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Italia, la Repubblica dei ‘penultimatum’. Epidemia e crisi rimandano la resa dei conti tra partiti

Una maggioranza percorsa da continue scosse, costantemente alla vigilia della rottura, con un governo e il suo capo che ricevono continui schiaffi dalle forze politiche che lo sostengono, facendo finta di niente, come se non li avessero ricevuti. Davvero molto ingarbugliata la situazione politica di queste settimane, ma un dato sembra ormai acquisito: la maggioranza giallorossa è in crisi di fatto e il governo che esprime, a sua volta di fatto, non c’è più. Resta da aspettare il giorno in cui tutto verrà ufficializzato. Tempi stretti, questione di giorni, vaticinano in molti; ma anche molto lunghi, questione di mesi, prevedono altri. Tra le tante variabili che determinano questo stato di incertezza c’è quella che ormai sta per compiere un anno: la grave situazione economico-sociale collegata all’andamento dell’epidemia. Ed entrambe le cose sono diventate da tempo il migliore alleato della compagine di maggioranza e di governo. Ma certamente non vanno dimenticati gli altri motivi di opportunità, o per meglio dire di opportunismo, che tengono insieme la coalizione, giacché nuove elezioni delle quali di tanto in tanto si sente parlare, stando ai sondaggi, riporterebbero la sinistra all’opposizione e i grillini a uno stato di irrilevanza. E non vanno sottovalutati poi i motivi strettamente personali o quasi, poiché vuoi per la riduzione del numero dei parlamentari vuoi perché non ammessi nei vari cerchi magici, gran parte dei deputati e dei senatori non metterebbero più piede né a Montecitorio né a Palazzo Madama. E a tutto questo si aggiunge il fatto che talune forze politiche minori, capi compresi, ancorché capaci di fare tanto rumore vedrebbero comunque fortemente ridimensionato il loro peso.

Ma se lo scioglimento delle Camere appare ancora un’opzione remota nonostante ormai di frequente venga evocata anche da esponenti della maggioranza, in verità più come spauracchio, o per meglio dire minaccia, che non come una reale possibilità, ogni giorno si parla delle vie intermedie e certamente meno traumatiche: rimpasto di governo con lo stesso Presidente del Consiglio rafforzato ma soprattutto “vigilato” da due vice-premier, nuova compagine governativa con un altro capo a Palazzo Chigi, ingresso di altre forze politiche nelle maggioranza con un nome nuovo alla guida dell’esecutivo. Un gran parlare nella maggioranza di necessità di svolte e di cambi di passo che dicono quanto ormai sia fragile la coalizione giallorossa, e inadeguato il governo a cominciare dal premier Conte. Tra gli ultimi eventi, il più fragoroso sembra quello che riguarda il gruppo di tecnici ed esperti – li chiamano task force – ai quali il Presidente del Consiglio vorrebbe affidare la stesura dei progetti sui quali investire i 209 miliardi del Recovery Fund che l’Europa ha deliberato di attribuire all’Italia. Si era parlato di 300 persone, poi ridotte a 90, ma i numeri sono rimasti nel regno del “si dice: e dell’incertezza, coordinate da 6 figure, che avrebbero dovuto far capo esclusivamente a Conte e a un paio di ministri. Tutti gli altri, esclusi o quasi. Tutti, compresi i dirigenti dei ministeri con i loro ministri, il Parlamento e naturalmente le forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Questa almeno l’idea originaria attribuita al premier. Un’idea tutta sua, elaborata in solitudine, stando a quanto è emerso da autorevoli voci della maggioranza, non discussa e non concordata con nessuno. E non si può dar torto a quanti nella coalizione giallorossa, e naturalmente nelle file dell’opposizione, sono insorti di fronte a questo progetto che molti hanno tacciato di arroganza, di presunzione fuori da ogni limite, di assunzione di pieni poteri, perfino venato da preoccupante solipsismo. E non si può non concordare con Renzi, leader di Italia Viva, che ha reagito da par suo, in tutti i sensi, facendosi portavoce anche del malessere e della profonda irritazione dei soci di maggioranza, PD in testa. Renzi ha usato parole grosse, lanciandole anche a livello internazionale: Conte deve chiedere scusa e ritirare il suo progetto. In caso contrario, è crisi di governo con tutte le conseguenze del caso, compresa la permanenza del premier a Palazzo Chigi. Un ultimatum, insomma. Purtroppo però, e il rammarico può essere espresso tanto da chi osteggia il governo quanto da chi lo sostiene o semplicemente gli è vicino, gran parte degli aut-aut di Renzi si sono rivelati dei “penultimatum”, per non dire di più di un penultimo avviso. Davvero difficile che in questo caso, come appunto in altri nel passato, il leader di Italia Viva mantenga questa sua posizione di fermezza e vada fino in fondo. Anche perché le “minacce” sono già partite: in caso di crisi, si andrà ad elezioni. E dalle urne, stando ai sondaggi, per l’ex Presidente del Consiglio uscirebbero soltanto briciole. Ma del resto anche gli alleati di maggioranza non ne uscirebbero bene. E dunque, se non si rischiano le elezioni, si può tentare il braccio di ferro, magari, appunto, andando fino in fondo. Tutto sommato uno scontro duro con conseguente marcia indietro di Conte può essere utile a tutti nella compagine di maggioranza. Un ridimensionamento del premier atteso anche dai Cinquestelle, che pur in profonda crisi di identità e di vertice, vorrebbero contare di più e non semplicemente essere identificati come rimorchio di Conte, che, va ricordato, a suo tempo venne indicato da loro per Palazzo Chigi. Ma il premier si è dimostrato essere di bocca buona, e magari accetterà di accantonare o modificare il suo progetto. Del resto qualcosa in questo senso è già emerso e sulla natura della cosiddetta task force si fanno filtrare interpretazioni come di malintesi, di semplice proposta, e di decisioni non definitive. Insomma, se ci sarà da fare marcia indietro, sarebbe già pronto a farla. Come peraltro accade con i tentennamenti sulla possibilità di spostamenti tra Comuni nei giorni superfestivi del periodo natalizio: inizialmente tutti fermi nei propri Comuni di residenza, poi sono arrivati i però e i forse. Se da una parte c’è chi attribuisce abilità a questa propensione all’accomodamento, dall’altra non mancano voci duramente critiche sul merito e sul metodo: un “abile” capo di governo non emana un solenne decreto per poi modificarlo qualche giorno dopo. 

Anche sul Mes, su cui si è consumato lo psicodramma dei Cinquestelle poi finito in burletta, tutti possono ricordare le ferme parole del presidente Conte pronunciate durante uno, quantomeno, dei suoi ormai innumerevoli messaggi a reti unificate, tutt’altro che essenziali: “non lo useremo mai!” Poi, via via, gli abbiamo sentito dire che la decisione spetta al Parlamento. Un premier “abile” e soprattutto capace e adeguato all’incarico che ricopre avrebbe subito posto in primo piano le prerogative delle Camere, anziché annunciare perentoriamente al mondo che per l’Italia la possibilità di quel prestito è come se non esistesse. Ma non è solo la maggioranza ad essere a pezzi su Mes. Anche l’opposizione ha vissuto, e forse ancora vivrà altissime tensioni, con Berlusconi che nel volgere di una notte è passato da una posizione da lungo tempo decisamente favorevole a un perentorio “no”, sostenendo che le modifiche apportate al meccanismo fossero peggiorative. Certo con questa mossa, sulla quale rimangono molti interrogativi non solo di natura politica ma che sfiorano anche le vicende societarie del caso Mediaset-Vivendi, ha fatto sì che la destra ritrovasse la sua compattezza, al prezzo tuttavia di aver creato in Forza Italia un pesante malessere che ha già avuto diverse conseguenze, sebbene vada detto che stando ai sondaggi il partito si è rafforzato. L’orizzonte comunque può riservare sorprese e in una situazione politica così mutevole di giorno in giorno tutto può succedere. Nella maggioranza tutti o quasi parlano della necessità del rimpasto, tranne il premier Conte. E dal Colle più alto filtrano desiderata che vorrebbero un’eventuale nuova compagine governativa attraverso il passaggio da una crisi formale e da un voto di fiducia del Parlamento. E mentre continuano ad arrivare appelli alla “collaborazione” per affrontare la situazione economica e sanitaria, nessuno può escludere la possibilità di una nuova maggioranza.  

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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