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La Russia solleva nuovi dubbi sul ruolo della CPI in Libia: è irrilevante e manca di neutralità

La Federazione Russa ha sollevato dubbi sul ruolo svolto dalla Corte Penale Internazionale (CPI) in Libia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Durante un meeting a porte chiuse, avvenuto in videoconferenza per via dell’attuale emergenza COVID-19, martedì il Vice Rappresentante permanente della Russia all’Onu, Gennady Kuzmin, ha affermato che il tribunale internazionale con sede all’Aja, mentre ha avuto un ruolo molto attivo nel documentare i fatti avvenuti allo scoppio della guerra civile nel 2011, oggi sta avendo un ruolo sempre più irrilevante in Libia. Secondo Kuzmin, è ormai chiaro – se si osserva i rapporti della CPI – che alcuni crimini commessi da certe parti in conflitto “passano inosservati o vengono apparentemente trascurati”. 

La situazione in Libia è stata la seconda a essere riferita alla CPI dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alla seconda indagine della Corte sul territorio di uno Stato non aderente allo Statuto di Roma dopo il Darfur. L’inchiesta, avviata nel marzo 2011, ha finora prodotto tre casi, inizialmente contro cinque sospetti, e ha comportato accuse che includono crimini contro l’umanità, omicidio, prigionia, tortura, persecuzione, altri atti disumani e crimini di guerra. Il mandato di arresto contro Muammar Mohammed Abu Minyar Gheddafi è stato ritirato, il 22 novembre 2011, a causa della sua morte, mentre il procedimento contro Abdullah Al-Senussi si è concluso il 24 luglio 2014, quando la Camera di ricorso ha confermato una decisione della Camera preliminare I che ha dichiarato il caso irricevibile dinanzi alla CPI.

Da allora, le indagini della Corte internazionale si sono concentrate sui casi di Saif al-Islam Gheddafi, Mahmoud Mustafa Busayf Al-Werfalli e Al-Tuhamy Mohamed Khaled. Su tutti e tre i sospettati pende un mandato d’arresto, che di fatto impediscono il già difficile processo di riconciliazione libico. “Siamo convinti che la comunità internazionale e il Consiglio di sicurezza dovrebbero concentrare i loro sforzi sull’aiutare a ripristinare la pace in Libia, perché quando questa verrà ristabilita, i libici potranno decidere da soli come affrontare la questione della giustizia”. ​Ha detto l’ambasciatore Kuzmin, esprimendo preoccupazione per la situazione nel Paese e per il fatto che gli sforzi per raggiungere la stabilità sono ancora bloccati. 

L’ambasciatore ha suggerito che la Corte dovrebbe avere un’azione diplomatica neutrale, sostenendo cooperazione e dialogo per aiutare le parti a impegnarsi nei negoziati. Ha indicato inoltre che la Russia non crede che la soluzione alla crisi libica possa essere militare. “Non esiste un modo semplice per risolvere il conflitto in Libia, perché è radicato negli eventi del 2011; quando la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è stata gravemente distorta e violata, il che ha portato alla distruzione dello stato libico e alla continua sofferenza della popolazione civile”. Ha sottolineato, avvertendo che il ruolo della CPI non solo sta risultando irrilevante, ma trascura i crimini spaventosi di soggetti appartenenti a gruppi terroristici, come Daesh ed Al-Qaeda, di cui lo stesso Consiglio di Sicurezza ne riconosce la presenza e il loro ruolo distruttivo in Libia. 

Foto – Un terrorista di Ansar al-Sharia prima della liberazione da parte dell’LNA

È opportuno ricordare che il Consiglio Supremo delle Città e delle Tribù libiche, precedentemente ascoltato dalla CPI nel processo di appello contro il delfino libico, ha apertamente chiesto al Procuratore di abbandonare la causa contro Saif al-Islam Gheddafi, ricercato dalla Corte per crimini di cui le stesse vittime hanno ritirato ogni accusa. Il massimo Consiglio delle componenti sociali libiche ha anche accusato il Governo “scaduto” di Fayez al-Serraj di tradimento, per l’atteggiamento ostile di fronte alla Corte che ha messo in dubbio la capacità e la neutralità della magistratura e delle istituzioni libiche, ad esso affiliate, pur di consegnare Gheddafi. Per la seconda volta un Governo ha messo in dubbio la capacità di operare delle stesse istituzioni che rappresenta, la prima avvenne nel 2011 sempre da parte di un rappresentante della Libia alle Nazioni Unite, Abdurrahman Shelgam, chiedendo al Consiglio di attaccare lo stesso Governo che lo aveva assegnato a quella posizione. 

Secondo uno degli avvocati difensori di Gheddafi, Khaled al-Zeidiin una nostra precedente conversazione, aveva dichiarato che le accuse rivolte contro il suo assistito sono solamente di natura politica, in quanto la ICC non ha mai fornito alcuna evidenza, ad eccezione del discorso di Saif al-Islam, trasmesso in diretta via satellite nel 2011, in cui avvertiva il suo popolo di non farsi trascinare dal complotto che avrebbe portato alla distruzione della Libia e che lo Stato avrebbe punito secondo la legge locale coloro che avessero trasgredito le regole. “Il Dr. Saif al Islam è innocente – aveva affermato l’avvocato, ricordando che – il tribunale vuole che si presenti dinnanzi alla Corte per ascoltarlo. Tuttavia, è stato già processato dal sistema giudiziale libico e, secondo lo stesso Statuto di Roma, nessuno può essere giudicato due volte in merito allo stesso reato, perciò essere richiamato dal tribunale internazionale non solo è inopportuno, ma è un atto contro la sovranità libica”. Zeidi aveva sottolineato inoltre che il tribunale libico che ha giudicato Gheddafi è lo stesso che ha condotto il procedimento contro il signor Abdullah al-Senussi, che la CPI ha valutato come irricevibile, accettando la sentenza della magistratura libica. Quindi non è chiaro perché un tribunale è attendibile nel giudicare un caso, ma non un altro.

Ma veniamo a fatti più recenti. Tra il 2014 e il 2017, mentre Bengasi e Derna erano diventate province del sedicente Stato Islamico in Libia, la CPI – così come il resto della Comunità internazionale – non solo non ha speso una parola per le vittime del terrorismo, ma chiedeva costantemente al Libyan National Army di fermare i combattimenti. Nessuna investigazione è stata aperta sugli assassini della famiglia Hariri le cui donne imbracciarono le armi contro Daesh in difesa del loro fratello, per poi essere crocifisse in pubblica piazza a Derna. “La ICC non ha indagato – afferma un uomo a Bengasi – sulla mia famiglia sterminata sulle scale dell’Hotel Tibetsi”. Dozzine di bambini sono stati reclutati dai tagliagole, le donne sono state private delle libertà più basilari dal Califfato, a migliaia sono stati uccisi, frustrati e torturati affinché accettassero l’ordine della Sharia. Decine di scuole, università e stazioni di polizia sono state distrutte dai jihadisti nell’est della Libia, ma tutto questo all’Aja non è mai pervenuto. Ma sono stati ricevuti, al contrario, i video di Mahmoud al-Werfalli che giustizia 48 terroristi senza un giusto processo. I libici, che hanno vissuto tutto questo allora si chiedono: come mai la Corte non ha chiesto alla Casa Bianca di processare Osama Bin Laden e Abu Bakr al Baghdadi prima di condurre i raid che li avrebbe uccisi? 

Durante un incontro con Mohamed al-Ghali, il giovane che secondo la CPI avrebbe girato i video delle uccisioni extragiudiziali condotte da Werfalli ha rivelato che a partire dal 15 ottobre 2014, quando l’esercito è entrato ufficialmente a Bengasi, ha cominciato a lavorare come cronista con l’LNA per documentare quanto stava accadendo, considerando che non era presente alcun canale. I suoi account social sono diventati dei mezzi di informazione, fino a quando nel 2015, Mohamed con altri giovani di Bengasi hanno creato un giornale chiamato “Alwaqt News”, a cui collaboravano redattori, fotografi e grafici. Hanno fatto tutto ciò volontariamente, senza venir retribuiti, solamente per mostrare al mondo contro chi stavano combattendo. “Dopo la pubblicazione del video delle esecuzioni – ha dichiarato– la CPI mi voleva come testimone nel caso contro Mahmoud al-Werfalli. Quando ho ricevuto la mail della cancelleria del Tribunale, non ho risposto subito ed ho informato prima l’esercito. Quando la corte ha emesso il mandato di cattura per al-Werfalli, anche io sono stato fermato e ci hanno fissato un appuntamento presso il tribunale militare. Quando la gente lo ha saputo, mi ha difeso. Le persone hanno iniziato una campagna a mio favore, dicendo che io non ho fatto niente”.

Foto – Mohamed al-Ghali

Mohamed al-Ghali racconta che quando è stato assolto dal tribunale di Bengasi, ha ricevuto una telefonata internazionale da una persona egiziana che faceva da traduttore ad un ufficiale della CPI, che sosteneva che fosse stato lui a riprendere le scene che inchioderebbero al-Werfalli. “Gli ho detto di averlo solamente pubblicato in qualità di giornalista”. Ha aggiunto, spiegando di aver pubblicato i video come reazione alle tantissime uccisioni perpetrate dai terroristi. “Con un attacco dinamitardo hanno massacrato 42 persone. È stato un modo per me di reagire ai loro crimini. A livello internazionale questi video erano inutili, ma hanno significato tanto per la gente del posto”. 

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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