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Libia, Missione Irini non ha ancora un assetto navale. Arcuri: “missione parziale”

Il primo aprile, dopo cinque anni di attività, la missione navale europea Sophia ha “chiuso i battenti”, lasciando il posto alla missione Irini, destinata a far rispettare l’embargo Onu sulle armi inviate in Libia da numerosi attori regionali e internazionali, secondo quanto previsto dal vertice di Berlino del 19 Gennaio di quest’anno. La nuova missione, a differenza di Sophia, non avrà dunque il compito di fermare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo. Per questo motivo l’area di competenza dei pattugliamenti sarà dislocata sul versante orientale delle coste libiche, da cui proviene il traffico di armi. Tuttavia appare una missione del tutto parziale. Basti pensare che in Libia vige un embargo fin dal 2011, sancito con la risoluzione n.1970 delle Nazioni Unite. Per nove anni nessuno lo ha rispettato. Al momento, dunque, Irini è una “sfida” che presenta molti punti oscuri. 

Infografica – La biografia dell’intervistata Michela Arcuri

La professoressa Michela Arcuri, docente universitario ed analista di politica estera, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.) in una intervista con “Speciale Libia” parla di una missione parziale. 

“L’assetto navale di Irini sarà dislocato solo nell’est del Paese e non potrà operare né via terra né nelle acque territoriali libiche – afferma Arcuri, sottolineando che – questo rende la missione decisamente poco incisiva. In primo luogo molte armi arrivano via terra, specie dal confine tra l’Egitto e la Libia. Da questo punto di vista l’assetto navale di Irini non ha nessun potere di fermare i traffici via terra. Se davvero si vorrà raggiungere questo obiettivo serviranno controlli satellitari, aerei, nuovi droni e non solo il blocco navale ma, soprattutto, sarà indispensabile la volontà internazionale nel farlo applicare, anche a costo di scontrarsi con potenze quali la Turchia. Ad esempio, le ispezioni sulle navi devono avvenire sempre con il consenso dello Stato di bandiera e questo potrebbe creare “frizioni” con Ankara, strategica per molti Stati europei. Giova ricordare che cinque fregate turche sono posizionate da qualche settimana di fronte alle coste libiche. Se Irini dovesse partire a breve, questa potrebbe essere la prova del nove: controllare le navi di un Paese che, giova ricordarlo, è uno Stato membro della Nato”.

Un assetto navale ancora inesistente.

Mercuri afferma che “la missione Irini è partita in pompa magna, almeno sulla carta ma, probabilmente anche causa della situazione in cui versano la maggior parte dei Paesi europei a causa del Covid19, non è stata implementata. Al momento solo Grecia e Italia hanno dato la disponibilità ad inviare navi. La Spagna dovrebbe inviare solo un aereo da pattugliamento della Marina. La Germania, che pure aveva voluto fortemente la conferenza di Berlino del 19 Gennaio in cui, tra le altre cose, era stato deliberato il controllo sull’embargo di armi, non ha ancora chiarito il suo impegno. La Francia si è detta disponibile a inviare una nave ma solo per la fine di Maggio. Al momento, dunque, Irini più che una missione europea appare come l’ennesima prova della politica del “minimo comune denominatore” che fin qui l’Ue ha mostrato nella questione libica e non solo”.

Rischi per la “credibilità europea”. 

Irini ha fin qui mostrato, di nuovo, un forte scollamento tra i Paesi europei. Molti non si sono ancora pronunciati sul loro impegno. Inoltre, è una missione con regole di ingaggio piuttosto limitate. E’ probabile che tale “limite” non sia solo attribuibile al fatto che per allargare il mandato della missione sia necessario il consenso delle autorità locali, ma anche al fatto che molti Paesi europei non vogliano esporsi troppo con gli Stati che inviano armi in Libia, in primis Turchia ed Emirati, con cui hanno in ballo affari economici – o di altra natura- che non vogliono in alcun modo inficiare. La cancelliera tedesca Angela Merkel, ad esempio, è ancora “ostaggio” della Turchia che, in cambio di lauti finanziamenti, “frena” nel proprio territorio tutti i migranti che, percorrendo la rotta balcanica, arriverebbero in Germania. La Francia, così come altri Paesi europei, vende armi agli Emirati. C’è poi la Russia che, dopo aver dato il suo placet alla missione, sembra ora “nicchiare”: forse gli interessi con la Turchia sono diventati un freno? In ballo non c’è solo l’affare miliardario della vendita alla Turchia da parte della Russia di sistemi missilistici S-400, ma anche questioni energetiche come il progetto del Turkish Stream, il gasdotto che consentirà alle forniture russe di arrivare direttamente in Turchia attraverso il Mar Nero. La Russia è il secondo partner economico di Ankara, che nel 2018 ha visto aumentare le sue esportazioni verso Mosca del 50% rispetto agli anni precedenti. Non servono altre parole per spiegare quanti siano gli interessi in ballo e di quale portata. La realpolitik, dunque, pare, al momento, vincere sulla necessità di fermare seriamente l’embargo di armi.  Questo sicuramente mina ancora di più la credibilità dell’Europa come attore rilevante sullo scacchiere internazionale.

Mercuri ha evidenziato che IRINI sembra essere una missione che non piace ai libici. 

La missione non è stata accolta con grande entusiasmo dal Governo di accordo nazionale di Tripoli che ha fatto intendere che la missione navale andrebbe a colpire soprattutto le navi che arrivano dalla Turchia nel porto di Tripoli, poiché sfruttano maggiormente le vie marittime, e non quelle dirette verso l’est. Da questo punto di vista la missione Irini potrebbe addirittura esacerbare ulteriormente gli “animi” di Serraj e Haftar in un momento estremamente delicato della guerra libica.

La “questione migranti”, nulla è cambiato. Secondo la docente, seppure Irini non abbia il compito di salvare i migranti, è evidente che se qualcuno viene trovato in mare, come previsto dalla legge internazionale, deve essere salvato. Secondo quanto fin qui deliberato, i migranti saranno sbarcati nei porti greci o, eventualmente, su base volontaria, in porti di altri Paesi. Insomma, vale ancora il principio della volontarietà espresso durante il vertice di Malta dello scorso settembre, concetto piuttosto aleatorio che non garantisce la tenuta di questo meccanismo. Vi è, poi, un problema di natura squisitamente giuridica: a Malta si è cercato di dare vita a una cooperazione su base volontaria tra alcuni Paesi membri dell’Unione europea che avviene, dunque, al di fuori del perimetro normativo comunitario e ciò crea un precedente di estrema gravità: la prassi dell’informalità e della deroga ai trattati supera il principio della salvaguardia dell’impianto normativo e giuridico europeo. Quale impatto potrebbe avere sui negoziati in corso in sede Ue, come la riforma del Regolamento di Dublino? 

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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