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Le isole Fær Øer vogliono entrare nell’OMS e aumentare la produzione di energie rinnovabili

Il governo faroese ha fatto richiesta di adesione all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pur essendo parte del Regno di Danimarca, le isole Fær Øer sono un territorio dotato di autonomia, e in quanto tale può diventare “membro associato” dell’OMS, ma non membro a pieno titolo. Oggi le isole sono membro associato di tre istituti specializzati delle Nazioni Unite: la FAO, l’UNESCO e l’IMO (Organizzazione marittima internazionale). Il ministro della Salute ed ex primo ministro Kaj Leo Holm Johannesen ha detto che l’accettazione nell’OMS non solo rafforzerà il settore della sanità nell’arcipelago, ma permetterà a quest’ultimo di dare il suo contributo alla comunità internazionale.

Le isole Faroe hanno effettuato la percentuale più alta al mondo di test rispetto alla popolazione, che ammonta a circa 52mila persone. A partire dal 3 gennaio 2020 si sono avuti circa 670 casi confermati di contagio e un solo decesso per COVID-19. Entrando nell’OMS come membro associato, le Faroe avranno diritto di parola all’Assemblea generale e potranno inoltrare proposte, ma senza la possibilità di votare.

Undici aziende faroesi hanno lanciato il progetto “Burðardygt Vinnulív”, finalizzato a istituire una sorta di piattaforma per aiutare il business locale nella transizione verso un’economia più verde. Con questa iniziativa, chiamata anche “Faroese Sustainable Business Initiative”, le aziende si sono accordate per elaborare una comune strategia di sostenibilità ambientale. Le società che hanno dato avvio a questa proposta operano nel settore bancario, delle telecomunicazioni, dell’energetica, dei trasporti, della produzione casearia, del commercio, della consulenza ingegneristica e delle attività legate al mare (aquacoltura del salmone, apparecchiature e servizi marittimi). Nel corso del 2021 annunceranno il loro piano congiunto che ruoterà intorno a tre elementi principali. Le isole Faroe dipendono energeticamente ancora per la maggior parte da combustibili fossili, in particolare per i servizi pubblici. La SEV, azienda pubblica di produzione di energia, ha detto che il 2020 è stato un anno record per il volume di consumo di petrolio e per i costi relativi. Tuttavia è stato anche l’anno in cui si è attinto a ben cinque fonti diverse di energia rinnovabile: idroelettrica, eolica, solare, biogas e mareomotrice. Nonostante l’anno scorso siano state impiantate sette nuove turbine eoliche, la produzione di energia da fonti rinnovabili non ha superato il 39% del totale. Secondo la SEV, la colpa del risultato deludente è da accollare alla produzione sotto la media di energia idroelettrica ed eolica e a una domanda di elettricità più alta del solito. L’obiettivo resta comunque quello di arrivare al 100% di energia rinnovabile entro il 2030. Intanto, nei primi tre mesi del 2021 si è già saliti al 49%, di cui la gran parte grazie all’energia termica, idroelettrica ed eolica, con un piccolissimo apporto da biogas e solare. A seguito della sua seduta plenaria annuale tenutasi il 23 aprile, la SEV ha emesso i risultati finanziari dello scorso anno e ha fissato gli obbietivi per il futuro. La società SEV, con sede nella capitale Tórshavn, deve il suo nome all’acronimo dei nomi di tre isole dell’arcipelago, Streymoy, Eysturoy e Vágar.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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