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La minaccia mortale dell’isolazionismo da coronavirus

In un articolo per Project Syndicate, l’ex ministro degli Esteri della Germania Sigmar Gabriel denuncia come l’Occidente non abbia fatto quadrato nella lotta contro la pandemia e rimprovera gli Stati Uniti di essersi lasciati prendere dal complottismo. Adesso sarà ben difficile parlare di comunità atlantica, ma più in generale possiamo osservare con rara nitidezza come la Cina stia subentrando all’Occidente stesso.

Infografica – Autore dell’opinione Sigmar Gabriel

BERLINO — Sotto la presidenza Trump, l’America non si sta sforzando di cooperare attivamente con gli altri Paesi per sconfiggere il Covid-19, e per questo motivo la lotta al coronavirus si sta rivelando frammentaria: ciò appare con maggiore chiarezza rispetto a quanto non mostri la diatriba euro-americana sul ruolo della NATO o il silenzio sulla pandemia nelle relazioni tra le due parti, e dunque difficilmente si può parlare oggi di una comunità atlantica.

Come se non bastasse, gli Stati Uniti si lasciano tirare dal complottismo: se da un lato la Cina afferma che il coronavirus è stato creato nei laboratori militari americani ed è stato usato per disturbare la crescita della Cina stessa, dall’altro l’amministrazione Trump definisce il Covid-19 un “virus cinese”, recando un’offesa di carattere geopolitico.

Al tempo stesso, nel corso di questa crisi la Cina cerca di distinguersi inviando aiuti a quei Paesi che stanno maggiormente soffrendo. Né gli USA né l’Europa stanno offrendo un sostegno più grosso all’Italia, alla Spagna e ai Paesi africani: lo sta facendo invece la Cina, mandandovi squadre di medici e forniture di materiali sanitari. Raramente si può osservare con tale nitidezza come la Cina stia soppiantando l’Occidente nel ruolo di leadership globale.

Durante la grande recessione arrivata a seguito della crisi finanziaria mondiale del 2008, la Cina non era così potente e l’America non era così egocentrica. Quando gli speculatori del mercato finanziario avviarono sé stessi e tutto il resto del mondo verso l’abisso, i ministri delle Finanze dei venti Stati con le economie più forti si incontrarono per valutare le misure congiunte per rispondere al problema. Oggi, invece, nonostante un recente summit virtuale, il G20 non è ancora riuscito a ritagliarsi alcun ruolo del genere.

Persino prima della comparsa del Covid-19, l’antagonismo tra USA e Cina era uno dei fattori principali per determinare il ruolo globale dell’Europa. È chiaro che in un mondo dominato dal “G2” (cioè Cina e Stati Uniti), l’Europa rimane ai margini, anche se la sua stessa prosperità è direttamente connessa al grado di apertura dei mercati mondiali.

D’altra parte, il ruolo globale dell’Europa dipenderà anche da quanto essa riesca a cavarsela nella crisi del Covid-19. La pandemia, infatti, sta indebolendo la coesione europea, ridotta a una condizione disperata. Le azioni intraprese dall’UE stanno completamente deludendo le attese. L’unica a fare qualcosa è stata la Banca Centrale Europea, che è indipendente. Come già durante la crisi dell’euro di quasi dieci anni fa, la politica del “whatever it takes” adottata dalla BCE sostiene la stabilità della valuta e fornisce agli Stati membri la necessaria liquidità. Né la Commissione né il Consiglio europeo hanno fatto nulla del genere fino a questo momento: ma gli italiani, al contrario, forse non dimenticheranno mai che quando in Lombardia la gente ha cominciato a morire in massa, la Germania ha messo il divieto di esportazione di materiali sanitari verso l’Italia.

Oggi vediamo le conseguenze della politica del “multilateralismo del bel tempo”: è facile attuare la cooperazione europea e internazionale quando non costa nulla. I politici tedeschi, in particolare, vorrebbero per sé un’Europa à la carte: desiderano che nei tempi grassi la Germania sia campionessa di esportazioni e ottenga profitti dalle frontiere aperte e dal libero scambio, mentre nei tempi di magra possano ritirarsi nel loro spazio voltando le spalle agli altri. È proprio per questo motivo che l’Eurogruppo dei ministri delle Finanze dei Paesi dell’eurozona non ha potuto accordarsi su un aiuto comune per Italia e Spagna.

In parole povere, il Covid-19 non è l’unica infezione che minaccia l’Europa: mentre Italia e Spagna cercano con grande fatica di fermare la pandemia, l’Eurogruppo ha contratto quel virus che si chiama “prima-il-mio-Paese”, che lo aveva già colpito qualche anno fa durante la crisi del debito greco. L’idea che gli aiuti ai Paesi dell’eurozona danneggiati da un disastro vengano erogati soltanto a condizione che essi realizzino massicci programmi di riforme rappresenta una mossa politica di inconcepibile stupidità. Resta solo da sperare che i capi di Stato si dimostrino più intelligenti dei loro ministri delle Finanze, come era avvenuto nel 2015. Occorre notare che tutti gli economisti tedeschi, persino quelli che tradizionalmente si dichiarano contrari all’idea della mutualizzazione del debito, in questo momento la stanno raccomandando. L’Italia e la Spagna non potranno sostenere l’onere finanziario necessario per la lotta contro il virus e per la stabilizzazione dell’economia, ma avranno bisogno di tutti gli Stati dell’eurozona per condividere i prestiti che serviranno (e importa poco se si chiamano eurobond oppure coronabond).

C’è ancora tempo per cambiare il corso degli eventi in Europa e pure a livello mondiale. Probabilmente l’effetto più pericoloso della crisi del Covid-19 è la conclusione che l’unica difesa dei cittadini sia costituita dallo Stato nazionale: il risultato è che il coronavirus ora minaccia non soltanto le persone, ma anche i progetti di integrazione internazionale, compresa l’Unione Europea, che era stata creata e faticosamente costruita per mettere fine a secoli di guerra sul continente.

La risposta alla domanda se l’Europa sarà in grado di superare questa crisi, di conservare la sua unità e di iniziare ad avere un ruolo significativo a livello globale dipenderà dalla sua capacità di proporre un’alternativa convincente all’umore attuale, sintetizzato dallo slogan “si salvi chi può”. Troveremo questa risposta solo se ciascuno prenderà la sua parte di responsabilità per il futuro dell’Europa, e soltanto allora le nostre società potranno muoversi nella giusta direzione.

Certamente si tratta di avanzare verso l’ignoto, cosa che richiede coraggio. Non possiamo dare una risposta definitiva a tutte le domande, ma nel tentativo di vincere i problemi causati dal Covid-19, l’Europa ha ottenuto la chance di reinventarsi da capo: non dobbiamo sprecare questa opportunità.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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