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La Norvegia chiude le frontiere ma riapre i ristoranti

Per evitare l’importazione della variante britannica del coronavirus, almeno nella prima metà di febbraio la Norvegia terrà chiusi i confini a tutti coloro che non risiedono nel Paese. La premier Erna Solberg e il ministro della Sanità Bent Høie hanno così in parte ceduto alle critiche pressanti provenienti dall’opposizione, che da mesi chiede un controllo più severo alla frontiera. La Solberg comunque non ammette questa concessione, dichiarando invece che si tratta di una contingenza imposta dalla mutazione del virus giunta dal di fuori, poiché la Norvegia “ha attuato misure di contenimento del Corona tra le più rigide al mondo”. L’inasprimento delle chiusure riguarderà di fatto i lavoratori stranieri, impiegati in particolare nell’edilizia, nei cantieri navali e nell’agroalimentare, i quali rimarranno fuori dal Paese, ad eccezione di coloro che svolgono attività essenziali alla comunità, come ad esempio il personale medico (proveniente soprattutto da Svezia e Finlandia). Si pensa che la reiterata “importazione” sia dovuta alle migliaia di lavoratori migranti rientrati in Norvegia dopo le feste natalizie, molti dei quali hanno violato la quarantena, evitato il test obbligatorio o presentato certificati di negatività falsi. 

In compenso, Oslo ha in parte allentato le restrizioni in atto da parecchi mesi, come annunciato dal sindaco Raymond Johansen, che parla di una “riapertura graduale e controllata” della capitale. Così, i ragazzi sotto i 20 anni possono partecipare ad attività sportive e ricreative organizzate; si potrà nuovamente andare in biblioteca, nonché al ristorante e al bar (pur con il divieto di servire alcolici); asili e scuole passano al “livello ambra” del protocollo di sicurezza, che consente un parziale ritorno alla didattica frontale. Tuttavia sono già iniziate le polemiche sulla cancellazione degli esami di fine anno, cosa già avvenuta nel 2020: i partiti sono divisi al loro interno, anche se Høyre, il partito di governo, appare contrario ad una eliminazione totale, ma incline a una sorta di soluzione intermedia che prevederebbe la valutazione degli studenti da parte di soggetti che non siano i loro stessi insegnanti, anche per evitare che si ripeta l’ingiusto vantaggio dato dalle circostanze alla “generazione coronavirus”.

Sono state fermate le esercitazioni invernali della NATO chiamate “Joint Viking”, che hanno coinvolto tremila soldati dell’Alleanza atlantica fino al momento dello stop. Il ministro della Difesa norvegese, Frank Bakke-Jensen, aveva inizialmente approvato la prosecuzione dei lavori nonostante i casi confermati di contagio tra i soldati in arrivo nel Paese, ma ha poi cambiato opinione sulla “difficile situazione delle infezioni”: il Dipartimento della Difesa ha così annullato le esercitazioni che avrebbero coinvolto per alcune settimane anche settemila uomini della stessa Norvegia. Questa cancellazione effettuata in corso d’opera non è del tutto negativa, secondo il Ministro, perché “è saggio mostrare che si può pianificare e fare aggiustamenti durante lo svolgimento stesso” ed “è importante per le Forze di difesa norvegesi e per gli alleati provare anche questi aspetti dell’esercitazione”.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

  • Елизавета
    20 Febbraio 2021 at 17 h 43 min

    Gran Bretagna, da “non chiudere niente” a “chiudere tutto” I britannici volevano affrontare il virus in modo diverso dal resto del mondo: non resistergli, ma farsi infettare il piu possibile per immunizzare la maggioranza della popolazione. La strategia dei due scienziati consiglieri del governo andava benissimo al premier Boris Johnson perche avrebbe voluto dire non fermare nulla e non far danno all’economia. Nonostante lo stesso Johnson in tv avesse ammesso che questa strategia avrebbe comportato la perdita “di molte persone care”. Altri scienziati, i medici dell’Imperial College e in particolare l’epidemiologo Neil Ferguson, hanno spiegato al premier che in questo modo 2ila britannici sarebbero morti entro l’anno. Il 20 marzo Johnson e costretto suo malgrado a chiudere a tempo indeterminato bar, caffe, ristoranti e soprattutto i pub, scelta particolarmente dolorosa: “Dobbiamo sospendere l’antico diritto dei britannici nati persone libere di andare al pub. Uno strazio immenso”. Con meno pathos, chiude anche cinema, teatri, palestre. Contemporaneamente il governo allerta ila soldati e avvisa i riservisti. La grande preoccupazione non e un piccolo paese sperduto ma Londra: e nella capitale che si teme il focolaio piu devastante.

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