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Medio Oriente, il Piano di pace Trump rischia di sollevare venti di guerra

Tunisi, 4 febbraio 2020 – Un progetto di risoluzione sulla Palestina, presentato martedì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, considera il piano di pace in Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump una violazione del diritto internazionale. Il documento elaborato da Tunisia e Indonesia afferma che l’accordo contraddice le risoluzioni ONU finora adottate e mina i diritti del popolo palestinese e le sue aspirazioni nazionali, tra cui l’autodeterminazione e l’indipendenza. La votazione del progetto da parte dei 15 Stati membri del Consiglio è prevista l’11 febbraio, in occasione della visita del presidente palestinese Mahmoud Abbas al Palazzo di vetro. È ovvio che gli Stati Uniti si opporranno documento utilizzando il veto: fonti diplomatiche affermano che in tal caso i palestinesi potrebbero chiedere un voto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite dove il veto non è contemplato, come era accaduto a fine 2017 quando il riconoscimento unilaterale americano di Gerusalemme come capitale di Israele era stato rigettato. Il progetto di risoluzione afferma “l’illegittimità di qualsiasi annessione dei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est”, e ritiene che il piano USA rappresenti una palese violazione del diritto internazionale che mina la soluzione a due Stati e le prospettive di una pace globale, giusta e permanente. Il documento ribadisce inoltre il mantenimento degli standard di pace finora riconosciuti dalla comunità internazionale, con i confini stabiliti nel 1967 e lo status di Gerusalemme come capitale di due Stati che vivono pacificamente fianco a fianco. 

Il presidente Trump aveva annunciato martedì 28 gennaio alla Casa Bianca quello che ha definito l’accordo del secolo tra israeliani e palestinesi, il piano “Vision for Peace, Prosperity and a Brighter Future”. Trump – si legge in un comunicato della Casa Bianca – “riconosce che è tempo di un nuovo approccio per raggiungere la pace, la sicurezza, la dignità e le opportunità per Israele e il popolo palestinese”. “Questa visione -aggiunge – è il piano più serio, realistico e dettagliato che sia mai stato presentato, che potrebbe rendere gli israeliani, i palestinesi e la regione più sicuri e più prosperi. Questa visione è solo il primo passo e fornisce la base per progressi storici verso la pace. Gli Stati Uniti sperano che questa visione porti a negoziati diretti tra Israele e i palestinesi”. In realtà, l’idea di Trump è stata immediatamente rigettata dai palestinesi e da gran parte del mondo arabo, sceso in piazza in sostegno del popolo palestinese. L’Autorità Palestinese ha deciso di tagliare i rapporti con l’amministrazione americana sullo sfondo della sua politica nei confronti della Palestina, come dichiarato venerdì scorso dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, che ha inoltre sottolineato come si siano “rifiutati di ricevere l’accordo dal primo momento del suo annuncio”. Mahmoud Abbas ha anche accusato il presidente israeliano Benjamin Netanyahu di non credere in un processo di pace, rivelando che nessun progresso è stato compiuto durante il suo mandato.

Infografica – La Palestina in cifre

Migliaia di giordani hanno manifestato venerdì contro il piano del presidente Trump, mentre la bandiera israeliana veniva bruciata ad Amman tra i canti “morte ad Israele”. Circa tremila persone hanno partecipato sabato a un corteo partito dalla moschea Al-Husseini, nel centro della capitale della Giordania, in mezzo a una sicurezza rafforzata. I manifestanti reggevano striscioni con le scritte “La Giordania rifiuta l’affare del secolo” o “L’affare del secolo è rovesciato”, tra le bandiere giordane e palestinesi. Stesse scene si sono ripetute anche in Libano. Mentre ieri mercoledì 5 febbraio in migliaia tra i rappresentanti della società civile, le organizzazioni professionali e i partiti politici hanno preso parte a una marcia nella centralissima Avenue Bourghiba a Tunisi, per dire basta all’occupazione della Palestina. L’evento è stato promosso dal potente sindacato generale del lavoro tunisino (UGTT) il cui segretario generale, Noureddine Taboubi, ha commentato che la partecipazione di un gran numero di cittadini dimostra il forte rigetto di quello che ha definito l’accordo della vergogna. Taboubi ha pure chiesto la criminalizzazione di tutti coloro che intrattengano rapporti con l’entità sionista e la condanna di tutti i tentativi di avvicinare Israele al mondo arabo: “la Palestina non è in vendita e Al-Quds (il nome arabo di Gerusalemme, n.d.r.) è la capitale eterna dei palestinesi”. Precedentemente, il presidente tunisino Kaies Saied si era espresso in maniera ferma contro il piano di pace della Casa Bianca, affermando che “la Palestina non è una fattoria o un giardino che può essere oggetto di un accordo” e ribadendo che la Tunisia considera la causa palestinese come sua causa centrale, garantita dai testi di legittimità internazionale nonostante le sue carenze. Il presidente ha affermato che qualsiasi modifica dei diritti legittimi e naturali dei palestinesi debba essere respinta. “L’idea della normalizzazione è il prodotto della cultura della sconfitta, un crimine deleterio e un tradimento”, ha dichiarato dal palazzo di Cartagine.

La protesta

Il cosiddetto “Deal of the Century” permetterebbe a Israele di annettere circa il 30% dei territori della Cisgiordania, in netto contrasto con le risoluzioni delle Nazioni Unite che hanno ribadito il loro impegno di lunga data nella realizzazione di una soluzione a due Stati, con israeliani e palestinesi “che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza, all’interno di confini riconosciuti, sulla base delle linee pre-1967”.  “Ciò che il piano americano offre è una soluzione a mezzo stato – ha detto Michael Lynk, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato, aggiungendo riferendosi alle terre natali stabilite per i sudafricani neri durante l’apartheid che – questa non è una ricetta per una pace giusta e duratura, ma piuttosto sostiene la creazione di un Bantustan del 21mo secolo in Medio Oriente”. “Lo Stato palestinese previsto dal piano americano sarebbe costituito da arcipelaghi sparsi di territori non contigui completamente circondati da Israele, senza frontiere esterne, senza controllo sul suo spazio aereo, senza diritto a un esercito in grado di difendere la sua sicurezza, nessuna base geografica per un sistema vitale economico, nessuna libertà di movimento e nessuna capacità di lamentarsi con i tribunali giudiziari internazionali contro Israele o gli Stati Uniti”. Lynk ha deplorato con forza la proposta di legalizzare gli insediamenti israeliani e ha esortato tutti i paesi terzi a condannare qualsiasi tentativo di annessione del territorio palestinese, già proibito dal diritto internazionale. “Questo atto unilaterale mina il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e minaccia di trascinare il mondo in tempi più bui, quando la conquista era accettabile, i confini potevano essere ridisegnati e l’integrità territoriale veniva regolarmente minata”, ha affermato il relatore. Secondo il piano americano, Gerusalemme rimarrebbe la capitale indivisa di Israele, una mossa angosciante secondo Link, in quanto “riconosce la conquista e l’annessione illegale di Gerusalemme est, che rimane territorio occupato ai sensi del diritto internazionale, come previsto da decine di risoluzioni delle Nazioni Unite”.  L’esperto ha anche contestato le proposte che impedirebbero ai rifugiati palestinesi di tornare alle loro case in Israele. “Nulla nel piano Trump altera la costante prevalenza delle leggi sull’occupazione, i diritti umani dei palestinesi sotto occupazione e l’obbligo assoluto per la comunità internazionale di raddoppiare gli sforzi per raggiungere una soluzione giusta, equa e duratura sulla base di uguali diritti per palestinesi e israeliani”. Ha infine ricordato che “il diritto internazionale rimane la stella polare, l’unica guida per una pace sostenibile in Medio Oriente”.

Israele ha mobilitato ulteriori forze in Cisgiordania e ai confini con la Striscia di Gaza, dopo il massiccio rifiuto popolare espresso dai palestinesi per il piano di pace di Trump. I territori occupati hanno assistito a molte manifestazioni, in particolare nella Jordan Valley. L’esercito israeliano ha bombardato i siti di Gaza sostenendo di mirare a missili lanciati da quell’area, e poi ha deciso di inviare rinforzi in Cisgiordania e Gaza. Qui scontri tra giovani palestinesi e l’esercito israeliano si sono verificati mercoledì scorso, provocando centinaia di vittime. La Mezzaluna rossa palestinese ha riferito che 41 persone sono rimaste ferite durante gli scontri nella valle settentrionale della Giordania, nel campo profughi di Al-Aroub, Tulkarm e Al-Bireh, aggiungendo che le lesioni sono state causate da gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. L’organizzazione umanitaria ha comunicato che almeno tre feriti sono morti in ospedale dopo il loro ricovero. Nella Gerusalemme est occupata, un collega dell’AFP ha riportato che i soldati israeliani hanno soppresso una manifestazione a cui stavano partecipando decine di palestinesi, cercando di raggiungere una delle porte della Città Vecchia. A quanto pare, i manifestanti cantavano “Gerusalemme è araba” mentre venivano catturati dalle forze speciali israeliane.

Le Nazioni Unite hanno riferito inoltre che 35 palestinesi a Gaza sono morti durante gli ultimi combattimenti. Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che le forze israeliane hanno colpito 111 palestinesi, tra cui 46 bambini. “Ancora una volta, attacchi e missili israeliani e palestinesi hanno ucciso e ferito civili mettendo a rischio innumerevoli vite”, ha dichiarato Gerry Simpson, direttore associato di crisi e conflitti di Human Rights Watch (HRW). “L’incapacità di lunga data delle autorità israeliane e palestinesi di tenere conto dei responsabili di possibili crimini di guerra, evidenzia la necessità di un controllo da parte della Corte penale internazionale”. L’organizzazione ha inoltre reso noto che due attacchi aerei israeliani a Gaza durante i combattimenti con gruppi armati palestinesi, nel novembre 2019, hanno ucciso almeno 11 civili, in apparente violazione delle leggi internazionali che disciplinano il conflitto. Tra il 12 e il 14 novembre 2019, gruppi armati palestinesi hanno anche sparato centinaia di missili e mortai in Israele, causando il ferimento di 78 civili, secondo le Nazioni Unite. Anche questi attacchi hanno violato le leggi della guerra. Almeno due missili apparentemente sparati da gruppi armati palestinesi sono atterrati a Gaza: uno ha ucciso un uomo palestinese e ferito altri 16, mentre l’altro ha colpito gli uffici di un’organizzazione locale per i diritti umani, causando parecchi danni, ma nessuna vittima. I due attacchi aerei israeliani, su cui ha indagato HRW, hanno colpito obiettivi civili, ma con scarse o nessuna prova del fatto che gli aggressori prendessero tutte le precauzioni possibili per evitare o minimizzare la perdita di vite non militari. Il primo dei due attacchi è avvenuto intorno alle 9 del mattino del 13 novembre. Un missile guidato ha ucciso Rafat Ayyad, 54 anni, e due suoi figli, di 7 e 23 anni, mentre guidavano una motocicletta nel quartiere di al-Zeitoun, due chilometri a est di Gaza City. Tre parenti e vicini, che hanno visitato la scena subito dopo l’attacco, hanno riferito di aver sentito il ronzio dei droni sopra le loro teste immediatamente prima del raid. Né Rafat né suo figlio maggiore hanno legami con alcun gruppo armato. Nessuno dei gruppi armati di Gaza, infatti, si riferiva a loro sui loro siti Web come a militanti o li ha rivendicati come martiri sui social network, come invece si usa quando a perire sono i militanti veri e propri. Non è stata trovata alcuna prova indicante che Rafat o suo figlio maggiore fossero combattenti, mentre le autorità militari israeliane non hanno commentato pubblicamente l’attacco.

Le proteste per l'accordo di Pace Trump - Foto Tomassini (Strumentipolitici.it)
Le proteste per l’accordo di Pace Trump

I palestinesi temono di venir uccisi per il semplice fatto di essere palestinesi. La stessa paura ci è stata espressa all’interno del campo profughi palestinesi di Shatila, in Libano. “Ci ammazzeranno tutti e nessun presidente arabo muoverà un dito per noi”, ci confessa con un nero umorismo Aref, appartenente al fronte per la liberazione della Palestina, il quale con la sua numerosa famiglia vive all’interno del campo. Una città nella città di Beirut. “Prima o poi Israele ci bombarderà. Diranno che eravamo terroristi o che nascondevamo armi di Hezbollah. È tutta una menzogna”, afferma Aref commentando il piano di Trump, dal quale non è rimasto affatto sorpreso. “Così è la vita, mentono tutti”, conclude mostrandoci le foto da ragazzo con in braccio un fucile, così ieri come oggi.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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