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La cooperazione con la Cina ha spaccato l’Europa

Nei giorni scorsi, quattro Ministri degli Esteri si sono recati nella città cinese meridionale di Guiyang come ricostruito da Dmitry Kosyrev: tre dall’Europa Orientale (Serbia, Polonia, Ungheria) e uno dall’estremità occidentale del Continente (Irlanda). A ciò si può aggiungere il recente viaggio del capo della diplomazia della Cina, Yang Jiechi, in Slovenia e in Croazia. Nell’insieme, si tratta della dimostrazione del fatto che manca e che non arriverà presto una qualche idea unica europea su che cosa la Cina sia per l’Europa: salvezza e opportunità per il futuro oppure terribile minaccia. La diplomazia ufficiale di Pechino naturalmente dichiara in maniera indefessa di non condurre alcuna politica di spaccatura dell’Europa, ma di collaborare con coloro che lo desiderano. E se lo dicono loro stessi, allora veramente non stanno cercando di produrre scissioni, e poi perchè mai dovrebbero farlo se è impossibile dividere tra loro gli europei più di quanto non lo siano già. La maratona diplomatica di Guiyang è senza dubbio la risposta di alcuni europei alla follia di altri. Il punto cruciale del soggetto è il voto all’Europarlamento di metà maggio, che rimanda a data da destinarsi la ratifica dell’Accordo generale sugli investimenti UE-Cina.

Foto – I partecipanti della 5a edizione Cina-Paesi dell’Europa centrale e orientale

È una vicenda istruttiva. Il fatto è che l’Europa sta sotto le sanzioni cinesi: non tutta, ma nella persona dei suoi rappresentanti più arroganti, quelli che hanno metodicamente creato dal nulla il fantoccio della “repressione di Pechino contro la popolazione uigura dello Xinjiang”. I cinesi non amano le menzogne spudorate (quelle che si dicono guardando dritto negli occhi) più dei russi o degli altri popoli, quindi hanno sottoposto a sanzioni un gruppo di tali difensori dei diritti umani. Fino ad oggi al Parlamento europeo siede un gran numero di deputati che ritiene che le sanzioni possano essere imposte solamente dai rappresentanti dell’Occidente a tutti gli altri, ed ecco che da qui deriva il loro voto. La formula è questa: prima la Cina dovrà togliere le proprie sanzioni, dopo potremo parlare di investimenti. Poi è seguita un’altra azione della stessa serie. La Cina già da parecchio tempo porta avanti la collaborazione con due organizzazioni europee, cioè con la UE e con la struttura che regge la sua cooperazione coi Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, nota come “17+1”. In sostanza, gli incontri di Guiyang sono stati proprio la dimostrazione che l’Europarlamento e la UE nel suo complesso possono dire tutto quello che vogliono, ma ecco che il meccanismo del “17+1” andrà avanti per conto suo nonostante i tentativi di svilirlo o almeno di diminuire il numero di questi “17”. Tali manovre sono in primo luogo una sortita del Ministro degli Esteri della Lituania Gabrielius Landsbergis, che ha annunciato l’uscita del suo Paese dal “17+1” e ha consigliato agli altri di fare la stessa cosa. Lo ha fatto naturalmente dopo il voto al Parlamento europeo o, se volete, in sincronismo con esso.

Se l’Europa fosse un unico organismo vivente, riceverebbe questa diagnosi: suicida seriale. All’interno di tale organismo vi è qualcosa che non lascia scappare nessuna opportunità per danneggiare la sua stessa economia. Avvengono non soltanto negli USA, ma anche in Europa continui tentativi di fermare il Nord Stream 2, che finiscono per togliere gas economico e stabile che aumenterebbe la competitività dei prodotti europei. Tali potrebbero essere le conseguenze dell’ennesimo embargo alla Bielorussia. Sono gli stessi gesti di riflesso che si vedono sul tema dell’integrazione con quella che forse è oggi la principale economia del mondo, quella cinese. La diagnosi è tuttavia più complessa, perché il nostro suicidia mostra segni di un altro sdoppiamento o persino di disintegrazione della personalità. Nei fatti comunque non si tratta di un alcun organismo unitario, ma di una lotta di forze molteplici, parte delle quali fa effettivamente di tutto per impedire che qualcuno riesca a uscire dalla situazione attuale, considerando anche il pogrom europeo da coronavirus. I commentatori pechinesi constatano di avere a che fare con un sistema seriamente diviso, verso il quale occorre semplicemente mostrare pazienza.

Il prezzo della questione è il seguente. A dicembre dello scorso anno è accaduto un fatto di rilevanza mondiale: la Cina è diventata la prima partner commerciale dei Paesi UE, scalzando gli USA. Per quanto riguarda il volume dello scambio commerciale si parla di un miliardo di euro al giorno. È chiaro che la reazione americana a codesta situazione è la medesima che nel caso del Nord Stream: riprendersi la leadership e nel contempo schiacciare a terra gli europei e cementare la loro dipendenza. Ma questa è l’America. E quali individui all’interno dell’Europa siano coloro per cui non è un problema promuovere scelte svantaggiose per sé e per i propri vicini, è un discorso lungo. È interessante notare che l’accordo stesso sugli investimenti, firmato lo scorso dicembre e bloccato nel mese di maggio, veniva considerato da molti come esempio della cedevolezza eccessiva di Pechino. La Cina ha ceduto molte posizioni. Ad esempio gli europei hanno ottenuto che i loro investimenti in Cina andassero alla produzione di auto elettriche e alle telecomunicazioni, e alla fine è stato così. Volevano che nei progetti congiunti Pechino abolisse le preferenze verso le proprie compagnie statali, ed è ciò che è avvenuto. Si dolevano che i cinesi esigessero in maniera tassativa la traduzione delle tecnologie (ovvero la divulgazione dei segreti della produzione ai professionisti locali), e allora ecco che nel testo dell’accordo diventa possibile non svelare più nulla.

Ed è chiaro che l’accordo possiede probabilmente solo un carattere dimostrativo. Ogni Stato europeo può benissimo farne a meno, firmando con la Cina documenti bilaterali, investire e accogliere investimenti. Ed è ciò che avviene, anche se sappiamo bene che fare affari da soli con un gigante non è poi così conveniente. E allora, come si diceva prima, se volete danneggiarvi da soli, non dovete fare altro che bloccare l’accordo sugli investimenti. Ed è particolarmente vero se consideriamo che il tempo gioca proprio a favore della Cina. La UE ha estorto a Pechino le condizioni migliori per sé nel corso di sette anni: in tutto questo tempo non soltanto la Cina è cambiata, ma ora vi sono circostanze diverse nell’economia mondiale nel suo insieme. Sette anni fa gli europei contavano di creare una cornice giuridica comune per lo schema con cui la Cina avrebbe continuato a servire come “fabbrica del mondo”, come piattaforma produttiva basata sulle tecnologie occidentali. Ma adesso tutto si è capovolto di centottanta gradi; oggi al contrario ha senso parlare dei vantaggi dell’alleanza sull’innovazione per gli europei con il Paese che ha tolto agli USA il posto di leader mondiale della tecnologia. Se desiderate avere notizie fresche su questo tema, ecco il discorso del presidente cinese Xi Jinping alla seduta congiunta dei membri delle due accademie della scienza e degli altri innovatori. Sono stati fissati gli obiettivi per il futuro prossimo: rendere la Cina il centro globale dei talenti tecnologici, garantire la piena autonomia negli indirizzi chiave del progresso e molto altro ancora. Così, senza l’Europa la Cina può vivere bene, ma l’Europa senza Cina ancora non si sa. 

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