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Libia, a parte gli slogan occidentali la pacificazione è tutt’altro che facile

Mentre in Italia divampa la polemica per un breve video che mostra un gommone con migranti, inseguito da una nave della Guardia costiera libica, e su Twitter la Sea Watch4 denuncia: “Abbiamo visto la cosiddetta Guardia costiera libica colpire le persone a bordo del gommone e assicurarsi che fossero riportate indientro, in Libia, contro la loro volontà. Ecco come si svolge un’intercettazione della cosiddetta guardia costiera libica persone in pericolo picchiate e costrette con la forza a tornare nell’inferno da cui fuggivano“, in Libia, a parte gli slogan occidentali la pacificazione sbandierata ai quattro venti da tutti i Paesi occidentali è tutta in salita.

Tarek Megerisi, ricercatore presso l’European Council on Foreign Relations (Ecfr), durante il webinar “nuove sfide geopolitiche in un Mediterraneo in evoluzione“, secondo evento online di Road to Shade Med, preparatorio alla conferenza annuale sul Mediterraneo organizzata dall’operazione aeronavale EuNavForMed – Irini è arrivato a denunciare come “la guerra civile in Libia non sia mai finita e si stanno replicando le stesse dinamiche che hanno portato al conflitto del 2019-2020“.

E infatti la riunione del Comitato militare misto 5+5 (cinque membri dell’ex Governo di accordo nazionale, altrettanto dell’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar) avvenuta a Sirte e presieduta per la prima volta dal Consiglio presidenziale della Libia, non ha raggiunto alcuna intesa sulla partenza dei mercenari e delle forze straniere. I termini dell’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020, parlavano chiaro inserendo come data ultima la fine di gennaio. E invece sono ancora lì.

L’Autorità regionale di Tripoli in una dichiarazione ufficiale ha affermato che la regione orientale del Paese sarebbe controllata da “milizie militari ostili al sistema democratico” che si sono “ribellate contro il Governo di unità nazionale” nel silenzio internazionale.

Tensioni si registrano anche a Bengasi dove il premier Abdel Hamid Dbeibah sarebbe stato fermato all’aeroporto Benina di Bengasi, impedendogli di tenere una riunione. Una situazione derubricata come un malinteso. Abdelgadier Ramdan, ex-responsabile dei rapporti italo-libici del disciolto governo provvisorio insediato a Tobruk, sentito da Ansa, ha infatti spiegato “E’ solo che Dbeibah aveva mandato avanti uomini della sicurezza e questo, per Bengasi, è un’offesa dato che la città si considera sicura. L’unico motivo e’ stato questo. Non si voleva mandar via lui“.

Che però la tensione sia alle stelle è evidente. Il generale della Cirenaica aveva poche ore prima chiesto al premier del governo di unità nazionale di scusarsi per quanto affermato nei giorni scorsi su Bengasi, che “ritornerà ad essere abbracciata dalla nazione“. In una nota delle forze che si richiamo ad Haftar, gli anziani delle tribù come le famiglie dei martiri hanno inviato centinaia di lettere chiedendo a Dbeibah le scuse, denunciando le sue parole come inaccettabili e invitando a rispettare i sacrifici dei martiri per salvare la Libia dall’estremismo e dal terrorismo. 

E l’ufficio stampa dell’operazione “Vulcano di Rabbia” con un video pubblicato su Facebook ha segnalato movimenti sospetti di veicoli armati delle forze di Khalifa Haftar, supportati dai mercenari della Wagner, nelle vicinanze della zona di Al-Jufra nella Libia centrale.

D’altra parte il Libya Herald ha spiegato come al momento Haftar e i suoi “sostenitori stranieri” non siano interessati a ritirare unilateralmente le proprie forze senza un parallelo ritiro delle milizie che sostengono il governo libico insediato a Tripoli. Una situazione che si ripercuote pesantemente sulla riapertura della strada costiera libica.

Come se non bastasse arrivano pesanti denuncia sulla sistematica violazione dei confini meridionali della Libia, strettamente legata al conflitto in corso nel Ciad, che agevolerebbe commerci illegali di ogni tipo, incluso il traffico di essere umani. Un problema che non è solo interno al Paese ma coinvolge tutta l’area Mediterranea e l’Europa.

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