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L’addio degli Usa dall’Afghanistan apre nuovi scenari

Gli USA si sono impegnati a uscire dall’Afghanistan entro il 1’ maggio del prossimo anno: è questo il contenuto essenziale dell’accordo firmato dalle autorità americane e dai talebani, gli effettivi governanti di gran parte di questo montagnoso Paese. Ma che succederà dopo il ritiro delle truppe NATO dall’Afghanistan, Paese che per la Russia ha un’importanza particolare?

L’accordo firmato il 29 febbraio nella capitale del Qatar tra l’amministrazione americana e il governo talebano si può riassumere in un punto: i militari stranieri lasceranno l’Afghanistan tra 14 mesi. Ciò accadrà se i talebani non aggrediranno gli occupanti e le truppe governative e se si accorderanno su una direzione comune del Paese insieme ai personaggi emanazione degli americani.

Si tratta comunque dell’accettazione da parte di Washington di un fatto evidente: dopo quasi due decenni di occupazione, gli americani se ne vanno lasciando il potere a chi governava l’Afghanistan prima della loro invasione. Vale a dire: gli USA hanno perso la guerra, spendendoci duemila miliardi di dollari e impiegando 700mila soldati.

Per convincersi che era impossibile battere i talebani non occorreva aspettare 20 anni, perché era chiaro fin dall’inizio che il tentativo di instaurare a Kabul un governo fantoccio non avrebbe avuto speranze di successo. Gli americani potevano certamente occupare l’Afghanistan, ma non sarebbero stati in grado di controllarlo: i talebani sono semplicemente andati via da Kabul e dai capoluoghi di provincia, lasciandoli a coloro che erano appoggiati dalle truppe americane e dai propri eserciti (i rappresentanti della cosiddetta Alleanza del Nord, in gran parte tagiki e uzbeki), ma conservando per sé il controllo sulla maggior parte del Paese. I talebani non erano un “governo ombra”, ma per tutti questi anni hanno rappresentato il vero potere quanto meno per i pashtun, il più grande gruppo etnico dell’Afghanistan.

L’Afghanistan è  un Paese multietnico, ma il suo fondamento è costituito proprio dai pashtun. Cento anni fa furono separati da un confine disegnato arbitrariamente dagli inglesi, che ebbe come effetto quello di rendere la maggior parte di loro ufficialmente appartenenti al Pakistan. Ma solo ufficialmente, perché questo confine non è riconosciuto né da Kabul né dagli stessi pashtun, i quali pur non formando un’unità ed essendo divisi tra tribù e clan, sono coloro da cui dipende la vita dell’Afghanistan. I talebani, che hanno governato il Paese dal 1996 al 2001, cioè fino all’arrivo degli americani, sono in realtà dei pashtun riuniti: in poche parole, la loro parte essenziale, che tra l’altro vive da entrambi i lati del confine. È impossibile edificare un potere solido in Afghanistan senza i pashtun, i quali ovviamente non hanno accettato né l’occupazione americana né l’autorità fantoccio appoggiata alle formazioni militari delle minoranze etniche.

Formalmente l’Afghanistan in tutti questi anni è stato guidato dai pashtun; entrambi i presidenti, sia Karzai che Ghani, appartengono alle loro tribù. Tuttavia Karzai, pur essendo della nobiltà tribale, era una marionetta degli occupanti, mentre Ghani ha passato quasi un quarto di secolo in America: in costoro naturalmente non avevano alcuna fiducia i talebani, che all’epoca avevano rovescaito i mujaheddin strettamente collegati con l’Occidente, i quali avevano a loro volta combattuto per 15 anni contro i comunisti di Kabul. Il defunto capo dell’Afghanistan, il leader dei talebani mullah ‘Omar (ucciso o forse deceduto di morte naturale nel 2013) non aveva mai riconosciuto altre autorità, e anche i suoi successori si sono fedelmente attenuti a questa linea.

In Afghanistan gli americani sono rimasti insabbiati, senza poter né andarsene né restare. Le azioni militari contro i talebani non avevano senso: gli afghani non volevano combattere contro altri afghani, persino contando le differenze tra etnie o tribù. Continuare in eterno a comprare la fedeltà dei talebani? La lotta partigiana dei talebani non si sarebbe comunque mai esaurita: i talebani, infatti, già così controllano più di metà del Paese, mentre gli americani restano nelle loro basi o a Kabul, vicino a un governo fantoccio che odia sia loro che i talebani.

Trump ha deciso di andare via: sembrerebbe proprio che la ritirata gli riesca.

La firma dell’accordo a Doha ha avuto certamente un aspetto simbolico: entrambe le parti firmatarie erano pashtun. No, la pace coi talebani non è stata conclusa dal governo di Kabul, che non è riconosciuto da essi: la firma da parte degli americani sul documento che sancisce il ritiro delle truppe è stata messa dal rappresentante speciale per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad, che è un pashtun esattamente come il vice leader talebano Abdul Ghani Baradar, che ha apposto la firma per il governo ombra. A proposito, nel 2010 il mullah Baradar era stato arrestato in Pakistan e liberato dai pakistan solo dopo alcuni anni, appositamente per trattare la pace e il ritiro delle truppe, che Trump ha ufficialmente iniziato nel 2018.

E adesso la pace è stata siglata. Ma sarà rispettata? Gli americani se ne andranno? Pur con tutte le difficoltà derivanti dalla disposizione delle forze nell’ambito nazionale afghano e dalle contraddizioni interne ai talebani, pur con tutte le insistenze sul fatto che i talebani debbano prendere le distanze e sbarazzarsi dello Stato Islamico* e di Al Qaeda (cosa che può sempre servire come pretesto per far saltare gli accordi), l’intenzione degli americani di andarsene non lascia dubbi.

Trump vuole il ritiro dall’Afghanistan non solo perché lo ha promesso, ma anche perché in questo Paese non c’è nulla da guadagnare. Potrebbe magari tenere lì l’attuale contingente di 13mila uomini ancora per due-tre-cinque anni, buttando via ancora qualche centinaio di miliardi di dollari e perdendo ancora qualche centinaio di vite americane. Ma a quale scopo?

L’importanza strategica dell’Afghanistan è enorme: nel gioco con Cina e Russia garantirebbe opportunità uniche nel corso del tempo. Ma gli americani non potrebbero poi disporre di tali vantaggi, perché il potere di Kabul è impegnato nelle sue lotte intestine, mentre i talebani ogni anno diventano più forti. Gli americani allora dovrebbero stare ancora in basi situate in un Paese che li odia e senza nemmeno la possibilità di spostarsi da una base all’altra? E se a un certo punto i talebani decidessero – riuscendoci – di prendersi Kabul? Gli americani dovrebbero così rispondere uccidendo un milione di afghani, come Trump ha detto, chiarendo però che non avrebbe nessuna intenzione di farlo.

C’è da aggiungere, poi, che negli anni in cui gli americani sono stati in Afghanistan, è molto cambiato sia il mondo in generale che gli USA stessi. Trump vuole liberare gli Stati Uniti dal peso dall’impegno affibbiato loro dall’élite globale di ridisegnare la carta del mondo. I rapporti tra USA e Pakistan, Paese chiave per la pacificazione afghana, vanno logorandosi sempre di più: gli americani sono odiati in Pakistan probabilmente più di chiunque altro.

Gli Stati Uniti naturalmente vorrebbero ritirarsi continuando però a essere influenti e ad avere un governo ad essi favorevole, lasciando un istituto di consiglieri militari, una compagnia militare privata, e magari anche una grossa base. Ma ciò non è possibile ripetendo lo scenario iracheno, nel quale dopo il ritiro delle truppe sono rimasti sia i consiglieri americani sia un certo grado di controllo sul regime. Persino nell’Iraq in frantumi questo periodo volge al termine, perciò mantenere qualcosa in Afghanistan diventa qualcosa di praticamente irreale. I talebani non tollereranno nemmeno un singolo soldato americano sul territorio afghano, altrimenti riprenderebbe la guerra.

E se la guerra cominciasse in ogni caso dopo il ritiro degli americani? Amano spaventarci con questa prospettiva: vedrai che appena gli USA se ne vanno, si ricomincia di nuovo a sparare. La guerra dura in Afghanistan da 40 anni, con una piccola pausa durante il regno dei talebani, e non sussiste alcuna giustificazione al proseguimento dell’occupazione americana. Se le truppe sovietiche erano andate in soccorso di un potere afghano che si era insediato in maniera autonoma, e per il quale erano sorti dei problemi di carattere inter-etnico e religioso con una parte dei pashtun, gli americani invece sono venuti a rovesciare quel potere che era in controllo della maggior parte dell’Afghanistan. Quindi, dopo il loro ritiro, sicuramente peggio non potrà andare: saranno gli afghani a regolare il loro futuro.

Ma per regolarlo gli afghani dovranno spargere del sangue? È chiaro che il percorso verso la pace non sarà semplice, ma gli afghani non sono condannati a una guerra tutti contro tutti, perché almeno in un primo periodo le nuove autorità del Paese dovranno per forza avere carattere di coalizione, e proprio su questo verranno effettuate le trattative di questi giorni tra il governo di Kabul e i talebani. Prima si parlerà della liberazione dei prigionieri, dell’armistizio, e poi dell’accordo sulla gestione comune del Paese. Non sarà una coalizione tra le “marionette americane” e gli “ex terroristi”, perché sarà cruciale per l’Afghanistan avere un governo nazionale, di tribù e di clan.

Pashtun, tagiki, uzbeki, hazara, turkmeni e le altre etnie dovranno accordarsi tra loro (e all’interno dei loro stessi gruppi): solo così il Paese avrà l’occasione per una vita di pace. Sarebbe bello se venissero lasciati tranquilli dalle forze esterne, ma questo sfortunamente non sarà possibile. Tra l’altro, a cercare di influenzarli non saranno soltanto gli americani-occupanti, ma anche Pakistan, Iran, Russia, Cina, i sauditi e le altre forze con interessi in gioco. Tuttavia, la stanchezza derivante da 40 anni di guerra e di occupazione straniera dovrebbe avere per gli afghani un peso maggiore della diffidenza reciproca e delle infiltrazioni esterne.

È chiaro che il compromesso raggiunto potrebbe rivelarsi precario e che dopo il ritiro degli americani potrebbero iniziare a Kabul i regolamenti di conti. Teoricamente, i talebani usando la forza potrebbero escludere dal potere con facilità sia i leccapiedi degli americani che i rappresentanti tagiki e uzbeki del nord del Paese, ma ciò non rafforzerebbe il loro potere, ma porterebbe alla frantumazione dello Stato – o meglio, non consentirebbe di renderlo unito un’altra volta. La responsabilità, d’altra parte, ricadrebbe non solo sui talebani, ma anche sui settentrionali, i quali potrebbero spingere per una rottura col nuovo centro di potere. In ogni caso bisogna aiutare gli afghani ad accordarsi tra di loro, non metterli l’uno contro l’altro.

Un Afghanistan che vive in pace e serenità potrà ottenere la garanzia della propria sicurezza dai suoi vicini, quelli interessati a una vera pacificazione del Paese, in primo luogo la Russia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). L’Afghanistan è uno Stato-osservatore dello SCO dal 2012, ma non può diventare Stato membro fintanto che sul suo territorio permangono truppe NATO. Dopo il ritiro di queste ultime e se il nuovo potere avrà sufficiente autorità, allora l’Afghanistan potrà entrare nell’Organizzazione, la quale di fatto circonda il Paese da ogni lato.

Resta naturalmente aperta la serissima questione della linea Durand, cioè il confine col Pakistan, che divide i pashtun: e comunque sarebbe più favorevole e produttivo discuterne nell’ambito della SCO, piuttosto che con la partecipazione degli americani. Un’uscita rapida degli USA dall’Asia Centrale risponde agli interessi di tutte le nazioni e di tutti gli Stati della regione, a cominciare dal popolo afghano.

* Organizzazione nei cui confronti è stata emanata una sentenza avente forza di legge per la soppressione e il divieto delle sue attività, in base a quanto previsto dalla Legge Federale “Sulla lotta alle attività estremiste”

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Nato il 7 ottobre del 1968 è attualmente vice caporedattore del giornale Vzglyad.

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