I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Non affrettatevi a seppellire l’antracite

The International Affairs ha pubblicato una interessante intervista con il presidente della Fondazione “Politica mondiale e risorse” Yuri Shafranik.

– Yuri Konstantinovich Shafranik, le principali economie occidentali una dopo l’altra stanno prendendo la decisione di abbandonare l’utilizzo del carbone ad uso energetico. Per il 2022 la Gran Bretagna ha in programma di chiudere 7 centrali elettriche a carbone, mentre l’ultima cesserà di operare nel 2025. In quello stesso anno anche l’Italia rinuncerà al carbone, e la Francia sta accelerando i tempi previsti al 2023 per la chiusura delle sue centrali elettriche a carbone. In Germania, entro il 2022 i macchinari attualmente operanti a carbon fossile nelle centrali elettriche a carbone si ridurranno di più di un quarto. Davvero assisteremo presto al tramonto dell’era del carbon fossile?

– Faccio notare che l’età della pietra non finì perché non c’erano più pietre. Al contrario, le attendeva un grande futuro: al posto di servire come base per attrezzi primitivi usati dagli abitanti delle caverne, esse diventarono col tempo fondamento di capolavori dell’architettura e della scultura. Anche l’epoca del carbon fossile usato come carburante si sta avviando alla sua inevitabile conclusione. Lo sviluppo della chimica del carbone e delle tecnologie ad alto valore aggiunto darà senza dubbio all’umanità prodotti con caratteristiche quasi incredibilmente “magiche”.

– E adesso che cosa sta accadendo?

– Per il momento abbiamo ancora a che fare con i “rozzi” idrocarburi. Ad esempio, soltanto nei primi 10 giorni di febbraio 2021 la Germania ha aumentato gli acquisti di gas russo del 47,8% rispetto al medesimo periodo del 2019. Sono cresciuti gli acquisti da Gazprom a gennaio 2021 anche per l’Italia (221,5%), la Turchia (del 20,8%), la Francia (del 77,3%), i Paesi Bassi (del 21,2%) e la Polonia (del 89,9%). È chiaro che l’Europa non vuole stare al gelo, mentre le sorprese del riscaldamento globale sono imprevedibili per definizione: non si sa quali volumi di gas serviranno agli Stati della UE in una prospettiva storica. Qui il carbone non perde posizioni. Le basse temperature e l’aumento dei prezzi del gas hanno portato a fare sì che vengano caricate le centrali elettriche a carbone. L’export del carbone dalla Russia è cresciuto: se prima non era conveniente spedirlo in Europa, adesso le forniture sono riprese, constata Aleksandr Novak, ministro dell’Energia della Federazione Russa.

Foto – Belgrado, Serbia – 17 Gennaio 2019 – Il presidente Vladimir Putin,
raggiunge la sala per una conferenza stampa

E non è solamente un problema europeo. Non a caso, nelle riunioni dedicate alla questione dello sviluppo del settore carbonifero, il presidente Vladimir Putin ha fatto un’osservazione giusta: Per quanto riguarda le prospettive di lungo termine del mercato globale del carbone oltre il decennio attuale, so che vi sono previsioni differenti a questo proposito. Non è un segreto che alcune di esse ipotizzano una contrazione sostanziale del mercato, anche a causa dei mutamenti tecnologici nell’industria mondiale dei combustili e dell’attivo utilizzo delle fonti energetiche alternative. Sappiamo bene anche quello che così accade: che quando è arrivato il freddo, il Texas è rimasto congelato. E per scaldare i mulini a vento sono dovuti ricorrere a metodi molto lontani dalla difesa dell’ambiente. Magari anche questo condurrà a determinati correttivi.

– Nel mondo, però, cresce inesorabilmente la fede nell’onnipotenza delle fonti di energia rinnovabili…

– È evidente che le fonti di energia rinnovabili non possono coprire il crescente fabbisogno energetico che il mondo avrà nei prossimi anni: ciò significa che la domanda dei tradizionali idrocarburi continuerà ad aumentare. Quindi il vice direttore generale dell’Istituto di energia nazionale Aleksandr Frolov ha affermato sensatamente che non si può sostituire la Russia con nessuno, in qualità di fornitore di sorgenti di energia: Invece il sistema che si sta venendo a creare in questo momento, che ipotizza un settore energetico senza idrocarburi e che mette tra parentesi tutte le tradizionali fonti di energia e i mezzi di generazione di energia, presenta una serie di rischi che hanno già iniziato a manifestarsi negli ultimi anni, ma che vengono in larga parte ignorati.

– Nessuno con cui sostituire la Russia, ma gli ammonimenti verso di essa non smettono.

– Proprio così. E come nel caso del gas (quando da affidabilissimi fornitori di “fiamma azzurra”, al posto della gratitudine ci rimproverano da decenni di espansionismo e di monopolio), l’Occidente si pone contro i piani della Russia per lo sviluppo dell’industria degli idrocarburi. Secondo quanto dice la testata tedesca Welt, il presidente russo Vladimir Putin nell’adottare il “Programma di sviluppo dell’industria carbonifera fino al 2035” scommette sul fatto che nel passaggio mondiale alle fonti di energia rinnovabili, la cosiddetta transizione energetica, non si riuscirà a concludere nulla. E allora la Russia si troverà ad essere l’unico venditore di carbone con le più grandi riserve del pianeta (…) In circostanze del genere, il Cremlino può (…) guadagnare denaro non solo dalle esportazioni di petrolio e gas, ma il regime di Putin ricaverà profitti anche dal carbone.

– Sono invidiosi?

– Certamente. L’inasprimento della concorrenza sul mercato energetico globale acutizza anche l’invidia dei competitori. D’altro canto, non ci avevano manifestato la benché minima solidarietà quando l’industria russa del carbone si trovava in una situazione estremamente pesante. Voglio ricordare che all’inizio degli anni ’90 si era evidenziata una serie di criticità legate alla formazione della dinamica dei prezzi di mercato del carbone all’interno del Paese e sul mercato mondiale; occorreva risolvere una serie di compiti, compresa la creazione di un mercato concorrenziale del carbone, il risanamento socio-economico ed ecologico e la garanzia di stabilità sociale nelle regioni estrattive, nonché la ristrutturazione dell’industria carbonifera.

– Ma anche in Occidente si sono scontrati con la necessità di riordinare il settore carbonifero.

– È vero. In primo luogo, però, la riforma nei Paesi europei si può definire come una routine: è durata decenni ed è stata avviata per mano dello Stato, preoccupato dalla contrazione del settore carbonifero nel blocco economico dell’energia. In secondo luogo, al tempo stesso appena qualche decina di migliaia di persone è stata resa libera da condizioni operative tremende per poter passare a lavorare in settori diversi. Per quanto riguarda la riforma condotta in Russia, si è trattato di qualcosa di semplicemente unico. Bisogna sapere che questo giovane Paese aveva ricevuto dall’URSS una triste eredità: il crollo di tutti i parametri economici (con l’automatica caduta del consumo di carbone) e una crescente tensione sociale. L’industria carbonifera si andava sgretolando secondo tutti gli indici: tecnico, tecnologico, di sicurezza estrattiva, e i più bassi erano quelli di produttività e di efficienza della produzione.

Per di più, il gas stava cacciando via dall’economia il carbone (anche se ancora a inizio anni ’90 persino a Mosca c’era un grosso segmento di generazione energetica con antracite). Della competitività dell’industria russa del carbone (peraltro sovvenziata al 100% dallo Stato) sul mercato mondiale nemmeno si poteva parlare.  Tra l’altro, la crisi sociale nel Paese era catastrofica ed erano estremamente ardue le condizioni di vita nei villaggi e nelle città minerarie. Nel settore si contavano circa 900mila operai: se si aggiungevano al conto le loro famiglie, allora versavano in condizioni incredibilmente dure qualcosa come 3 milioni di persone. Il settore stesso era in grossa difficoltà sia per la produzione, sia per la vendita, sia per l’afflusso di proventi e infine in generale per le prospettive.

Era in un contesto del genere che iniziò la riforma. Il programma di ristrutturazione dell’industria carbonifera fu elaborato dal Ministero del Carburante e dell’Energia. La sua sostanza consisteva in tre pilastri: 1. Chiusura delle produzioni pericolose o non più convenienti ed eliminazione di tutte le sovvenzioni statali; 2. Protezione sociale dei lavoratori licenziati; 3. Revamping delle imprese e stimolazione di nuovi progetti efficienti. In tutto il periodo della ristrutturazione vennero chiuse 202 imprese carbonifere (187 miniere e 15 pozzi) che erano di proprietà federale. Non solo: vennero anche tolte dal business proficuo anche società di servizi in passivo, attività secondarie e strutture di carattere sociale e furono licenziati i lavoratori in eccesso. Al momento finale della fase principale della ristrutturazione del fondo minerario (al primo gennaio 2004), la struttura produttiva del settore era rappresentata da 104 miniere e 137 pozzi con una potenza produttiva complessiva di 292,5 milioni di tonnellate, nonché da 41 impianti di arricchimento con una potenza totale di lavorazione di 111,2 milioni all’anno. Il volume di personale impegnato nel ramo arrivava a circa 295mila persone. Oggi, nell’industria carbonifera operano 57 miniere e 120 pozzi, metà dei quali è entrata in funzione dopo il 2000 e utilizza attrezzature a prestazioni elevate e moderne tecnologie estrattive.

Per via dell’aumento della produttività del lavoro, il numero degli occupati del settore è diminuito dai 900mila del 1992 ai 145mila del 2018. Il volume di estrazioni nel 2000 era di 258 milioni di tonnellate e nel 2019 di 439,2 milioni. Le forniture di carbone per l’export nel 1990 erano di 52,1 milioni di tonnellate e nel 2019 di 217,5 milioni. Gli investimenti nei terminali carboniferi sul mar Nero e in particolare nell’Estremo Oriente russo hanno permesso di aumentare il trasbordo da 36,9 milioni di tonnellate del 2011 ai 106 milioni del 2020.

Gli introiti finanziari dall’export sono cresciuti di 4 volte e hanno raggiunto nel 2019 i 16 miliardi di dollari; in altre parole, l’industria carbonifera russa risulta essere assolutamente efficiente, redditizia e competitiva. A proposito, a seguito della privatizzazione delle estrazioni di carbone, ora il 100% del volume totale viene estratto nel Paese da compagnie private (i vertici della Federazione Russa hanno trovato i meccanismi per lavorare insieme al settore privato, regolamentando, aiutando e creando le condizioni per lo sviluppo). Tuttavia, come nel caso nel “problema del gas”, la Russia è riuscita a stento a entrare nei mercati esteri con grandi quantità e carbone di maggiore qualità (e con prezzi più accettabili): sono subito arrivate le ammonizioni dei concorrenti del Vecchio e del Nuovo Mondo, perché la Russia, dicono, non fa nulla per l’energia green.

– E allora, con tali successi del settore, magari possiamo non preoccuparci più per il suo futuro in un ambiente concorrenziale?

– L’industria carbonifera potrebbe, al contrario, dare avvio a un nuovo potente effetto moltiplicativo, per il quale è necessario un passaggio graduale del campo alla nuova qualità tecnologica, garantita dall’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili (MTD), delle avanzate tecnologie digitali e intelligenti, dei sistemi robotizzati, dell’intelligenza artificiale e della lavorazione profonda degli idrocarburi grezzi. A dir la verità, lunghi periodi di prezzi bassi rappresentano il fattore principale di rischio per lo sfruttamento di nuovi e promettenti giacimenti carboniferi, in particolare di quelli in cui è necessario sviluppare le infrastrutture di trasporto e di terminali. Tuttavia, le compagnie russe del carbone mantengono posizioni concorrenziali per il costo di produzione delle estrazioni, cosa non di poco conto per la conquista di un proprio segmento sui mercati esteri.

– Dove esattamente?

– Notiamo come l’uso del carbone abbia un ruolo particolarmente significativo (47%) nella bilancia energetica dei Paesi a rapido sviluppo dell’area Asia-Pacifico, che hanno una quota del 44% del consumo energetico del mondo. Il carbone inoltre forma una parte importante nella produzione di energia elettrica in regioni come l’Africa (22%), le ex Repubbliche sovietiche (14%) e l’Unione Europea (13%). Tenendo conto di una serie di difficoltà, si può ipotizzare che il carbone rimarrà una delle sorgenti cruciali di energia nel medio termine (5–10 anni). Secondo i dati di British Petroleum, alla fine del 2019 la Russia occupava il secondo posto (15%) al mondo dopo gli USA per le riserve di carbone. E contando il livello di estrazioni raggiunto, le riserve combinate di carbone nella Federazione Russa basteranno per 370 anni. Ma persino nel caso in cui le riserve, le estrazioni e il loro trasporto siano convenienti soltanto per qualche decennio, le sovvenzioni statali all’industria carbonifera sotto forma di sviluppo delle infrastrutture ferroviarie e portuali sarebbero giustificate, perché questo settore garantisce un numero significativo di posti di lavoro e rappresenta per il Paese una fonte importante di proventi da export.

Foto – Il senatore Alexei Sinitsyn

Purtroppo, al momento attuale il primo problema delle compagnie carbonifere è la possibilità di mettere il carbone sulla direttrice asiatica, dice il senatore del Kuzbass Alexei SinitsynLa Transiberiana e la ferrovia Bajkal-Amur sono come dei colli di bottiglia che trattengono i più importanti flussi di carbone. Oggi non possiamo portare da quella parte l’intero volume di carbone che produciamo e che potrebbe essere richiesto su questo mercato. Perciò il principale fattore di sviluppo del ramo carbonifero e in generale della direttrice orientale è costituito dal cosiddetto sviluppo del Poligono orientale, ovvero l’allargamento delle capacità di trasporto della Bajkal-Amur e della Transiberiana. Tra l’altro, proprio il mercato asiatico consuma oggi l’80% di tutto il carbone da energia prodotto al mondo. Questo è ciò che avviene ora, ma per quanto concerne i prossimi 370 anni, è possibile che sulla Terra cessi molto prima di esservi il bisogno di carbone. Per il momento basta solo lavorare senza abbassare i tempi di innovazione e di produzione raggiunti adesso.  Senza dubbio nel breve e nel medio termine il carbone russo non perderà le sue posizioni di mercato e sarà richiesto dai consumatori stranieri (anzitutto dai Paesi dell’area Asia-Pacifico), fornendo di conseguenza introiti ai produttori nazionali e alla Russia. Proprio la riforma che è stata fatta in questo campo e i risultati ottenuti grazie ad essa (per efficienza e per redditività della produzione, per produttività del lavoro, per impatto ambientale e per competitività) consentono di affermarlo con certezza.

Tuttavia, nei prossimi 10 anni dovremo, analizzando attentamente le circostanze del momento e prevedendo con ponderatezza lo sviluppo del mercato globale del carbon fossile, ottenere un passaggio sicuro del settore a una nuova qualità tecnologica con prevalenza di prodotti ad alto valore aggiunto e della chimica del carbone. È una sfida difficilissima alla quale è necessario rispondere rapidamente!

Condividi questo post

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password