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L’ultima chance degli Stati Uniti in Medio Oriente. Diplomazia dove ha fallito la forza militare

Benaim e Sullivan dipingono uno scenario mediorientale del dopo-Trump, in cui l’attuale presidente ha già perso le elezioni, e propongono all’America di aggiungere l’uso della diplomazia a quello della forza militare, mantenendosi però sempre aggressivi verso Iran e Russia. E che Arabia Saudita ed Emirati Arabi non si illudano: a tutti gli effetti della loro sicurezza poco interessa agli Stati Uniti. Scrivono infatti i due giornalisti che “l’atteggiamento aggressivo di Trump verso l’Iran non significa essere pronti a difendere da esso Riad e Abu Dhabi”. Ciò difficilmente cambierà, anche se gli autori propongono un programma di riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran per danneggiare quest’ultimo poco per volta, non come Trump che vorrebbe raggiungere tale scopo con sanzioni aspre e uccisioni di generali.

Gli specialisti di politica estera americana si stanno giustamente spremendo le meningi per riuscire a capire quanto gli Stati Uniti debbano essere coinvolti negli affari mediorientali. Due articoli in particolare offrono spunti di riflessione: quello di Martin Indyk sullo Wall Stree Journal e quello di Mara Karlin e Tamara Cofman Wittes su Foreign Affairs: entrambi i pezzi constatano come agli USA siano rimasti pochi interessi vitali in quella regione, o per lo meno pochi interessi per i quali convenga andare incontro a una nuova guerra. In Medio Oriente Washington dovrebbe alla fin fine “agire di meno”, come scrivono le caritatevoli autrici Karlin e Wittes, proponendo di lasciare in giro meno “zampini” in quell’area semplicemente perché non ne vale la pena. Sono passati i tempi in cui 180mila soldati americani combattevano in Iraq mentre il prezzo del petrolio in aumento legava l’economia USA al famigerato barile. Inoltre la tremenda pandemia mondiale funge da potente monito per l’America: occorre effettuare una revisione delle priorità per potersi adattare al contrasto delle minacce più impellenti di oggi e del futuro.

Attualmente la tendenza all’abbassamento delle spese per il Medio Oriente ha un fondamento largo e solido in tutta la politica americana: sia il presidente Trump sia i suoi oppositori del Partito Democratico parlano della necessità di mettere fine alle guerre senza fine. Ma questa stessa tendenza rimarrà indefinita; vediamo l’inizio del discorso, ma non ne conosciamo i risultati. Del resto, la diminuzione della presenza americana in Medio Oriente richiede il mantenimento di un equilibrio molto sottile: bisogna eliminare in parte lo “zampino” degli USA, ma senza dare luogo a minacce per la sicurezza, e bisogna anche conservare una grande forza di deterrenza bellica e al tempo stesso la propria influenza dove continua ad essere necessaria per quegli interessi americani che ancora vi sono nella regione.

La risposta dell’amministrazione Trump a questa sfida è stata insufficiente. Il motivo è che la risposta è stata generata da aspirazioni che si annullano a vicenda: da un lato, Trump vuole andarsene dalla regione, ma dall’altro vuole essere rigido con l’Iran. Quegli istinti di Trump, partoriti dalla presenza nella politica americana della tradizione del presidente Jackson (il bellicoso presidente degli USA che all’inizio del XIX secolo combatté duramente contro gli indiani, N.d.R.) lo costringono a mandare laggiù un contingente ulteriore di 20mila uomini, ma contemporaneamente egli parla sempre di piani per togliere le truppe dalla zona. Il risultato è assolutamente negativo sui fronti di entrambi i desiderata, senza alcun tornaconto positivo: l’attività militare e la passività diplomatica danno carta bianca ai nostri partner della zona per avere un comportamento destabilizzate. E la regione stessa si trova costantemente sull’orlo di un conflitto ancor peggiore.

Se l’approccio di Trump è sbagliato, allora qual è quello giusto? Troppo spesso i dibattiti si riducono al problema di definire una linea militare precisa: gli Stati Uniti devono restare nella regione o devono abbandonarla? Un approccio di gran lunga più adeguato dovrebbe essere il seguente: precisione e chiarezza sugli interessi americani più un piano ben definito per la loro protezione. Solo questo potrebbe cambiare il ruolo degli USA nella situazione che si va costituendo nella zona, situazione che gli USA stessi hanno contribuito a creare lasciando dietro di sé caos, sofferenze e mancanza nelle persone di un senso di protezione. Alla fin fine Trump non è né il primo né l’ultimo presidente americano ad aver cominciato con la promessa di diminuire la presenza americana in Medio Oriente per poi ritrovarsi implicato negli accadimenti della regione, contro voglia ma molto coinvolto.

Un strategia migliore potrebbe essere quella di agire contemporaneamente in modo meno ambizioso su un fronte e più ambizioso su un altro, cosa che proviene dalla tradizionale politica americana in Medio Oriente. Meno ambiziosamente per quanto riguarda gli obiettivi militari che gli USA si sforzano di raggiungere, meno ambiziosamente nel cercare di ridisegnare con l’arbitrio la vita interna delle nazioni mediorientali. Più ambiziosamente, invece, nello sfruttare l’influenza e la diplomazia americane per condurre una deescalation della tensione, con lo scopo di un nuovo modus vivendi e di una nuova vita per i Paesi chiave della zona. Gli Stati Uniti hanno cercato più volte di utilizzare metodi militari per ottenere in Medio Oriente quei risultati che sono semplicemente impossibili da raggiungere. È arrivato allora il momento di passare a una diplomazia aggressiva per avere effetti più duraturi e stabili.

Vuoto diplomatico

Mentre le considerazioni della diplomazia nella regione si concentrano su come USA e Iran possano nuovamente trovare un “accordo nucleare”, alla carica di presidente in America potrebbe accedere un rappresentante del Partito Democratico. Togliersi dalla strada che va verso uno scontro sulla “questione nucleare” è un compito urgente e al tempo stesso importante, ma non è l’unico obiettivo diplomatico che si presenterebbe agli Stati Uniti. Gli USA devono anche lottare per annodare un dialogo strutturato a livello regionale, un dialogo che peraltro deve essere condotto con l’appoggio dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: in questa maniera sarebbe possibile scorgere la via che porta a un abbassamento della tensione e tastare il terreno verso la deescalation, ed infine eliminare la sfiducia.

Le due più grosse componenti del gioco nella regione sono Arabia Saudita e Iran. Entrambe, al momento dell’elezione del nuovo presidente USA nel 2021, si staranno leccando le ferite provocate dalla caduta del prezzo del petrolio e dai colpi inferti dal COVID-19 alla sanità e all’economia. L’epidemia ha colpito l’Iran molto presto e in modo particolarmente forte. In passato accadeva che le crisi umanitarie diventassero motivo per “disgeli” diplomatici, così anche oggi potrebbero essere causa di rasserenamento nella regione di cui parliamo. Iran e Arabia Saudita adesso si trovano ai ferri corti; di recente vi è stato l’ennesimo acuirsi degli attriti. Ma ora, se la situazione generale di salute dovesse migliorare, i due Paesi potrebbero adottare nuovi provvedimenti per rafforzare la fiducia partendo dall’esperienza acquisita: ad esempio potrebbero pianificare insieme la ripresa dei pellegrinaggi (hajj) alla Mecca. E potrebbe affiancarsi a una parallela ripresa dei pellegrinaggi per gli sciiti che vivono sul territorio dell’Arabia Saudita e i cui luoghi sacri si trovano in Iran. Avrebbe un peso molto maggiore la promessa da parte dei due Stati di non interferire nei reciproci affari e di rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dei vicini, almeno finché non cessino le sfide interne all’esistenza stessa sia dell’Iran che dell’Arabia Saudita. Se tali promesse reciproche venissero rispettate, allora ne conseguirebbe un significativo progresso.

Se le circostanze dovessero diventare più favorevoli – e in questo potrebbe essere d’aiuto una spinta dall’esterno – nell’area del Medio Oriente si aprirebbero discorsi ancora più significativi, riguardanti cioè lo Yemen, la Siria e i Paesi del golfo Persico come il Bahrein. Si dovrebbe parlare anche della sicurezza dei tratti marittimi. Alcuni oppositori evidentemente ne avrebbero a male nell’apprendere che seguendo queste modalità le potenze regionali (ossia Arabia Saudita e Iran, N.d.R.) conducono trattative sul destino di Paesi terzi della zona. Comunque, sospendere le cosiddette guerre per procura sarebbe già un passo avanti (le guerre per procura sono scontri armati in cui le effettive parti in conflitto si combattono sul territorio di Stati terzi utilizzando i propri agenti e sostenitori sul luogo, come ad esempio in Siria, dove a combattere c’erano gruppi armati uno dei quali appoggiato da USA e UE, e gli altri dall’Iran o da altri Paesi). Si tratterebbe di un passo verso il ripristino della sovranità di piccoli Paesi del Medio Oriente. E il successivo passo in questa direzione sarebbe rappresentato da un accordo che costringa l’Iran a fermare la fuoriuscita di tecnologie missilistiche avanzate verso i suoi alleati e agenti che combattono per loro procura. Certo, il raggiungimento di concordati regionali di questo genere sembrerebbe per il momento un rompicapo insolubile, ma persino un tentativo fallito ci aiuterebbe ad elaborare alcuni schemi per ottenere in futuro accordi più stringenti che limiterebbero finalmente qualunque azione iraniana al di fuori dei propri confini.

Sono questi gli sforzi che andrebbero a colmare i vuoti nell’attività della nostra diplomazia e che al momento attuale troppo spesso sono riempiti nella pratica dalla bruta forza militare USA. Il Medio Oriente polarizzato in maniera fortissima rimane una delle regioni meno integrate al mondo; al suo interno non vi sono enti o istituzioni riconosciute da Paesi diversi che possano unificare questa area creando un unico sistema di valori o di difesa. Un’organizzazione del genere vi è in Africa ed è l’Unione africana, che prende decisioni importanti sulle operazioni di pace. In Sud America vi è l’Organizzazione degli Stati americani (OAS), che aiuta gli USA a lottare contro lo scivolamento degli Stati democratici più giovani indietro verso la dittatura. Ed ecco che la Lega araba non è riuscita ad accumulare la stessa autorità dell’OAS e dell’Unione africana e non comprende nel suo novero i tre Stati più potenti della regione, tra cui l’Iran. Il Consiglio di cooperazione del Golfo è stato privato di forza e di significato nel momento in cui l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso un embargo economico contro il Qatar. Il concetto avanzato da Trump di una “variante araba della NATO” si focalizza sullo sfruttamento delle rivalità a livello regionale e sulle corrispondenti garanzie di sicurezza da parte degli USA, ma non si basa sul promuovere gli interessi nazionali dei potenziali membri di questa simil-NATO.

Il dialogo regionale su questioni come pace e sicurezza non richiederebbe nuove istituzioni formali o accordi ufficiali: al loro posto, un tale dialogo deve avere invece un formato inclusivo con un’agenda flessibile. Sarà anche necessario dare la possibilità di indagare sulle forze e sui mezzi di tutti, perchè alcuni antagonisti potrebbero voler determinare con precisione le intenzioni e le facoltà degli altri. L’opzione migliore consisterebbe in negoziati condotti con l’appoggio statunitense, ma senza l’effettiva presenza degli USA. Occorre che i Paesi arabi del golfo Persico siano sicuri che al tavolo delle trattative siano rappresentati i loro interessi, non quelli di altri. Nel complesso, bisognerebbe sforzarsi di effettuare colloqui bilaterali, considerando che l’Arabia Saudita sia per le proprie dimensioni che per il ruolo nella regione supera gli altri Paesi della zona, mentre gli altri Stati del golfo hanno interessi e orizzonti molto diversificati. Ai negoziati potrebbero essere portati anche soggetti esterni di grande rilievo, compresi Russia ed Europa. Per agevolare un tale processo negoziale potrebbero anche essere utilizzati i frutti della diplomazia diretta degli Stati Uniti.

Un ricamo sottile, il filo nell’ago

Nel suo sforzo di ridare vita alla diplomazia regionale, Washington deve porsi due domande difficili e poi dare una risposta. La prima domanda è questa: quanto strettamente possono essere collegati l’iniziativa di negoziati regionali e l’accordo nucleare con l’Iran. Quello che stiamo facendo adesso è la ricetta perfetta per l’insuccesso, cioè cercare di allineare la sospensione del lavoro iraniano di arricchimento di materiale radioattivo (ossia avvicinarsi alla costruzione di una propria bomba atomica, N.d.R.) con richieste massimaliste su come vogliamo vedere la regione. Un esempio è la richiesta del Segretario di Stato Pompeo affinché nemmeno uno stivale militare iraniano calpesti più il suolo siriano. Per mettere insieme questi nostri due desideri (disarmare l’Iran ed eliminare la sua influenza sui Paesi più piccoli della zona, N.d.R.) serve un approccio graduale, “a fasi”: solo così riusciremo a infilare il filo nella cruna dell’ago, esigendo apertamente un progresso sulla non proliferazione delle armi nucleari in Iran e creando senza essere notati uno spazio per agire contro le sfide di quella regione. Con un atteggiamento del genere gli USA continuerebbero senza indugio il processo diplomatico con l’Iran sulla strada del nucleare. Salveremmo il salvabile dall’accordo nucleare del 2015, sbriciolatosi non appena l’amministrazione Trump ne è uscita nel 2018. Gli Stati Uniti avrebbero poi potuto tornare a lavorare nel formato “6 + Iran” e raggiungere tramite negoziati un nuovo accordo che si fondi su quanto già ottenuto nel 2015. Al tempo stesso gli USA e gli alleati del nostro Paese potrebbero progredire lungo il percorso delle questioni regionali, ottenendo ciò che serve loro in quella parte della zona che si trova al di fuori dell’Iran. Sia chiaro: l’arresto dell’avanzamento verso la costruzione di proprie armi nuclari – ed è un importante interesse nazionale americano – non deve legarsi al successo nel dialogo regionale. È possibile solamente l’approccio secondo lo schema di “connessione debole”, in cui togliere le sanzioni americane verso l’Iran potrebbe essere relazionato con le concessioni di Teheran su entrambi i tavoli di negoziato.

La seconda domanda complicata è come conciliare le nostre speranze di successo diplomatico con la diminuzione della presenza militare americana nella regione. Anche qui a Washington tocca eseguire un lavoro molto delicato. Il ritiro delle nostre truppe non deve dipendere dai negoziati coi soggetti regionali. Potremmo far sì, intendendoci tramite colloqui praticamente privati, che i sauditi si impegnino seriamente a livello diplomatico per terminare il conflitto in Yemen e avviare una deescalation del proprio scontro con l’Iran. In caso contrario, sembrerebbe che l’Arabia Saudita non possa tenere i soldati aggiuntivi mandati dagli Stati Uniti sul territorio del Regno dal maggio 2019.

In ultima analisi, individuare un approccio maggiormente costruttivo nei confronti  dell’Iran è necessario per poter effettivamente ritirare le truppe americane dalla regione. Nel corso nell’ultimo decennio la presenza militare degli USA è solo e sempre aumentata, fomentata dalle minacce iraniane di iniziare una corsa locale agli armamenti, di rendere difficili le forniture di greggio e di sostenere i propri pericolosi agenti regionali. Trump ha fatto una scelta in favore dell’uscita dall’accordo nucleare, portando l’America sull’orlo di un abisso: la guerra con l’Iran. In questo modo il presidente ha fissato in pratica il carattere privo di significato della sua promessa di mettere fine alle guerre infinite. In una situazione di confronto con l’Iran, la presenza degli USA crescerà inevitabilmente e diventerà sempre più militarizzata, specialmente se l’atmosfera viene avvelenata dallo stesso Trump interrompendo gli aiuto agli alleati, evacuando i diplomatici e agendo perennemente a dispetto di quanto raccomandato dal dipartimento di Stato.

Alla nuova amministrazione converrà tentare azioni che vanno nella direzione opposta, cioè quella nel senso di trovare una risposta alla sfida iraniana con un contingente ridotto nella zona: crediamo sia possibile qualora venga ristabilito un approccio diplomatico al problema nucleare, diminuendo la tensione nell’area e ottenendo nuovi accordi. Trump ha dimostrato che dislocare sempre più forze fresche lontano dalle nostre coste non può rappresentare qualcosa che sostituisce la diplomazia. Per quanto riguarda l’amministrazione che verrà dopo Trump, con un approccio diplomatico essa riuscirebbe a raggiungere i suoi scopi con una presenza militare minore. Occorre, comunque, mantenere un contingente di una certa dimensione in qualità di aggiunta necessaria alla diplomazia, minimizzando peraltro le perdite connesse alla presenza delle nostre forze.

L’illusione di un deus ex machina

Vi è una moltitudine di cause per le quali coinvolgere i partner regionali a un ambizioso progetto diplomatico porterebbe al successo. Adesso dominano ovunque odio, rivalità e sfiducia, e pure inerzia strategica. Le ambizioni dell’Iran nella zona e le sue azioni destabilizzanti fuoriescono dal perimetro di ciò che USA e Paesi arabi possono accettare. Inoltre, l’Iran potrebbe eleggere nel 2021 un presidente con un attegiamento duro verso gli Stati Uniti. Il ricercatore americano Kim Ghattas ha espresso eloquentemente questo importante pensiero: sia l’Iran che l’Arabia Saudita hanno interesse al mantenimento dell’attuale ostilità tra di loro. Ai sauditi conviene perché costringe Washington a “investire” nella difesa delle economie del golfo Persico. Al regime iraniano invece dà una minaccia esterna che legittima il suo potere sul Paese. Intanto, si mantiene anche la grossa minaccia verso Israele da parte dell’Iran e dei suoi alleati locali, i suoi combattenti per procura come Hezbollah in Libano, i gruppi armati in Siria e in Iran e diverse formazioni estremiste palestinesi a Gaza.

Abbiamo comunque degli ottimi motivi per rendere priorità nella politica estera degli USA in Medio Oriente l’iniziativa a livello regionale. Le prolungate sanzioni hanno mutilato l’economia iraniana e hanno provocato dentro il Paese quell’insoddisfazione per noi necessaria. Si alzano voci in tutto l’Iran: basta con l’avventurismo nella regione, dovete occuparvi piuttosto della situzione interna. Il prezzo del petrolio in crollo può solamente peggiorare, si spera, i problemi dei vertici iraniani. Per quanto riguarda invece l’Arabia Saudita e i suoi partner più vicini, gli eccessi a cui si è spinta l’amministrazione Trump hanno reso ripulito l’orizzonte e hanno determinato le condizioni per un approccio nuovo. Delusi da tre amministrazioni americane di seguito, i leader di Arabia Saudita ed EAU hanno finalmente capito che nessuno toglierà di mezzo per loro né il vicino regime iraniano né la necessità di negoziati con esso. Non c’è alcun deus ex machina che possa costringere con un incantesimo l’Iran a scomparire, quindi non c’è alcuna soluzione magica contro questo concorrente esterno, siano i neocon dell’epoca di Bush junior o gli ultrafalchi che oggi consigliano Trump. Nessuno si sbarazzerà dell’Iran per i sauditi. A questo proposito, l’attacco missilistico dell’Iran dello scorso anno (per il quale nessun finora si è preso la responsabilità, N.d.R.), l’attacco alle raffinerie in Arabia Saudita, sono serviti a schiarirsi il cervello. Riad e Abu Dhabi si sono ritrovate sull’orlo del baratro e hanno perfettamente compreso quanto segue: l’atteggiamento aggressivo di Trump verso l’Iran non significa che il primo sia pronto a entrare in guerra contro il secondo per difendere i loro territori, ma significa invece che Riad e Abu Dhabi si trasformerebbero, in  caso di comportamento provocatorio, in bersagli per i razzi, i droni e gli altri mezzi speciali iraniani che permettono di condurre attacchi non tradizionali difficili da respingere.

Oggi, Arabia Saudita ed EAU si sono scontrati con la realtà e hanno effettivamente capito quali opzioni diplomatiche sono a loro disposizione; stanno un po’ alla volta attivando canali diplomatici riservati per abbassare la tensione – in prospettiva ciò potrebbe rappresentare del materiale con cui costruire un futuro percorso diplomatico qualificato che porti alla soluzione dei problemi. Personalità pubbliche degli Emirati Arabi hanno effettuato visite ufficiali a Teheran e c’è chi specula sul fatto che le autorità saudite stiano accarezzando l’idea di fare i medesimi sforzi diplomatici (ma in maniera meno scoperta). L’amministrazione Trump, come è stato dichiarato, non ha approvato questi contatti, però il prossimo presidente degli USA potrebbe entrare in questi colloqui facendo valere la grande autorità che si basa sul consistente appoggio americano ai Paesi del golfo Persico.

I leader sauditi sanno di aver fortemente intaccato la propria posizione a Washington assassinando Jamal Khashoggi e conducendo una guerra spietata nello Yemen. I rappresentanti degli Stati del golfo Persico possono effettuare visite a Mosca alla ricerca di alternative diplomatiche o possono guardare alla Cina per vedere se sussistano vantaggi commerciali o di investimento. Tuttavia la realtà è che non si tratta di vere alternative al partenariato di difesa e di intelligence con gli USA. Sì,  forse è possibile che il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman Al Saud, che sta cercando di modernizzare l’economia del suo Paese, in futuro approfondisca le relazioni con la Cina; sarebbe un passo sensato da parte sua, ma egli dovrà in ogni caso mantenere il particolare legame dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti, e il principe Mohammad bin Salman eseguirà questo suo dovere con grande piacere. Il prossimo presidente americano potrebbe sfruttare la disponibilità di Riad a cercare di abbassare la tensione con l’Iran per i suoi scopi diplomatici.

Al tempo stesso sarà qualcosa di importante saper conciliare l’inquietudine con il mostrare modi per eliminare i nuovi affanni. Altrimenti non potremo spingere i Paesi del golfo Persico verso impegni diplomatici seri. Persino nel cominciare a ritirare soldati americani e nel cercare soluzioni diplomatiche con l’Iran (cosa di cui toccherà occuparsi) Washington deve far vedere quanto sia determinata a fornire aiuto all’Arabia e agli altri suoi alleati nella difesa del loro territorio dalle armi iraniane, quali missili, droni, motoscafi veloci, e anche dagli attacchi informatici o addirittura fisici alle infrastrutture essenziali per i Paesi del golfo. Washington potrebbe anche obbligare gli alleati europei a un effettivo impegno molteplice per garantire la sicurezza dei tratti marittimi.

Il prossimo presidente

Il Medio Oriente resta una fonte di notevoli perturbazioni che vanno molto al di là dei suoi confini, dal terrorismo alla proliferazione delle armi nucleari e alle migrazioni di massa. Il rischio di un’ulteriore diffusione di questi incendi è il motivo principale del perché Washington debba rimanere coinvolta nei processi mediorientali, sebbene considerazioni puramente geopolitiche ed economiche (come il potenziale di crescita economica delle altre regioni) ci richiamino verso altri luoghi in Asia, in Africa e nell’emisfero occidentale. Anche se la fine della lunga guerra americana in Afghanistan e il nuovo atteggiamento verso l’Iran offrono la possibilità di riposizionare le forze terrestri, la marina e l’aviazione USA in altre zone del mondo rispetto al golfo Persico, almeno un contingente militare a stelle e striscie che sia formato in misura ragionevolmente ridotta deve restare in Medio Oriente per aiutarci a sistemare le crisi ancora in embrione e a impedire che vengano poi inviate forze molto maggiori in caso di situazioni critiche.

Un’ampia operazione diplomatica estesa a tutti i punti di attrito reciproco tra Riad e Teheran potrebbe apparire altrettanto fantascientifica che una soluzione militare del loro confronto. Persino la più efficace diplomazia regionale non potrebbe annullare la corsa alla leadership dell’influenza tra le potenze dell’area, perché è una corsa che sicuramente continuerà e che coinvolgerà grandi spazi, dai territori palestinesi all’Iraq e poi dappertutto. Servirà una politica nuova per regolare le schermaglie destabilizzanti tra le fazioni rivali del mondo sunnita. Bisognerà avere a che fare con numerosissimi casi di cattiva gestione statale che inaspriranno la situazione rispetto alla sicurezza nella zona. Però allentare la tensione tra Iran e Paesi del golfo è un compito essenziale perché tale inquietudine ha trovato eco in molti conflitti locali negli ultimi decenni. Sarebbe un contributo significativo alla sicurezza diminuire queste agitazioni anche solo temporaneamente e aiutarebbe a creare una struttura per progressi futuri.

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