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Italia, si ricomincia col fiato sospeso… aspettando di contare i dispersi a settembre

Dunque si ricomincia. Ma col fiato sospeso, e a macchia di leopardo. Decidono le Regioni, oggi una, domani un’altra, ora un settore dell’impresa e del commercio, più avanti gli altri. Con lo Stato pronto a intervenire in qualsiasi momento, qualora il virus – ancora minaccioso – dovesse tornare a espandersi. Un compromesso, forse necessario, dopo la guerra che si è combattuta tra il Governo e una buona parte delle amministrazioni locali e perfino tra queste ultime, in un insieme di rivendicazioni di poteri più o meno legittime, di contrasti tra centro e periferie in gran parte da ricondurre pure ai diversi orientamenti politici, e di pulsioni di protagonismo che non hanno risparmiato nessuno. E le pressioni che sono arrivate da ogni dove, dal mondo del lavoro alla politica, dai piccoli e grandi imprenditori ai più comuni cittadini, dagli esperti di salute pubblica (spesso in contrasto tra loro) ai vari “comitati” chiamati senza pudore task force tanto per non sentirsi da meno rispetto agli anglosassoni, che affiancano chi a Roma e nelle amministrazioni regionali deve assumersi la responsabilità di decidere.

In questi casi è d’obbligo un eufemismo: non è stato un grande spettacolo. Il protagonista assoluto dello show non può che essere individuato nel governo, con tutta evidenza non in grado di tenere la barra dritta, pronto ad assecondare o a contrastare pressioni e rivendicazioni in base al consenso o al dissenso che ne poteva derivare, e non per ferma convinzione del fare in quel momento e in quella circostanza la cosa giusta, ancorché discutibile e perfettibile. Un governo fragile, debolissimo, percorso da continui contrasti, lacerazioni e strappi continuamente rammendati al solo scopo di tirare avanti, complice la gravità del momento e l’oggettiva mancanza di alternative. Indecisione, pressappochismo, continui rinvii, rilanci sempre più arditi, tentativi di partiti e singoli ministri di intestarsi provvedimenti e misure economiche, annunci e immediate retromarce, indomabile protagonismo del Presidente del Consiglio pari quanto meno ai suoi tentennamenti. Certo, cose del genere sono sempre accadute, ma è difficile rintracciare nel passato prossimo e remoto situazioni simili.

Indubbiamente non si può negare che il governo sia stato messo sotto attacco, con le rivendicazioni che piovevano da ogni parte, con il mondo industriale e del commercio che chiedeva tutti i giorni di riaprire i battenti, con i cittadini in gran parte disciplinati ma stanchi delle limitazioni spesso assurde, contraddittorie e incomprensibili, con gli esperti a raccomandare gradualità e prudenza, con le opposizioni pronte a cogliere i mille motivi di inadeguatezza offerti dalla stessa compagine governativa coi suoi balbettamenti. Tuttavia, proprio le decisioni difficili da prendere sul piano sociale ed economico, e il tentativo di conciliare esigenze apparentemente inconciliabili come la tutela del sistema economico e la salvaguardia della salute, avrebbero richiesto un governo forte e capace sostenuto da una maggioranza coesa, anche in grado di rinunciare ai consensi di giornata, magari effimeri, e alla propria visibilità. E proprio a questo erano mirati gli appelli, numerosi ormai, a un cambio di rotta nei rapporti politici tra maggioranza e opposizione. Richiami all’unità e alla coesione per affrontare con maggiore determinazione e condivisione il momento quantomai difficile. E bisogna ricordare che i partiti di minoranza non hanno fatto mancare segnali e inviti espliciti alla collaborazione.

Ma il governo, a cominciare dal premier, e la maggioranza con qualche timida apertura di singoli esponenti – peraltro prontamente zittiti – sono rimasti sordi a qualunque richiamo. Certo, accettare la collaborazione, anche come stato di necessità, avrebbe avuto il senso di una presa d’atto dell’impossibilità di fare da soli, e sarebbe stato vissuto all’interno della maggioranza e dall’opinione pubblica come un cedimento. Ma proprio il diniego è a sua volta la presa d’atto della debolezza della compagine governativa: perché un’alleanza coesa e un governo capace e sicuro non avrebbero avuto alcuna difficoltà a cogliere gli inviti all’unità in nome del superiore interesse nazionale; anzi sarebbe stato proprio il segno tangibile di perseguire quell’interesse superiore. E dunque averli respinti può significare anche l’esatto contrario di quel che ingenuamente, a dispetto dell’evidenza, si è tentato di far credere, cioè compattezza, autosufficienza, risolutezza. Ed evidentemente sono state considerate insopportabili le rinunce e i sacrifici, a partire dal numero uno di Palazzo Chigi, che tale soluzione avrebbe richiesto ai partiti di governo e ai singoli soggetti in campo.

Ma del resto neanche il centro-destra è stato un esempio di unità e di disinteresse, al di là delle dichiarazioni e nell’offerta della collaborazione con Forza Italia che lasciava intendere di poter osare di più, e gli altri due partiti, Lega e Fratelli d’Italia, a marcare le distanze reciproche e dall’azione del governo e della maggioranza. E tutti tenendo d’occhio settimanalmente gli umori del Paese che di volta in volta sono venuti alla luce dai sondaggi. Tanto più che tale soluzione politica avrebbe comportato atteggiamenti quantomeno benevoli, con relativa assunzione di responsabilità, senza avere in mano le chiavi delle decisioni ultime, nei confronti dei due partiti di maggior peso che molti danno votati alla sconfitta alle prossime elezioni, probabilmente anche anticipate.

A fronte di una compagine governativa costantemente sul punto di sbriciolarsi e alla gravità della situazione sanitaria, sociale ed economica, sarebbe stata necessaria all’Italia una guida forte e autorevole. Purtroppo, invece, si è andati avanti a forza di inerzia, la quale non si è esaurita grazie ai continui e conclamati opportunismi più che ai nobili compromessi, di cui in ogni caso è costretta a nutrirsi la politica. Tra gli ultimi, il penoso accordo sulla regolarizzazione degli immigrati destinati all’agricoltura di stagione. Di fronte a Italia Viva che ha lanciato la proposta, o meglio il diktat, visto che nell’atto stesso di esplicitarla minacciava la crisi di governo, e al PD che prontamente l’ha sposata, i 5Stelle, peraltro divisi al loro interno, hanno opposto un muro che sembrava invalicabile: “mai e poi mai”. E tra le motivazioni della ferma opposizione al provvedimento, quella di un autorevole esponente del partito di Grillo, il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia, verosimilmente interprete e portavoce di quanti nel Movimento la pensavano come lui, ha brillato per nobiltà di principi: “la sanatoria sarebbe un favore a Salvini”. Che alto e nobile valore a sostegno di una posizione politica… Non c’è male davvero. E sappiamo poi come è finita.

Ma di “mai e poi mai” naufragati miseramente, a cominciare dall’alleanza col PD – a sua volta fino a qualche tempo prima graniticamente contrario a qualsiasi rapporto coi grillini – se ne vedono tutti i giorni. Il MES, ad esempio, nei 5Stelle fino a pochi giorni fa suscitava qualcosa di simile all’orrore. Il premier stesso, che è una loro emanazione, aveva giurato che l’Italia non avrebbe mai preso in considerazione questa opzione nemmeno alle condizioni più favorevoli. Ora col passare dei giorni il tiro si va aggiustando: però, quasi quasi, se proprio non ci sono condizioni…  E pazienza se tra qualche anno, nei mutevoli umori europei, verrà fuori uno dicendo che l’Italia, magari cattivo debitore, per restituire il prestito deve fare questo e quello, tagliare di qua e riformare di là…

E c’è il caso dei detenuti fatti uscire dal carcere, tra cui anche temibili mafiosi, perché in gravi condizioni di salute con la complicità dell’epidemia in corso. Il Ministro della Giustizia, un grillino, o non ne sapeva niente o ha taciuto finché la vicenda non è esplosa: difficile determinare cosa sia più grave. E per rimediare si è dovuti ricorrere in fretta e furia a un decreto con regole più stringenti. Peccato che un atto così nobile, come è il senso di pietà per chiunque si trovi in uno stato di privazione della libertà, sia stato messo in un così doloroso ridicolo. Per non parlare, poi, dello scontro tra il Ministro stesso e un alto magistrato, al quale il Guardasigilli avrebbe negato due anni fa il vertice della Direzione dell’amministrazione penitenziaria: a detta del giudice, la causa è stata qualcosa di simile a un veto da parte della mafia! Il Ministro nega con uno sdegno almeno pari a quello del magistrato che ha denunciato il caso, peraltro nella sede istituzionalmente meno indicata di tutte: la televisione! Sulla vicenda davvero inquietante verrà steso il solito velo pietoso; in fondo potrebbe essere stato tutto un equivoco e comunque c’è pur sempre una ragion di governo, e di quieto vivere, a dover prevalere.

Ma grava su tutto la terribile situazione economica: imprese con l’acqua alla gola e milioni di lavoratori rimasti senza mezzi, ancorché sostenuti da una cassa integrazione che però in tanti casi si fa desiderare. Dopo i provvedimenti delle ultime settimane, con i prestiti garantiti dallo Stato alle imprese difficilissimi da ottenere, con gli imprenditori che hanno criticato duramente l’azione complessiva del governo, ora con il cosiddetto Decreto-rilancio arriva un’altra pioggia di miliardi o, per così dire in contanti, o attraverso una serie di benefici fiscali che dovrebbero interessare le aziende e le famiglie. Non resta che attendere l’attuazione pratica di tali misure, che non sembrano di semplicissima interpretazione e applicazione nel concreto… Per un bilancio di tutto l’insieme, comunque, si dovrà superare la piena estate e arrivare a settembre/ottobre, quando si potranno contare i dispersi della crisi tra cittadini, lavoratori e imprese, con tensioni sociali che potrebbero esplodere, e si potrà forse ragionare anche di nuovi equilibri politici più adeguati alle necessità del Paese. Certo, l’attuale stato delle cose appare sconfortante: a più di 100 giorni dalla dichiarazione di emergenza nazionale (31 gennaio) siamo ancora qui a parlare per un motivo o per l’altro della carenza di mascherine! 

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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