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Padre Dall’Oglio: la pista è Blue. I mille volti di Faysal Blue, il terrorista della rete che ha sequestrato il prete italiano. Dall’Isis al Syrian National Army

La sorte di Padre Dall’Oglio é a tinte Blue. Blue come uno dei tanti nickname che avvolgono l’identità di Faysal Balo, un combattente islamista che dalle file Isis é transitato nel grande contenitore militare sponsorizzato dalla Turchia in Siria: il Siryan national army (Sna). Della pericolosità di Faysal Blue ci hanno avvertito il Rojava information center (Ric) e il generale Khaled al-Mahjoub, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar. Inoltre, la testimonianza di un giovane locale affidata ad un giornalista siriano lo descrive come “colui che per primo lanciò i corpi nella gola di al-Hota”, a nord di Raqqa, di cui abbiamo già scritto proprio in questo giornale.

Nel 2012 era alla guida della Brigata al-Qadsiyya, unitasi un anno dopo a Jabhat al-Nusra, l’organizzazione implicata nel rapimento del sacerdote anti-Assad, avvenuta fra il 28 e il 29 luglio 2013. Il Ric fornisce un inquietante identikit di Faysal Belo Qiyadi, in un rapporto pubblicato il mese scorso sugli ex membri Isis traslocati nel Sna. «Originario di un villaggio a est di Tel Abyad (ora sotto controllo turco, ndr) si unisce all’Isis come emiro e trascorre un po’ di tempo con il Daesh in Iraq. Successivamente, quando inizia il tramonto del Califfato in Siria – si legge nel documento – si trasferisce in Turchia e nel 2019 si aggrega al Sna, partecipando all’offensiva contro le città a nord-est della Siria».  

Il Violation Documentation Center in North Syria svela atri retroscena su Faisal Blou, noto come l’emiro (principe) Abu Ahmed: «Responsabile di omicidi e rapimenti di siriani, era stato rinchiuso in una prigione dalle milizie Failaq al-Sham, per essere rilasciato il 3 aprile scorso». Ora si troverebbe ad Ayn al-Arus, documenta ancora il Ric e avrebbe partecipato a recenti incontri a Tel Abyad con componenti della famiglia al-Aqal, quali Izza al-Aqal (deceduto a giugno durante un presunto raid americano) e Khaled al-Aqal – descritto come figura di spicco nella creazione a Raqqa dell’agenzia di stampa dell’Isis Amaq. Avrebbe filmato le atrocità, compreso il macabro rito di gettare i corpi nella fossa comune di al-Hota – rispettivamente fratello e cugino di Faiz al-Aqal. Nome importante a Raqqa, dove ricopriva la carica di wali, del governatore. Definito come l’emiro successore di Al Baghdadi, a cui era molto vicino, presente anche lui a Tel Abyad sarebbe rimasto ucciso lo scorso giugno a seguito dello stesso attacco che fece fuori il fratello e partito da un drone statunitense ad al-Bab.

Personaggi che avevano tutti dei ruoli di primo piano all’interno dell’organizzazione a Raqqa, si conoscevano fra loro e avevano relazioni legate ai vari ambiti e “servizi”. Possibile che il wali potesse non sapere che il rappresentante della Cristianità in quelle aree era stato rapito da suoi uomini e che i suoi familiari non ne fossero conoscenza? Quegli stessi parenti che si sarebbero incontrati di recente a Tel Abyad con Faysal Belo, su cui il 16 agosto scorso punta il dito il generale libico Khaled al-Mahjoub.

In una dichiarazione ripresa dal quotidiano arabo Jana-ly lo chiama “Faysal Blue” «leader del gruppo nella regione siriana di Tel Abyad – scrive il quotidiano -. E’ tra gli estremisti che la Turchia ha inviato in Libia per sostenere il governo di riconciliazione. Al-Mahjoub avrebbe aggiunto che “Blue” sarebbe stato nel gruppo dei quattro che giustiziarono il pilota giordano Moaz al-Kasasbeh, arso vivo dentro una gabbia davanti agli occhi increduli del mondo». L’agenzia Amaq, che trasmette le news dell’organizzazione terroristica, avrebbe condotto interviste con Blue, documentandone la partecipazione a molte operazioni in Siria. Nessuna certezza di un coinvolgimento diretto di Faysal Belo nella sparizione di padre Paolo, ma di lui parla anche Hasan Ivanian, docente di Storia dell’Islam e membro dell’Organizzazione siriana dei diritti umani di Afrin, quale «responsabile del trasferimento ad al-Nusra, del sequestro e della vendita di veicoli ed era molto vicino ad Abu Luqman», personaggio chiave nella rete di presunti sequestratori del gesuita romano. Il suo nome salta fuori nel 2017 in un’intervista del quotidiano panarabo al-Sharq al-Awsatad un jihadista marocchino di Rabat, catturato dalle Sdf. La gola profonda riferisce che «nell’estate del 2014, ad un anno dall’incidente, attraverso mediatori turchi ci ha contattato un’associazione legata al Vaticano e ci ha chiesto un incontro sul confine tra Siria e Turchia per conoscere la sorte di padre Paolo Dall’Oglio e di un giornalista italiano scomparso in quel periodo. Ho chiamato il nostro comandante generale Abu Mohammad al-Iraqi, il quale mi ha ordinato di non parlare del religioso e di rifiutare l’incontro. Poi alcuni capi dell’Isis mi hanno riferito che a uccidere il prete cristiano era stato Abu Luqman al-Raqqawi»,  responsabile della sicurezza originario della provincia di Raqqa. Il marocchino aggiunge che colui che era a conoscenza delle uccisioni, perché tutti i dossier erano nelle sue mani, era il capo dell’Ufficio prigionieri, Abu Muslim al-Tawhidi, di nazionalità giordana. Questi era considerato la “mente”, lo stratega delle offensive dell’Isis e secondo alcune fonti era anche il più pericoloso fra gli operativi in Siria. Purtroppo i suoi segreti li avrà portati con sé nella tomba dal momento che, riporta l’agenzia di intelligence israeliana Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center, sarebbe rimasto vittima di un attacco aereo nell’agosto del 2015.

«La liberazione di Raqqa aveva acceso la speranza fra le famiglie dei dispersi di conoscere finalmente il destino dei propri cari, ma non fu quasi trovato alcun prigioniero dell’Isis – racconta Hasan Ivanian -. Ciò è spiegato dal giovane marocchino, per il quale c’erano detenuti che l’organizzazione era solita liquidare ogni volta che perdeva una città o un villaggio, mentre avrebbe mantenuto in vita coloro che poteva negoziare in accordi di scambio o riscatto, e il funzionario della sicurezza in quel file è Abu Luqman Al-Raqqawi, della città di Raqqa». Anche lui uomo dalle molteplici identità: Abo Ayyoub al-Ansary, Abu Luqman al-Suri, Abu Luqman al- Sahl solo per citarne alcune. Ritenuto il vice di Abu Bakr al-Baghdadi, rimane ucciso in un raid aero iracheno in Siria nell’aprile del 2018. Inserito nella black list dei soggetti sotto sanzioni di Nazioni Unite e Commissione europea, nasce nel 1973 nel villaggio di Sahel (da qui l’altro alias), a ovest di Raqqa. Appartenete al clan arabo Al-Ajeel della città culla delle culture greca, romana e bizantina, in gioventù segue la dottrina Sufi. Si laurea in giurisprudenza all’Università di Aleppo.

«Un sito facebook con un account a Raqqa – prosegue nel suo racconto Ivanian – mostra che in gioventù Abu Luqman si era legato ad Abu Al-Qaqaa, un agente segreto del regime siriano che reclutava molti giovani per inviarli in Iraq nel 2003, per combattere le forze americane. Abu Luqman è stato inseguito da molti servizi di sicurezza siriani ed è stato in carcere per vari periodi, l’ultimo dei quali lo aveva trascorso nella prigione di “Sednaya”, vicino a Damasco, dove era entrato in contatto con alcuni degli ideologi jihadisti salafiti. Viene poi rilasciato all’inizio della rivoluzione siriana con un altro gruppo di  “jihadisti”. Con l’inizio dell’azione armata a Raqqa e l’emergere del fronte al-Nusra, il suo nome si fa strada e lavora per rafforzare la fazione. Dopo che il gruppo ebbe il totale controllo della città, Abu Luqman iniziò a far accrescere le risorse finanziarie di al-Nusra, legate in quel momento alla capacità della provincia di vendere grano e petrolio. Era stato concluso un accordo con il ministero del Petrolio siriano per facilitare il passaggio del petrolio dalla stazione Akirchi di Raqqa per 25 milioni di lire siriane a settimana».

Con la costituzione formale dell’Isil, Abu Luqman è stato uno dei primi a dichiarare fedeltà ad Al Baghadadi, ricoprendo un ruolo importante nella nomina degli “emiri” di quelle aree (non è da escludere che avesse dato il titolo anche a Fysal Belo), soggetti a lui vicini e noti per la lealtà nei suoi confronti. «Divenne l’uomo più importante per l’organizzazione in Siria – aggiunge l’operatore umanitario siriano – Supervisionava personalmente i rapimenti e le torture di alcuni attivisti e utilizzava come prigione proprio la stazione petrolifera Akirchi, dove rinchiudeva i suoi ricercati. Si è impadronito pure della diga di Tabqa, a 50 chilometri ad ovest di Raqqa, che utilizzava come luogo di tortura, raggruppamento di prigionieri e decapitazioni. Di lui si dice che stesse dietro a tutti gli attacchi terroristici in Europa». Purtroppo le nostre fonti non sono riuscite a trovare altri elementi utili al ritrovamento di padre Dall’Oglio, ma forse sapere chi erano i jihadisti presenti a Raqqa nel 2013 e apprendere che uno di loro oggi milita nel Sna, potrebbe aiutare a far luce sul mistero della sua scomparsa. La verità sulla sua sorte languisce in un imbuto di omertà e silenzi, interrotti solo da indiscrezioni la cui attendibilità, come la nebbia, lascia il tempo che trova.

Le ultime notizie risalgono a marzo 2019, quando il quotidiano libanese Al-Akhbar citando «fonti curde delle Sdf», sosteneva che si trovasse a Baghuz, dove sarebbero stati svolti negoziati fra curdi e jihadisti per la sua liberazione. In quello stesso mese, i massicci attacchi della coalizione spazzano via l’ultimo bastione di territorio detenuto dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil). Allora le stesse fonti riferirono che le trattative si erano complicate a seguito degli scontri, ma al termine di padre Paolo non si parlò più. «In realtà – conclude Ivanian – alcune fonti non verificate dissero che sarebbe stato ucciso durante i raid americani insieme ad altre migliaia di persone, rimaste sepolte nei tunnel. Ma, la notizia non trova conferma. Un’altra fonte affidabile ha detto che è stato introdotto di nascosto nelle aree detenute dalla Turchia nel 2019 e ora sarebbe tenuto in ostaggio nella campagna di Idlib vicino al confine turco da Horras Eddin, la fazione nata nel 2018 leale ad Al-Qaeda. Il Mit turco lo sa e questa è l’ipotesi più probabile». Sessantamila persone restano ancora inghiottite nel vuoto creato da dieci anni di conflitto nel Paese. Una guerra senza fine, che si è cibata di sogni, aspettative e delle esistenze di ognuna di loro.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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