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Libia, prosegue l’invio di mercenari siriani alla faccia delle restrizioni Covid-19

La Turchia continua a mandare mercenari siriani in Libia portando, secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, a 7.400 le unità schierate in campo a supporto del Governo di accordo nazionale di al-Serraj. Il reclutamento di forze da inviare in nord Africa prosegue, ma ora pare si sarebbe aggiunta pure la Russia, che negli ultimi giorni «sta ingaggiando miliziani nelle regioni riconquistate dal regime – riferisce dalla Siria Robin Fleming, ricercatore del Rojava information center (Ric) – e che nell’ultimo periodo si sono “riconciliate” con lo stesso». La notizia è apparsa anche su alcuni giornali arabi e sul quotidiano turco Sabah, secondo il quale diverse centinaia di ex oppositori di Assad avrebbero acconsentito a combattere in Libia. Tutto questo, in barba sia alle misure adottate per l’emergenza Covid 19,  per la quale anche il governo di Damasco ha imposto la chiusura dei confini, sia agli accordi conclusi lo scorso gennaio alla Conferenza di Berlino, che includevano anche il nicht a sostegni militari esterni in Libia.

Il rapporto del 17 aprile scorso dell’Ocha siriano, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari in Siria, e del Centro collaboratore dell’Oms a Damasco, scrive che «la maggior parte delle frontiere terrestri in Siria sono ora chiuse, con alcune eccezioni (dalla Giordania, Turchia e dal Libano) per le spedizioni commerciali, di soccorso e per il movimento del personale delle organizzazioni umanitarie e internazionali. I voli commerciali nazionali e internazionali rimangono sospesi, anche se il 15 aprile è arrivato un volo all’aeroporto internazionale di Damasco contenente 2.016 kit di test Covid-19 originari della Repubblica popolare cinese». A quali delle quattro eccezioni elencate si riferisca l’invio di personale militare in altro Paese resta un mistero. In Libia peraltro vige l’embargo sulle armi imposto dall’Onu, sul cui rispetto il 17 febbraio scorso il Consiglio europeo ha raggiunto un accordo sull’avvio della nuova operazione nel Mediterraneo, Eunavfor med Irini, utilizzando mezzi aerei, satellitari e marittimi.

“L’embargo sulle armi è diventato uno scherzo” aveva dichiarato il 16 febbraio il vice rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Libia, Stephanie Williams, dopo una riunione dei ministri degli Esteri. «I combattimenti sono continuati nonostante la richiesta di una tregua – spiega dalla Tunisia la giornalista Vanessa TommasiniL’ultima offensiva è quella lanciata dalle forze vicine al Governo di accordo nazionale (Gna) a partire da sabato di 18 aprile, sulla città di Tarhoun, da sempre roccaforte dei sostenitori di Khalifa Haftar. Quale sia stato l’ultimo invio di armi o mercenari è difficile stabilirlo, poiché la Turchia lo fa apertamente da quando ha firmato con al Sarraj i due memorandum d’intesa in materia di cooperazione militare e giurisdizione nel Mediterraneo orientale – aggiunge Tommasini – creando una zona di competenza esclusiva tra Libia e Turchia che prima non esisteva“. Nei giorni scorsi un aereo militare Usa è atterrato a Bengasi, secondo il sito italmilradar, ma non si conosce cosa o chi stesse trasportando. “Qui in Tunisia, un avvocato ha chiesto al ministro della Difesa di riferire in Parlamento su due aerei da guerra atterrati a Monastir e diretti in Libia. Fonti riferiscono si trattasse di due velivoli turchi in sostegno del Gna. Mentre dall’altro fronte, sappiamo che in passato erano frequenti aerei cargo e spedizioni giunte nella Libia orientale da Emirati Arabi, Egitto, Arabia Saudita e Giordania. La coalizione araba ha da sempre sostenuto l’Lna di Haftar nelle operazioni che hanno portato alla liberazione di Derna e Bengasi da Daesh, al Qaeda ed altre organizzazioni terroristiche che dal 2011 hanno fatto della Libia il loro porto sicuro. L’embargo non è stato mai rispettato dagli stessi Stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’Italia stessa in passato ha dichiarato numeri inferiori rispetto a quelli reali delle proprie forze impegnate a Misurata e a Tripoli, nonché degli ufficiali della guardia costiera a cui avrebbe fornito formazione. Funzionari che si sono poi rivelati essere loro stessi, i principali responsabili dei traffici migratori come nel caso di Bija. È chiaro che la comunità internazionale dovrebbe stabilire delle priorità condivise in Libia – conclude – soprattutto alla luce dei recenti fatti accaduti in Spagna». Dove la polizia ha arrestato il “most wanted”  Abdel- Majed Abdel Bari, noto come il jihadista rapper. Il ventinovenne di origine egiziana ha viaggiato in Siria nel 2013, unendosi alle file del sedicente Stato islamico, postando poco dopo su facebook  foto con teste decapitate da Raqqa nel 2014. Dopo aver fatto perdere le sue tracce, era stato segnalato in Turchia. Resta ancora da capire come abbia fatto ad arrivare legalmente in Europa. 

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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