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Norvegia, preoccupazione per il crollo del prezzo del petrolio

Mentre il mondo cerca di respingere l’attacco del coronavirus, un’altra scossa arriva dalla crisi del prezzo del petrolio. È una questione seria: gli esperti norvegesi temono di non poter escludere nemmeno la prospettiva di un collasso economico globale. Perché all’improvviso il prezzo del petrolio ha cominciato a cadere vertiginosamente? Gli specialisti enumerano tre cause, che naturalmente non possono prescindere dalla Russia.

Non si esclude un collasso totale

Le compagnie petrolifere norvegesi sono preoccupate: qualcosa sta costringendo gli esperti a temere un peggioramento della crisi. Il prezzo del petrolio influisce in larga parte non solo sui guadagni dell’industria petrolifera norvegese, ma anche sulle entrate statali della Norvegia stessa: esso dunque è molto importante per sostenere il benessere della nazione e le condizioni del mercato del lavoro. In due settimane il prezzo di un barile (quest’ultimo composto di 159 litri di petrolio) si è dimezzato: da 51 a 25 dollari. Per un Paese esportatore di oil&gas, come la Norvegia, è una notizia drammatica: all’incirca il 19% delle entrate statali arrivano infatti dal settore petrolifero.

Il prezzo del petrolio dipende da una moltitudine di fattori diversi, ma perché sta crollando rovinosamente proprio adesso? Oggi questo prezzo si trova al livello più basso dal 2003; la crisi dei prezzi sta scuotendo un mondo già impegnato a respingere il coronavirus.

1. Coronavirus: allarmismo, misure di sicurezza e calo della domanda di petrolio

La pandemia globale sta causando una serie di inconvenienti ai produttori e alle compagnie petrolifere europee. Divieti di ingresso o di uscita, mancanza di merci, quarantene e una sostanziale riduzione del budget: ecco alcuni degli ostacoli che stanno rendendo difficile il loro lavoro. In primo luogo, comunque, la caduta dei prezzi è legata al fatto che nel mondo adesso si consuma meno petrolio in relazione alle misure prese contro il coronavirus.

La compagnia aerea scandinava SAS, la Norwegian e la Widerøe hanno cancellato migliaia di voli e lo stesso hanno dovuto fare praticamente tutte le linee aeree del mondo. La società di analisi Rystad Energy calcola che quest’anno per colpa del virus si utilizzerà globalmente nel trasporto aereo il 12% in meno di carburante rispetto all’anno scorso, ma il conto è stato fatto ipotizzando che in autunno le frontiere saranno già nuovamente aperte e i voli pienamente ripristinati.

È atteso anche un ribasso del trasporto su strada, con una conseguente diminuzione della richiesta di diesel e di benzina; Rystad Energy prevede che nel 2020 il traffico automobilistico scenderà del 2,2% rispetto al 2019, quindi ogni giorno si consumano 1,1 milioni di barili in meno. A febbraio, nella sola Cina per la produzione di diesel e di benzina sono stati impiegati al giorno 1,5 milioni di barili in meno rispetto alla quantità abituale, riporta Rystad Energy.

A causa del coronavirus, sostanzialmente l’intera Europa è ferma in quarantena, mentre gli Stati Uniti hanno annunciato lo stato di emergenza e hanno proibito l’accesso a chi proviene dal Vecchio Continente. Secondo Rystad, la domanda complessiva di petrolio nel 2020 diminuirà del 2,8% o in altri termini di 2,8 milioni di barili al giorno.

2. L’Arabia Saudita e la Russia hanno perso la pazienza e hanno scatenato la guerra dei prezzi

Negli ultimi anni, due dei tre maggiori produttori di petrolio al mondo, cioè Arabia Saudita e Russia, avevano collaborato allo scopo comune di limitare la produzione di greggio, in questo modo mantenendo alto il livello dei prezzi. Il produttore più grande, gli Stati Uniti, i quali hanno iniziato ad esportare soltanto dal 2011, al momento attuale riforniscono il mercato di enormi quantità di olio di scisto. Gli USA avrebbero potuto inondare il mondo con il loro olio di scisto, se nel cartello petrolifero dell’OPEC, guidato di fatto dall’Arabia Saudita in cooperazione con altri Paesi (come la Russia), non si fossero accordati per restringere le estrazioni. Ma questo accadeva fino a quando non è arrivato il coronavirus.

Anche se a molti è potuto sembrare un atto di improvvisa follia, la Russia ha stracciato l’accordo concluso con l’OPEC nel 2017. Nel momento in cui il cartello petrolifero ha proposto di limitare la produzione in connessione al diffondersi del virus, i russi si sono irritati; all’Arabia Saudita sarebbe spettata la quota maggiore di tagli, nel caso in cui la Russia e gli altri Paesi produttori avessero dato l’assenso a questa operazione, ma i russi non ci sono stati e hanno abbandonato il tavolo delle trattative, probabilmente per sempre. Invece di tenere in mano la situazione e fare appello all’OPEC per mantenere la calma e per restringere ulteriormente le estrazioni, i sauditi hanno preso una decisione diametralmente opposta: la vendicativa monarchia ha scatenato una guerra dei prezzi che potrebbe causare agli Stati dell’OPEC come Iraq, Ecuador e Venezuela danni non minori che a Russia e USA.

Poiché l’Arabia Saudita ha fatto intendere di essere pronta in futuro a vendere a basso costo grandi quantità di greggio all’Asia e all’Europa, il prezzo del petrolio è caduto. L’Iraq ha invitato tutti quanti a trovare un accordo per evitare che il mercato petrolifero si trasformi in un bagno di sangue. Come scritto dall’agenzia Bloomberg, la Russia ha ammesso di essere altamente danneggiata dal prezzo basso. L’Arabia Saudita, però, ha insistito nelle provocazioni, dichiarando che nei prossimi mesi produrrà 12,3 miloni di barili al giorno.

3. Arabi e russi vogliono schiantare gli americani

Nell’ultimo decennio lo tsunami dello scisto ha rivoltato il mercato del petrolio. Lo shale oil, che si estrae con una nuova complessa tecnologia, ha reso gli USA autonomi, mentre prima erano grossi importatori di greggio, e addirittura ne sono diventati i maggiori produttori. Sia la Russia che l’Arabia sanno che a rimetterci di più dalla guerra dei prezzi saranno proprio gli USA, perché estrarre lo scisto americano costa di più rispetto a quello russo e in particolare a quello arabo: i prezzi del petrolio bassi avranno enormi conseguenze per le compagnie americane del settore e per l’economia americana in generale, cosa di cui i russi avevano parlato all’incontro OPEC+.

Gli americani stanno già sentendo la pressione dei prezzi, ma ora si trovano davanti a una prova paragonabile allo scoppio di una bomba atomica sul mercato del petrolio, dice Louise Dickson, analista di Rystad Energy. Al tempo stesso nessuno dei Paesi produttori ci guadagna dal livello estremamente basso dei prezzi: si prevede, ad esempio, che le entrate dell’industria russia dell’oil&gassaranno quest’anno inferiori di 440,8 miliardi di corone norvegesi o a circa 3 miliardi di miliardi di rubli rispetto a quanto pianificato, a causa della guerra dei prezzi.

Il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia aveva già in precedenza avvertito questo mese dei pericoli derivanti dai rischiosi giochi tra Russia e Arabia Saudita. “Giocare alla roulette russa nel mercato del petrolio può essere molto nocivo e avere conseguenze serissime”, dice Fatih Birol.

Il prezzo potrebbe scendere ancora

Oggi il prezzo del petrolio è al suo livello più basso dal 2003, anzi anche più basso di quella soglia che aveva fatto ondeggiare l’economia norvegese e la sua industria petrolifera nel periodo 2014 – 2017. Per descrivere la situazione, gli esperti fanno uso di termini come “carneficina”, “crisi”, “follia”: ma allora il prezzo potrebbe andare ancora più giù?

La Rystad Energy ritiene che Paesi come Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e probabilmente anche la Libia immetteranno sul mercato ancora 3 milioni di barili al giorno come aggiunta all’attuale livello di produzione. Alla fine ci sarà molto più greggio di quello che serve a un pianeta chiuso in quarantena, così che il prezzo arriverà al punto più basso di tutta la storia. Jarand Rystad ha dichiarato al giornale Dagens Næringsliv che il prezzo potrebbe cadere fino ai 10 dollari al barile. “A mia memoria, questi sono gli eventi più drammatici mai capitati; si possono paragonare al 1986, con la sua crisi finanziaria e petrolifera e con Chernobyl”, ha dichiarato Rystad al Dagens Næringsliv.

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