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La resa di Kodak alla Cina. Rimosse foto sul Xinjiang cinese. Dal Global Times minacce all’azienda

La società di tecnologie fotografiche statunitense Eastman Kodak ha rimosso alcuni scatti ritraenti lo Xinjiang cinese, regione della Cina occidentale dove il governo è accusato di gravi violazioni dei diritti umani, dalla sua pagina Instagram.

L’azienda spiega “Kodak non è una piattaforma di commento politico”. Lo riferisce la stessa società in una nota resa pubblica su Instagram, dopo aver rimosso i contenuti di proprietà del fotografo Patrick Wack. Il fotografo, che ha viaggiato nella regione nord-occidentale della Cina dal 2016 al 2020, ha descritto i suoi scatti come simili ad una “brusca discesa in una distopia orwelliana“. Secondo Kodak “Le immagini e i commenti pubblicati su Instagram non rappresentano Kodak e sono stati rimossi, ci scusiamo per eventuali fraintendimenti” e poi per evitare ulteriori attacchi da Pechino ha pubblicato una dichiarazione separata sulla piattaforma WeChat dove si è piegata ad una sorta di giuramento di “rispettare il governo cinese e la legge cinese“.

La società fotografica voleva promuovere grazie ai suoi 839.000 follower su Istagram il lavoro del fotografo francese Wack, che negli ultimi anni ha fatto diversi viaggi nello Xinjiang e ha raccolto le sue immagini in un libro. Quando gli utenti cinesi hanno cominciato a criticare il post è arrivata prontamente la rimozione che però ha attivato come reazione dagli utenti occidentali “Un’azienda che lavora nella fotografia non dovrebbe aver paura di prendere posizione su un progetto così importante per i diritti umani“, ha affermato Ariane Kovalevsky, direttrice con sede a Parigi di Inland Stories, una cooperativa internazionale di 11 fotografi documentaristi, tra cui Mr. Wack.

Kodak secondo una ricostruzione del New York Timesnon è la prima azienda internazionale a scusarsi per le trasgressioni percepite sullo Xinjiang, dove politici occidentali e gruppi per i diritti umani affermano che gli uiguri e altri gruppi di minoranze musulmane sono stati sottoposti a lavori forzati e genocidio da parte del governo cinese“. E’ del marzo scorso la notizia della mobilitazione in Cina contro i brand occidentali: dai netizen ai media statali, dalle celebrità alle compagnie hi-tech, la chiamata al boicottaggio di abbigliamento e scarpe di società come H&M e Nike, colpevoli di essersi ‘disimpegnate‘ dallo Xinjiang e dal suo cotone dopo le accuse sui lavori forzati per la produzione, si sta trasformando in uno tsunami. Stessa sorte è toccata a storici marchi come Burberry, Adidas, Nike, New Balance e Zara aspramente criticati da Global Times.  “Le aziende occidentali devono riconsiderare come trovare un equilibrio tra la Cina e l’Occidente“, ha ammonito su Twitter il direttore del tabloid nazionalista Global Times, Hu Xijin. “I loro Paesi non dovrebbero dar loro troppa pressione e spingerli fuori dallo spazio di sopravvivenza. La Cina è aperta agli investimenti stranieri, purché siano rispettate le sue condizioni“, ha ammonito Hu.

Foto – Uno degli scatti rimossi da Kodak. ©PatrickWack – Giugno 2016. Provincia dello Xinjiang, Cina.
Uomo uiguro che guarda attraverso la porta di casa sua nella depressione di Turpan e nel lago Ayding.

Da parte sua Wack ha spiegato che in verità il libro cattura la relazione “difficile” tra i residenti locali e i coloni del gruppo etnico a maggioranza Han della Cina. Il fotografo tenta di tracciare paralleli visivi tra l’insediamento del governo cinese dello Xinjiang e l’espansione verso ovest degli Stati Uniti. “Volevo fare un parallelo tra la mitologia americana fondatrice – la mitologia della conquista dell’Occidente del 19° secolo – con tutti i sogni che porta con sé per quei coloni e tutta la disperazione e il mistero che ha portato a tutti i nativi“, ha affermato Wack in un’intervista.

Il Global Times, organo propagandistico cinese, in un articolo canta vittoria “Non è raro che l’Occidente si entusiasmi sulla questione dello Xinjiang sotto l’istigazione delle forze anti-cinesi guidate dagli Stati Uniti. Tuttavia, a giudicare dal set di foto e dalle informazioni di base, ci sono molte “cose ​​nuove” degne dell’attenzione del governo cinese e dei netizen“.

Secondo Pechino ci sarebbe una evoluzione della propaganda anti-Cina visto che le immagini ritraggono scene normali di vita quotidiana, la formulazione del post, scritta da Wack e postata da Kodak, sembra ancora più strana e fuori luogo. Guardando solo le foto, nessuno può associare le belle scene alla “persecuzione cinese del popolo dello Xinjiang“. Immagini così patinate renderebbero le persone curiose della descrizione fatta da Wack.

Nell’articolo Global Times (GT) poi traccia l’identikit del fotografo Patrick Wack affermando che a giudicare dalle sue precedenti dichiarazioni pubbliche, non poteva essere considerato un “ostinato elemento anti-cinese” e raramente partecipava ad attività politiche. Ed ecco quindi la demolizione della persona: lo farebbe per. soldi. GT infatti commenta “Come fotografo con una piccola reputazione nel settore ma non molto conosciuto tra i normali utenti della rete, i lavori di Wack generalmente ottengono solo poche centinaia di Mi piace su Instagram. Tuttavia, dopo aver messo in relazione il post con la questione dello Xinjiang e il repost di Kodak, le foto hanno ricevuto improvvisamente decine di migliaia di like“.

A seguire ecco la macchina del fango su Kodak “Le foto non hanno fatto scalpore nelle piattaforme social cinesi tre giorni dopo la loro pubblicazione, poiché Kodak non è molto attiva nel mercato cinese e non è popolare tra i netizen cinesi“. Il GT si cruccia che “se il governo cinese risponde a queste persone, è facile cadere in discussioni su ‘il grande prepotente contro il piccolo’ e ‘il governo che prende di mira i civili’. Ciò rende particolarmente felici i politici occidentali che cercheranno di spingerli in prima linea e creare problemi alla Cina“.

E infine ecco la minaccia – neppure troppo velata a Kodak “E’ meglio che l’azienda si renda conto che ci sono numerosi fotografi e blogger in Cina che utilizzano i prodotti Kodak (ma non erano pochi fino a qualche paragrafo prima? N.d.R.) per creare opere che riflettono la vita nello Xinjiang e che sullo Xinjiang ne sanno più di Wack. Se Kodak tiene davvero allo Xinjiang, perché non sta promuovendo opere di fotografi cinesi ai netizen di tutto il mondo?“.

Peccato che la Kodak parli cinese eccome: da pochi mesi è stata ufficializzata la vendita dei business della “Carta, prodotti chimici, display e software” di Kodak alla società cinese Sino Promise Holdings. In particolare, l’accordo sembra essere stato firmato il 7 luglio scorso dalla Kodak Alaris, la società britannica che condivide la proprietà del marchio Kodak con la statunitense Eastman Kodak Company. Sino Promise, fondata ad Hong Kong nel 1993, si descrive come “il più grande distributore di Kodak Alaris nel mondo“. Essa fornisce 8000 rivenditori Kodak in Asia Pacifico e Russia. Dal 2015, produce anche componenti chimici per la fotografia e realizza la carta fotografica Kodak all’alogenuro d’argento e la carta colorata Kodak nella sua fabbrica di Xiamen, per l’esportazione nella regione dell’Asia Pacifico, comprese l’Australia e la Nuova Zelanda.

 

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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