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La Libia chiede il rilascio di 4 giocatori in cambio dei pescatori di Mazara, accusati di traffico di droga

Ci accusano che hanno trovato droga a bordo“. Afferma in una telefonata il capitano Pietro Marrone, uno dei 18 pescatori bloccati in Libia assieme ai due pescherecci Antartide e Medinea sequestrati la sera del primo settembre, confermando quanto già anticipato da Vanessa Tomassini su Speciale Libia, in una intervista con Tareq Al Amami, uno dei quattro giocatori libici condannati nel 2015 per traffico di esseri umani e omicidio volontario. 

La contestazione risale ad alcuni giorni fa, ma è stata comunicata ai familiari e agli armatori durante una conversazione telefonica in viva voce, a margine di una diretta televisiva di sabato 19 settembre. I pescatori si trovano nel carcere di El Kuefia, a 15 km a sud est da Bengasi. “E’ chiaro che vogliono alzare l’asticella“, dice nella stessa conversazione l’armatore del Medinea, Marco Marrone. Nessuna conferma da parte della Farnesina, che assieme all’intelligence sta conducendo le trattative per il rilascio dei 18 marittimi. I due motopesca sono sotto sequestro nel porto di Bengasi.

Le famiglie dei pescatori di Mazara del Vallo chiedono al Governo di fare presto e di agire per riportarli a casa. Il generale del Libyan National Army (LNA), Khalifa Haftar, sta trattando con l’Italia il rilascio di 4 calciatori libici arrestati per traffico di esseri umani, ma che in realtà sarebbero vittima di un errore giudiziario. “Le loro accuse si basano soltanto sulla testimonianza di alcuni africani che ci hanno descritto come scafisti” ha raccontato il giovane Tareq Alamami, 26, di Bengasi, raccontando quanto accaduto nel 2015, quando decise di imbarcarsi illegalmente insieme ad un gruppo di africani in partenza dalle coste di Zuhara. La questione vede d’accordo tanto il Governo di Accordo Nazionale (GNA) che in passato si era occupato della vicenda quanto LNA di Haftar.

L’avvocato di Tareq Al Amami, Serena Romano ha confermato che le imputazioni a carico del suo cliente “sono favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio volontario e che prove sono le dichiarazioni assunte nell’incidente probatorio da alcuni dei superstiti”. La Romano ha precisato “che la prova del dichiarante straniero ė soggetta spesso a contaminazione a causa dei processi di traduzione e a fraintendimenti linguistici. Io non c’ero all’epoca perché sono subentrata adesso, ma si tratta di fenomeni ricorrenti che vanno monitorati e non so se in questo caso sia stato fatto perché non ho partecipato all’incidente probatorio”.  

I quattro libici si trovano da cinque anni nel carcere di Siracusa, dove si trovano in custodia cautelare ed è per questo che sono detenuti prima della sentenza definitiva. “Si può fare quando si ritiene ci sia un verosimile rischio di fuga e con condanne elevate ė sempre cosi, a maggior ragione se l’imputato ė straniero e privo di legami sul territorio”. Ha detto l’avvocato, aggiungendo che “è stata depositata la sentenza d’appello che ha confermato la condanna di primo grado e proporremo ricorso in cassazione”. Sulla possibilità che questi ragazzi, tutti giovanissimi, possano scontare la pena nel loro Paese, “le condizioni sono da verificare esiste una procedura con richiesta del Ministero di Giustizia, ma ci sono dei presupposti e va valutata caso per caso”, ha affermato.

E’ interessante notare che dei 18 marinai fermati a Bengasi solo otto sono italiani, a bordo le autorità di Bengasi hanno confermato di aver trovato anche 6 tunisini ed un senegalese e che le imbarcazioni stavano trasportando un grosso carico di droghe, più esattamente hashish, secondo quando riferito da un ufficiale della sicurezza interna del capoluogo orientale libico. I 18 marittimi sono ora in attesa del processo da parte dei magistrati libici e rischiano oltre 25 anni di carcere.

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