’Arabia Saudita di produrre 13 milioni di barili al giorno in due mesi il Kuwait adesso è costretto a rinunciare agli impegni presi in ambito OPEC per quanto riguarda le proprie estrazioni: ora deve concorrere con altri Stati e per farlo deve abbassare i prezzi senza alcuna restrizione.

Al-Bazali ritiene che i Paesi del golfo Persico possano sfruttare la crisi attuale per creare un’organizzazione OPEC per la propria regione, prendendo questa decisione indipendentemente dagli altri Stati come Russia o Messico: in tal caso essa controllerebbe circa il 53% delle riserve mondiali e quasi il 26% delle estrazioni, permettendo quindi di controllare anche i prezzi.

L’esperto di strategie petrolifere Abdel Hamid al-Avadi è convinto che la caduta significativa del prezzo del petrolio, che coinvolge il 65% del volume degli scambi mondiali, abbia determinato l’abbassamento dei prezzi di molti altri prodotti, il che spiegherebbe il crollo improvviso delle borse di tutto il mondo. In altre parole, tutti i produttori devono sopportare i danni di questa guerra dei prezzi, compresi Russia e USA, se contiamo che il livello di 25 dollari al barile può non coprire i costi di produzione di una serie di beni in tutto il globo.

Foto – Doha, Quatar

Le conseguenze per i bilanci statali

Come suppone al-Avadi, poiché la quota dei Paesi del golfo Persico comprende il 53% delle estrazioni OPEC, l’abbassamento dei prezzi influenza negativamente i bilanci statali, i quali dipendono al 85-95% dalle entrate derivanti dalla vendita di petrolio.

Un esempio lampante è rappresentato dal Kuwait, il cui budget per il biennio finanziario 2020-2021, che inizia ad aprile, è stato pensato sulla base di un prezzo approssimativamente di 55 dollari al barile; esso presuppone entrate statali nella misura di 16,5 miliardi di dinari (il Kuwait produce 2,7 milioni di barili al giorno). Il deficit di bilancio raggiunge i 9 miliardi di dinari (1 dinaro equivale a 3,2 dollari).

Al momento di calcolare le entrate derivanti da un prezzo di 25 dollari al barile, con il mantenimento dei prezzi attuali nel corso nel prossimo anno finanziario, il bilancio riceverebbe appena 7,5 milardi di dinari, cioè il 55% in meno rispetto alle stime iniziali. Tale budget può appena coprire circa il 45% delle spese previste, mentre il deficit totale ammonta a 18 miliardi di dinari.

Come effetto della crisi, il tasso di cambio tra dollaro e dinaro kuwaitiano è salito considerevolmente. Il bilancio partiva da un tasso di 0,302 fils per dollaro, ma al momento è di 0,310 fils.

Secondo al-Avadi, il Kuwait, come anche gli altri Stati del golfo Persico, deve prendere misure preventive; in primo luogo, significa rivedere i progetti più costosi, rimandare l’inizio di alcuni di essi e dare il via a una politica di ottimizzazione delle spese per lasciare le riserve statali intatte.

Kamal al-Harami è sicuro che per molti Stati è in arrivo una vera catastrofe finanziaria, perchè il prezzo ottimale del petrolio per supportare le spese statali nella maggior parte dei Paesi OPEC va dai 90 ai 95 dollari. In Kuwait, ad esempio, è di 83 dollari, in Arabia Saudita di 95, in Iraq di circa 120, in Iran e Nigeria più di 150 dollari al barile. In questo modo tutti questi Paesi dovranno impegnare le loro riserve oppure utilizzare prestiti esterni per compensare la differenza.

In Russia, secondo l’esperto, le entrate derivanti dalla vendita di petrolio coprono il 40% del budget, mentre un prezzo accettabile per questo combustibile sarebbe di 42 dollari al barile. Inoltre, la Russia è in grado di adattarsi ai cambiamenti e al deprezzamento del rublo, poiché oltre al petrolio essa dispone anche di altre risorse. In altre parole, le perdite ricadranno su tutti gli altri Stati, ma la Russia verrà toccata meno dei Paesi dei golfo Persico. Anche i produttori di olio di scisto non soffriranno, perché sono sostenuti e protetti dalle autorità americane.

Al-Harami ritiene che lo scenario più nero per gli eventi sarebbe la caduta del prezzo del petrolio fino a 10 dollari al barile; in tali condizioni i Paesi del golfo Persico si scontreranno con la “povertà”: dunque la comunità internazionale dovrà giungere a un consenso e mettere fine alla crisi.

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