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La Tunisia riapre i caffè, ma crescono contagi e proteste

TUNISI, 18 ottobre 2020 – Lunedì Tunisi riapre caffè e ristoranti dopo le nuove restrizioni introdotte dal Governo per contenere l’epidemia di coronavirus, la cui seconda ondata sta registrando molti più casi rispetto allo scorso aprile quando era stato imposto un lockdown totale. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, dal 13 al 16 ottobre, la Tunisia ha registrato 5756 nuovi contagi, portando il totale delle infezioni confermate nel Paese nordafricano, dall’inizio della pandemia, a quota 40.542.

Il Ministero ha indicato che il bilancio dei decessi per via del COVID-19, o complicazioni relative ad esso, è salito a 626, di cui 114 in soli quattro giorni. Ad oggi, 901 persone sono ricoverate in ospedale, 158 sarebbero in rianimazione e 77 in respirazione assistita nei reparti COVID, dove medici ed infermieri si trovano a lottare tra mancanza di mezzi, spazi e materiale di protezione personale. Tunisi ha fatto sapere che i tamponi effettuati fino ad oggi sono 297.513, un numero relativamente basso dovuto soprattutto a come la popolazione sta vivendo l’emergenza. Come in molti altri Paesi, i rischi sono spesso sottovalutati, nonostante gli sforzi delle autorità per far rispettare le misure di prevenzione. “Registriamo mediamente 24 decessi al giorno, uno ogni ora circa“, ha dichiarato domenica mattina la portavoce del Ministero della Sanità di Tunisi e direttrice dell’Osservatorio tunisino per le malattie nuove ed emergenti, Nissaf Ben Alaya, aggiungendo che “il tasso di positività dei test è di circa il 30%, ed è la prova che il virus circola rapidamente tra la popolazione, che ancora non usa le precauzioni del caso“.

La scorsa settimana il nuovo esecutivo tecnico di Elyes Fakhfakh ha reintrodotto nuove restrizioni, nel tentativo di fermare la curva dei contagi. A Grand Tunis – l’area urbana della capitale che comprende i governatorati di Tunisi, Ariana, Ben Arous, e Manouba, con oltre 2,6 milioni di abitanti – Sousse, Monastir, Sidi Bouzid, Beja, Biserta, Kef, Gabes, Djerba, Tozeur, Jendouba, Sfax, Nabeul ed Hammamet, le autorità hanno reintrodotto il coprifuoco notturno dalle 20,00 alle 6,00 del mattino nei giorni lavorativi, e dalle 19,00 alle 6,00 nei giorni feriali e durante il wee-end. Era stata stabilita anche la chiusura di bar, caffè e locali, ma le dure conseguenze su un’economia già fragile hanno portato il Governo ad optare per la riapertura, nonostante le autorità sanitarie di sei governatorati e trentasei delegazioni sono state classificate ad alto rischio. Resta confermato invece l’obbligo di indossare la mascherina in ogni spazio o locale pubblico, pena ammenda. Una regola osservata nei quartieri turistici come Gammarth e Marsa nella capitale, ma meno nei quartieri popolari.

A l’Aouina, a pochi minuti dal centro città, le strade sono piene di persone che si riversano nei ristoranti fino ad oggi autorizzati a vendere solo piatti d’asporto e nei negozi di abbigliamento. “Se non moriamo di COVID, moriremo di fame tra un po” afferma una donna sulla cinquantina con tre figli, denunciando la mancanza di sostegno da parte del Governo per coloro che hanno perso il lavoro a causa dell’emergenza sanitaria. La chiusura di caffè e locali infatti danneggia non solo il settore, ma l’intera catena di produzione, i trasporti e il settore dei servizi per la persona in generale, che hanno già risentito del calo di turisti e visitatori. Dal 28 settembre scorso, per chi arriva dall’Italia in Tunisia, oltre all’obbligo di presentare un test Rt-Pcr negativo realizzato massimo 72 ore prima dall’arrivo in aeroporto, è previsto l’obbligo di autoisolamento domiciliare per sette giorni. Intanto l’Ambasciata italiana a Tunisi ha riaperto regolarmente dopo una breve chiusura della sede diplomatica dopo che alcuni dipendenti erano risultati positivi al tampone. Anche Belgio e Germania erano stati costretti a sospendere le loro attività consolari in precedenza.

La Tunisia continua a risentire inoltre della chiusura dei valici e degli aeroporti con la vicina Libia. I residenti di Ben Guardane hanno protestato da sabato sera contro il deterioramento della situazione socio-economica nella regione con la chiusura in corso del posto di frontiera di Ras Jedir. Lo stop ha portato all’interruzione del commercio intraregionale, principale fonte di reddito per la regione a causa del ritardo nell’avvio di grandi progetti ad alta occupabilità, comprese le zone industriali e logistiche. I manifestanti nel profondo sud della Tunisia hanno bruciato pneumatici e lanciato pietre contro la polizia, costretta ad intervenire usando gas lacrimogeni. I mercanti di Ben Guardane da oltre quaranta sono in stato di agitazione nella regione di Shucha, chiedendo l’apertura del valico di frontiera e il ripristino degli scambi con la Libia. Queste proteste tuttavia non hanno avuto un eco significativo nel resto del Paese, preoccupato dalla diffusione del virus. Pochissime anche le dichiarazioni di sostegno, l’ultima delle quali è stata quella del sindacato locale di Ben Guardane che ha espresso preoccupazione per le tensioni sociali nella regione meridionale. Il sindacato ha invitato il governo ad accelerare l’apertura del valico, nonché la pubblicazione del protocollo sanitario per gli attraversamenti terrestri che aveva promesso di sviluppare in collaborazione con il Ministero dell’Interno libico. Se la Libia ha già espresso il desiderio di riaprire i collegamenti con il Paese vicino, Tunisi adotta prudenza, preferendo tutelare la salute di tutti. Il sindacato ha inoltre invitato il consiglio comunale e tutte le componenti della società civile a esercitare maggiori pressioni per trovare soluzioni alla situazione sociale ed economica disastrosa, affermando il proprio sostegno a tutti i movimenti pacifici e alle loro legittime richieste. Nonostante il ritorno alla calma domenica, la tensione nella regione resta alta.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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