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La Turchia in Libia e quella propaganda pericolosa che convince i mercenari siriani

Con l’espansione della Turchia e della Fratellanza Musulmana in Africa e l’intervento turco in Libia, la questione della comunicazione e della propaganda sui media si è fatta sempre più evidente. La lotta per la conquista del Nord Africa e del Medio Oriente da parte della Fratellanza Musulmana non si è limitata a screditare politicamente o commercialmente il nemico, ma ha recentemente utilizzato metodi sempre più meschini. Come le “fake-news” sul coronavirus, che potrebbero danneggiare le economie e spaventare gli investitori in molti paesi. Il servizio di comunicazione dell’Unione europea, nel maggio 2020, ha pubblicato un rapporto dettagliato sulle fake news prodotte secondo loro da Russia e Turchia contro l’Europa, oltre a metodi inefficaci per prevenire il contagio da COVID-19. 

Nel 2016, il Parlamento europeo aveva già approvato una risoluzione in cui lanciava un allarme sulla propaganda antieuropea da parte dei gruppi terroristici islamisti sostenuti dalla Turchia. “La propaganda cerca di distorcere la verità, di suscitare timori, di creare dubbi e dividere l’Unione europea”, si legge nella risoluzione. Il presidente francese Emmanuel Macron ha accusato la Turchia di perseguire una strategia volta a infiammare i sentimenti antifrancesi in Africa, approfittando della “maledizione post-coloniale“. Le dichiarazioni di Macron sono arrivate in un’intervista pubblicata venerdì scorso dal quotidiano in lingua francese Jeune Afrique. “C’è una strategia seguita, a volte attuata dai leader africani, ma principalmente potenze straniere come Russia e Turchia, che giocano sul flagello post-coloniale” ha detto il capo dell’Eliseo indicando che molti di coloro che alzano la voce e realizzano videoclip, pubblicati sui media di lingua francese, sono corrotti dalla Turchia. Per la Fratellanza Musulmana, la comunicazione è un settore strategico, a cui ha accesso solo i fedelissimi seguaci del movimento che promuove l’Islam politico.

Negli ultimi 12 mesi, la Turchia ha inviato in Libia armi, equipaggiamenti e migliaia di mercenari per combattere al fianco del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, contro l’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Khalifa Haftar. Questo sostegno ha portato ad una serie di vittorie per le forze affiliate al Governo di Tripoli. Allo stesso modo Mosca, ha inviato propri ufficiali ed altrettanti mercenari siriani pro-Assad, provocando una situazione di stallo ai confini di Sirte e Al-Jufra, nella Libia centrale. La cosiddetta linea rossa del presidente egiziano Abdel-Fatah Al-Sisi che ha minacciato di inviare il proprio esercito qualora questa fosse stata oltrepassata dalle forze di Tripoli e Misurata, sostenute dai mercenari siriani di Ankara. Questo stallo si è trasformato nei colloqui di pace in corso a guida ONU: il Libyan Political Dialogue Forum. Tuttavia, il ministero della Difesa turco continua ad addestrare le forze del GNA, sia in Libia che ad Istanbul e Sparta, nonostante tutti gli accordi militari siano stati congelati fino all’elezione di un nuovo governo per la Libia. Si ritiene che la società turca SADAT International Defense Consultancy abbia rilevato la supervisione e il trasporto di mercenari siriani nel Paese nordafricano. Anche questi giovani siriani, dalla fine del conflitto su Tripoli, stanno seguendo intense attività di training.

Se da un lato non si può negare che la Turchia stia avendo un ruolo positivo nella formazione del personale militare libico, malgrado ciò vada a discapito dell’Europa ed in particolare dell’Italia che vedono lesi i propri interessi, desta parecchie perplessità il fatto che il training non si limiti solo ad attività militari, ma comporta anche una profonda trasformazione delle idee politiche e religiose di questi giovani. Ali, un giovane siriano turcomeno di 22 anni, è arrivato in Libia con il viso pulito a Febbraio 2020. Oggi è totalmente cambiato. Non solo nell’aspetto, con la barba incolta che afferma “che non si può tagliare”, ma anche nel pensiero decisamente più radicale. Un giorno, Ali ci ha inviato la foto di una basilica costruita su pile di teschi. “Noi siamo i terroristi, guarda questa chiesa in Francia fatta con i teschi dei musulmani che hanno ucciso“, ha detto. Ovviamente non c’è nessuna chiesa in Francia o in Italia costruita con i resti di musulmani decapitati. Nel caso specifico, si trattava dell’ossario, le catacombe di Parigi. All’inizio abbiamo pensato che Ali avesse solamente trovato questa informazione errata sui social-network, ma in realtà non è così. Questa informazione gli era stata impartita dagli ufficiali turchi.

Di recente, la Francia ha ordinato la chiusura di tre moschee e di un centro islamico nel centro di Parigi, sospettati di fomentare odio e violenza. I luoghi di culto che il presidente Macron ha deciso di chiudere erano tutti legati ai Fratelli Musulmani, il movimento politico considerato terrorista dalla maggioranza dei Paesi arabi. La decisione arrivò tre giorni dopo che un insegnante, Samuel Paty, era stato decapitato fuori dalla sua scuola da un islamista radicale di 18 anni. Paty è stato ucciso da fanatici perché, nel corso di una discussione di classe sulla libertà di espressione aveva mostrato agli alunni una serie di caricature, tra cui due del profeta Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo, la rivista satirica target di un attacco terroristico nel 2015, in cui uomini armati islamisti uccisero 12 persone. La politica di Macron ha scatenato l’ira del presidente turco Erdogan, che insieme al Qatar, ha dato avvio ad una campagna mediatica per boicottare i prodotti francesi. Ma come dicevamo all’inizio del nostro articolo, la narrativa non si è limitata anche in questo caso a minare gli interessi economici dell’altro Paese, bensì media pro-Fratellanza, ricollegabili alla Turchia e Qatar, hanno iniziato a diffondere video contro i cristiani, contro la Francia e l’Europa, invitando a colpire gli “infedeli”. 

La propaganda è stata molto apprezzata dai mercenari siriani, fedeli al loro padrone Erdogan, che ha fatto credere loro e a milioni di musulmani di essere il difensore dell’Islam. Ma in realtà è proprio la Fratellanza Musulmana ad offendere l’Islam attraverso un’applicazione fuorviante del Sacro Corano. Non si tratta più di destabilizzare le politiche dei Paesi europei attraverso un uso saggio dei social network. Per i mercenari siriani, formati ed ingaggiati dalla Turchia, gli insegnamenti sulla violenza e l’incitamento all’odio che invita a uccidere i non cristiani, descritti come “diversi” non sono nuovi.

Questo video dalla musica apparentemente rilassante ed un ritmo orecchiabile, che il nostro contatto turcomeno ci ha inviato, afferma: “Presto romperemo le catene della nostra ignominia e mancanza di rispetto… penetreremo le fortezze dei nostri nemici e li conquisteremo presto. Oh messaggero di Allah”. Poi aggiunge: “O popoli d’Occidente imparate dalla storia, quante teste abbiamo tagliato ai nostri nemici. Torneremo ad essere come eravamo allora per il Messaggero di Dio”. Ali afferma che chiunque offenda il Profeta merita di essere decapitato e che Erdogan libererà presto l’Islam e i popoli oppressi dalle dittature. Queste idee sono alla base della narrativa della Turchia come nuova superpotenza mondiale, con Erdogan come sultano, o meglio come Maometto II. La riconversione in moschea della basilica di Santa Sofia ad Istanbul, che Ataturk aveva trasformato in museo, è l’ennesima riconferma. Precedentemente, la presidenza turca rilasciò un video intitolato “Mela Dorata” in occasione 949mo anniversario dalla vittoria del sultano selgiuchide nella battaglia di Manzicerta contro i bizantini. La quale spianò all’Anatolia il futuro di dominazione ottomana e turca. Nel filmato, Maometto II che conquista Santa Sofia viene accostato al presidente Erdogan osannato dalle folle. “Mela dorata” è il termine utilizzato dall’imperatore per indicare le terre conquistabili dai turchi. La sua diffusione è stata musica per le orecchie dei siriani, per i quali i guadagni economici non sono un motivo valido per rischiare la propria vita, o almeno non per tutti. Il finale del filmato ravviva i sogni del progetto neo-ottomano, mostrando Gerusalemme e la moschea Al Aqsa, che Erdogan ha più volte promesso di liberare.

I giovani siriani a cui l’esercito turco ha fatto il lavaggio del cervello per assicurarsene la lealtà, credevano di andare in Libia a sostenere un esercito regolare, invece si sono trovati in mezzo a gang armate e milizie. Inizialmente a combattere contro lo spregiudicato dittatore Haftar, e poi barricati in scuole di polizia e campi militari abbandonati, dove le stesse forze che hanno sostenuto hanno ripetutamente provato ad ucciderli.  Con ciò non vogliamo demonizzare l’operato della Turchia in Libia, ma solo accendere i riflettori su un fenomeno già collaudato. Come in Somalia, dove migliaia di ufficiali formati dall’esercito turco sono stati radicalizzati con le stesse idee impartite ai combattenti partiti dalla Siria. In Libia prima, in Azerbaijan poi. Nel Paese nordafricano, Ankara sta promuovendo progetti umanitari e di sviluppo, sebbene i libici guardino con sospetto a questa generosità. La ditta CALIK sta lavorando a progetti energetici, così come la compagnia energetica Karadeniz, che sta cercando di investire nel settore elettrico della Libia. In termini di esplorazione petrolifera, Ankara ha lasciato il posto alla compagnia TPAO. Fonti governative libiche riferiscono che alla compagnia Gengis siano stati promessi grandi progetti di ricostruzione nella Libia occidentale dal Governo turco. Il primo accordo firmato tra il GNA ed Erdogan risale a novembre 2019, per la demarcazione dei confini marittimi, tra i due paesi. Questo accordo è stato completamente respinto da Grecia, Francia, Cipro, Egitto ed altre nazioni. A causa della grave crisi di elettricità a Tripoli, l’8 luglio 2020 è stato firmato un altro accordo, che prevedeva la fornitura di centrali elettriche galleggianti alla Libia occidentale. Poco dopo, il 20 luglio, è stato firmato un altro contratto per la gestione dei porti marittimi.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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