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La crisi dell’adozione internazionale e l’Italia. Un tema centrale per diversi motivi

Quanti sono, nel mondo, i minori in stato di abbandono o senza una famiglia? Per quanto possa sembrare assurdo, nell’epoca in cui tutto viene misurato e quantificato e ormai a un trentennio dalla Convenzione ONU per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, una fotografia esatta e recente del fenomeno non esiste. Le cifre sono sempre e comunque spannometriche. C’è chi parla di 160 milioni, chi di 170. Chi, addirittura, di 180. Un dramma vero, reale, concreto. Che non viene monitorato in via ufficiale a livello globale. Come, sempre a livello globale, non esiste alcun documento che sancisca il diritto di ogni bambino ad avere una famiglia. Si parla di lotta alla denutrizione, alla guerra, alla povertà. Ma non di famiglia. E così è accaduto che diversi Paesi abbiano potuto chiudere le porte a uno strumento come l’adozione internazionale – essenziale per garantire a molti bambini un futuro, sebbene a distanza dalla propria terra natìa – senza che questo atteggiamento sia stato denunciato come una violazione di diritti.

I motivi per cui un Paese può rinunciare a dare i propri bambini abbandonati in adozione all’estero sono molteplici: dalla necessità di fermare fenomeni corruttivi nati intorno al “business” adottivo a una sorta di “complesso” che porta a percepire le adozioni verso altri Paesi, per lo più occidentali, come un sintomo di debolezza socio-economica. Un caso simbolico è quello dell’Etiopia, che nel 2017 ha stoppato e bloccato le adozioni dopo averne consentite, nel ventennio precedente, ben 10mila. Un esempio seguito anche da altre nazioni africane e del cosiddetto Terzo mondo e che ha portato a conseguenze notevoli. Come il fatto che, dal 2004 al 2016, le adozioni internazionali siano calate dell’80% a livello globale. Senza che questo, purtroppo, abbia significato una riduzione dei minori in stato di difficoltà famigliare. A fronte di questa situazione, i Paesi di destinazione dei bambini in adozione come l’Italia hanno a disposizione, quale strumento di diplomazia specifica, l’autorità centrale preposta a governare il sistema adottivo prevista della Convenzione sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozioni internazionali dell’Aja del 1993. Quella italiana si chiama CAI (Commissione adozioni internazionali) ed è attualmente presieduta dal ministro per la Famiglia, Elena Bonetti.

Infografica – Le adozioni internazionali in cifre

Anche l’Italia, tuttavia, pur essendo da sempre tra i Paesi più accoglienti al mondo nei confronti dei bimbi abbandonati, ha iniziato, a partire dal 2011, a presentare un netto calo del numero di adozioni. Dalle 4.130 del 2010, quando alla presidenza della CAI si trovava l’allora ministro Carlo Giovanardi, alle sole 969 del 2019, anno che ha visto una flessione del 14% rispetto a soltanto dodici mesi prima. Oltre al contesto internazionale di chiusura e naturalmente alla crisi economica, le responsabilità, secondo diversi addetti ai lavori, si trovano nei governi che, da allora, si sono susseguiti alla guida del Paese. Che dell’adozione si sono disinteressati.

Recentemente, è emerso il tema dei fondi non spesi: come ha riportato in un documento dell’Autorità garante per l’Infanzia e l’adolescenza, dal 2013 al 2017 sono stati stanziati nel bilancio statale 42.560.682 euro a favore del Fondo per il sostegno alle adozioni internazionali. Di questi ne sono stati impegnati solamente 13.360.857. Eppure di investimenti da fare ce ne sarebbero, come quello per un incentivo forfettario alle coppie adottanti. Già, perché il costo di un’adozione internazionale si aggira, mediamente, sui 30mila euro: non certo spiccioli, per coppie più o meno giovani – soprattutto in Italia. Non è un tema di poco conto. Perché quello dell’accoglienza adottiva ne intercetta altri: per esempio la denatalità, un vero e proprio cancro in un Paese che ha fatto segnare lo scorso anno il più basso numero di nascite addirittura dai tempi dell’Unità nazionale. Oppure l’immigrazione: un bambino abbandonato che cresca in un istituto senza incontrare l’accoglienza di una famiglia adottiva, una volta raggiunta la maggiore età (ma in alcuni casi anche prima) e quindi uscito dal sistema di protezione sociale, potrà divenire facile preda dei miraggi offerti dai “viaggi della speranza”. Viaggi che, invece e purtroppo, hanno a volte un finale drammatico, come insegnano i numeri dei morti nel Mediterraneo. Situazioni, queste, che l’abbraccio di una nuova famiglia, magari in un Paese con maggiori opportunità da offrire, probabilmente potrebbe prevenire.

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Classe 1984, di padre siciliano e madre bergamasca, è cresciuto tra la Liguria e la Brianza, dove vive attualmente. Laureato in Storia e Lettere moderne, ha conseguito un Master in Editoria e un Executive Master in Relazioni Pubbliche. In ambito professionale si occupa di comunicazione e relazioni istituzionali e ha collaborato con diverse e importanti realtà pubbliche, private e del terzo settore.

Giornalista pubblicista, ha scritto per diversi siti e testate, tra cui "Libero", "Destra.it", “Barbadillo.it", "L'Intellettuale Dissidente", "CulturaIdentità", "IlGiornale.it" ed “Eurasia - Rivista di Studi Geopolitici”

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