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Lotta alla pandemia nelle zone di guerra

Il direttore generale del “Geneva Call”, una organizzazione umanitaria neutrale e indipendente che lavora per migliorare la protezione dei civili nei conflitti armati, Alain Délétroz ci racconta come vengono protette dal COVID-19 le regioni più travagliate al mondo. Mentre il mondo cerca ancora risposte alla sfida rappresentata dalla pandemia di COVID-19, le regioni più afflitte del pianeta restano senza il benché minimo aiuto. D’altra parte, i sistemi sanitari nazionali erano già in precarie condizioni prima dell’inizio della pandemia in quei Paesi in cui si stanno svolgendo guerre o conflitti armati o dove lo Stato non controlla la gran parte del proprio territorio. Queste aree possono diventare nuovi centri di esplosione dell’epidemia. Molti conflitti armati si sono trasformati in “zone grigie”, nelle quali i vari Ministeri della Sanità erano già così in una situazione di impotenza, mentre i loro funzionari vengono spesso scambiati per rappresentanti della fazione ostile. Nelle regioni la cui giurisdizione è contesa, spesso non riescono ad arrivare nemmeno gli aiuti delle organizzazioni internazionali.

In molti Paesi tormentati dalle ostilità, fino a metà della popolazione risiede in territori non controllati dal governo centrale, ma sotto l’autorità di strutture armate non-statali o di formazioni non riconosciute.

Durante una pandemia, quando sarebbe necessario un approccio rigido e sistematico alla protezione della salute, questo genere di “zone grigie” diventano mine a effetto ritardato per la diffusione del COVID-19. Negli ultimi 20 anni, l’organizzazione Geneva Call interagisce con le organizzazioni armate non-statali di tutto il mondo: nella cornice della sua missione dedicata a convincere questi gruppi a rispettare le norme di carattere umanitario durante lo svolgimento dei loro conflitti o delle loro guerre, l’organizzazione è in grado di operare anche nelle regioni più impervie; sebbene molti interlocutori della Geneva Call ne ascoltano gli inviti e le raccomandazioni, purtroppo tali sforzi risultano spesso insufficienti.

Non appena la pandemia è iniziata, l’Organizzazione ha subito chiesto ai gruppi armati di valutarne in modo compiuto l’entità e la pericolosità sia per i loro stessi affiliati che per le persone che vivono nelle zone da essi controllate. Inoltre abbiamo intensificato la serie di azioni intraprese contro il COVID-19.

  • Anzitutto, diamo consigli di carattere tecnico e giuridico ai capi di questi gruppi e divulghiamo informazioni sulle condizioni in cui vengono fornite e sostenute le attività del sistema sanitario e sulle garanzie di accesso della popolazione ai servizi medici di base.
  • In secondo luogo, abbiamo lanciato programmi mirati nel campo della salute e dell’igiene nelle aree controllate da questo genere di formazioni.
  • In terzo luogo, diamo appoggio alle organizzazioni mediche e umanitarie per la distribuzione dei prodotti medicinali indispensabili, proponendoci come intermediari nelle trattative coi gruppi armati.
  • Infine, effettuiamo in tutto il mondo una supervisione delle misure contro il COVID-19 prese da questi gruppi e informiamo la comunità umanitaria internazionale sul loro conto.

Geneva Call è già riuscita a convincere molte entità non-statali armate in Paesi come Siria, Iraq, Myanmar, Yemen e Mali ad adottare misure sanitario-epidemiologiche atte a prevenire la diffusione dei contagi. In altre zone, invece, la nostra Organizzazione è stata in grado di fermare i tentativi delle formazioni armate di attuare provvedimenti troppo duri per il contenimento dell’infezione, che avrebbero potuto in realtà rivelarsi catastrofici per la popolazione civile, già gravemente provata dalle circostanze.

Ed è qualcosa di estramemente attuale nel momento in cui uscire di casa equivale a una possibilità di sopravvivenza: la gente deve potersi procurare cibo e acqua o prendersi cura dei campi che forniscono da mangiare.

I governi devono capire che, senza gli aiuti medici in certe regioni sperdute, la battaglia globale contro il COVID-19 potrebbe essere condannata alla sconfitta, perciò è di vitale importanza che le organizzazioni umanitarie abbiano la possibilità di operare nelle zone controllate dalle milizie non-statali senza temere di essere accusate di violare le severe leggi antiterrorismo. Apparecchiature e medicine necessarie al contenimento del virus devono essere accessibili ad ogni persona in qualunque angolo di qualunque Stato nazionale, comprese le aree più difficili.

I gruppi meglio organizzati hanno rapidamente compreso l’entità del problema e si sono già presi la responsabilità di fermare la pandemia. Altri invece, pur non avendo mezzi sufficienti, si fidano dei nostri colleghi e seguono i loro consigli. Così, tre gruppi armati in Iraq, gli sciiti Harakat Hezbollah al-Nujaba, gli yazidi “Forze di protezione delle Êzîdxan” e la coalizone delle “Forze di mobilitazione popolare” o Hashd al-Shaabi, hanno sottoscritto ad aprile una dichiarazione preparata dal Geneva Call sulla difesa dell’assistenza sanitaria durante la crisi del coronavirus. Al tempo stesso, questi gruppi hanno preso l’impegno di garantire alla popolazione l’accesso agli aiuti medici, adottare provvedimenti per evitare la diffusione dei contagi e non attaccare il personale sanitario e le unità mediche.

Esiste infine una parta minoritaria di milizie che guarda la pandemia attraverso il prisma della propria ideologia. Costoro vedono nel virus una punizione divina per i loro nemici, che si sono trovati bloccati in isolamento, e cercano di sfruttare la situazione per i loro scopi. Tali gruppi respingono qualunque trattativa riguardante la questione del contagio. In simili casi occorre un po’ di inventiva per aggirare i punti di comando più intransigenti e riuscire a comunicare direttamente ai combattenti al fronte le norme e gli obblighi umanitari in vigore. È possibile con l’ausilio di strumenti moderni come giochi elettronici, applicazioni da telefono, brevi video e social network che i miliziani usano molto volentieri. Ecco un esempio: centinaia di migliaia di persone dell’est dell’Ucraina hanno già guardato dei brevi video su come accedere agli aiuti medici.

Le conseguenze della pandemia di coronavirus, che ha raggiunto i campi profughi nelle aree di ostilità in tutto il mondo, probabilmente hanno già superato le peggiori previsioni. In circostanze come queste, è un nostro dovere morale quello di cooperare con quelle formazioni che in qualche misura controllano le zone di conflitto e i territori più critici, qualunque sia la parte che esse rappresentano.

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