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Italia, il Paese che passa da una emergenza all’altra nonostante un autunno-inverno da ‘grande freddo’

Ecco a voi un Paese che passa da un’emergenza all’altra, senza risolvere le precedenti: con un governo e una maggioranza in perenne fibrillazione, impegnati in continue risse, contraddizioni, voltafaccia e marce indietro, sempre sull’orlo di una crisi e di una caduta che non arrivano mai, perché a impedirlo sono la situazione politico-economica e soprattutto – quel che è piu grave – le convenienze dei due partiti principali. Così, un Paese che necessiterebbe di una rotta sicura con guida ferma e capace (in vista di un autunno-inverno da grande freddo) naviga a vista.

Pesa sull’azione di governo la vicenda, apparentemente collaterale rispetto ai grandi temi dell’economia e del rilancio, che riguarda i passaggi che dai primi di marzo in avanti hanno portato alle chiusure, e soprattutto quella dei mancati tempestivi blocchi di tutte le attività in alcune aree della Lombardia, e sempre quei giorni in tutta Italia con il fermo totale. Gravano pesanti interrogativi sulle decisioni del governo, a cominciare da quelle prese dal presidente del Consiglio: si parla di presunti ritardi, minimizzazioni, rinvii e temporeggiamenti, e poi anche di eccessi, forse voluti da chissà chi e da chissà che cosa. E sono occorse le incalzanti richieste dell’opposizione accanto alle inchieste della magistratura per tentare di ottenere quel diritto elementare dei cittadini che è la tanto decantata e agognata trasparenza: eppure nella maggioranza c’è chi ne aveva fatto un punto cardine della propria azione di governo, un valore non negoziabile. Ed è dunque scontato oggi parlare di delusione di chi ci aveva creduto e che nell’urna aveva premiato i sedicenti trasparenti.

Del resto anche i sondaggi, insieme agli umori che si percepiscono dal vivo negli scambi di opinione tra cittadini, ne danno una plastica rappresentazione. Ma i segreti gelosamente custoditi, i non detti, i forse, i sapevo e i non sapevo, tutto sommato diventano un piccolo tassello di un mosaico ben più vasto e inquietante. L’immigrazione non ha alcun contenimento, e che il fenomeno sia sfuggito di mano è sotto gli occhi di tutti: sbarchi continui, porti spalancati, centinaia di arrivi. Un’emergenza vera e propria, che come accaduto per tanti altri problemi socio-economici, il governo, purtroppo balbettando, ora promette di affrontare, appunto, come un’emergenza. Eppure un doveroso quanto fermo e intelligente intervento preventivo avrebbe forse evitato che il fenomeno diventasse ingestibile. E se non si fosse di fronte a una tragedia umanitaria, sociale e politica, sarebbero degne di una comica le parole pronunciate da Conte in occasione del recente susseguirsi di sbarchi: “Non si entra in Italia in modo irregolare!” Ciononostante, in quelle ore la sua maggioranza aveva mandato a processo l’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, il quale aveva osato mettere in atto quelle stesse sante parole del premier, seguite peraltro da analoghe affermazioni del ministro degli Interni in carica e di autorevoli esponenti del governo e della maggioranza. Il tutto con disinvolti cambi di opinione che non avrebbe osato fare nemmeno il più consumato trasformista: il partito di Renzi, che in commissione (cioè la giunta per le autorizzazioni a procedere) aveva votato a favore di Salvini, in aula con un risultato determinante ha votato contro. Un vero capolavoro di coerenza e naturalmente di trasparenza. Del resto, in una precedente vicenda analoga i 5 Stelle avevano votato a favore di Salvini.

E c’è di più. Quando Salvini prendeva le decisioni da ministro, non era solo, ma era affiancato certamente da Danilo Toninelli, per non parlare di Giuseppe Conte. Ma alla fine l’Italia, sia quella che non ha voce e soprattutto quella che la voce ce l’ha, tritura tutto: critica  molto e poi accetta tutto, anche le cose cosiddette inaccettabili. D’altra parte di che ci meravigliamo? Giravolte analoghe erano avvenute in occasione del rinnovo delle commissioni parlamentari, dove i partiti di maggioranza hanno votato l’uno contro l’altro lasciando alla Lega settori vitali come la Giustizia e l’Agricoltura. Niente di grave, si saranno detti a palazzo Chigi e negli altri palazzi che contano: basta che andiamo avanti. E ancora, la maggioranza con mille dubbi e distinguo ha in cantiere una profonda revisione dei decreti sicurezza voluti da Salvini e firmati dai 5 Stelle, che di fatto ne sancisce la cancellazione. I partiti hanno tentato e annunciato un accordo, ma nel PD c’è chi nega apertamente, e dunque non si sa se l’intesa c’è o non c’è. Da un lato abbiamo le titubanze di un PD che dovendo rispondere alle aspettative di una parte dei suoi elettori preme per modifiche sostanziali, ma con i tempi che corrono in fatto di immigrazione non vorrebbe del tutto svuotarli, pena la perdita di voti; dall’altro i 5 Stelle non possono dimenticare di fronte a quel che resta dei loro sostenitori, di averli predisposti e approvati anche come soci di maggioranza della precedente compagine giallo-verde. Una situazione di stallo, come per altre questioni. 

E in un tale contesto tutt’altro che granitico il governo dovrebbe essersi assicurato altri mesi di sopravvivenza. L’escamotage (così lo definiscono molti) è stato predisposto da Conte: prolungare lo stato d’emergenza nazionale, condizione che sconsiglia crisi di governo e cambi al vertice con le incognite politiche che ne deriverebbero, nel pieno di una situazione economica e sociale a dir poco fortemente critica. La sua idea era di lungo periodo: stato di emergenza fino a tutto dicembre. Ma confortati anche da autorevoli pareri di esperti che non ne vedevano i presupposti scientifici e dunque la necessità, sono insorti i partiti dell’opposizione con in testa Fratelli d’Italia e Lega. E il premier è tornato sui suoi passi: non dicembre, ma solo fino a ottobre. Difficile comprendere come si possa su provvedimenti così importanti agire con tanta leggerezza e disinvoltura. Perché non si può prima essere fermamente convinti della soluzione lunga, e subito dopo optare per quella più corta, a meno che non si voglia mercanteggiare. Ma la gravità di questo modo di procedere rimarrebbe quanto meno inalterata. Tra le tante espressioni di inadeguatezza del governo e di chi lo guida non si può dimenticare l’ordine e l’immediato contrordine per i posti che si possono occupare sui treni. Oggi tutti i sedili sono disponibili, ma domani, letteralmente 24 dopo no, si mantiene il distanziamento. Con il risultato che migliaia di viaggiatori in partenza hanno dovuto rinunciare. 

Chissà quanto possa essere considerata questa vicenda minore rispetto ad altri gravi problemi che affliggono il Paese. Ma anche se fosse davvero minore, l’episodio è in grado di rivelare un’improntitudine che tocca le piccole come le grandi cose. La crisi della compagine governativa è evidente, nel suo insieme come nelle singole componenti. I 5 Stelle vivono da tempo una fase di declino acclarato che li vede estremamente divisi: la lotta per la posizione di vertice in primo luogo, e non secondaria la scelta politica di fondo che vede l’una contro l’altra l’opzione “governista” e quella “movimentista”: cioè proseguire nell’alleanza col PD, fino a pochi mesi fa impensabile, e in definitiva allearsi con chiunque, naturalmente turandosi il naso pur di restare al governo, oppure tornare alle origini di un movimento fatto di duri e puri che vogliono aprire i palazzi della politica come una scatoletta di tonno. A sua volta il PD attraversa tensioni interne per i risultati dell’alleanza con gli apprendisti stregoni del partito di Beppe Grillo, i malumori per la gestione di Zingaretti interni al partito ed esterni per un certo appiattimento sulle posizioni grilline che hanno espressione nel presidente del Consiglio Conte. E c’è da aggiungere anche la situazione del centro-destra che a sua volta vive momenti critici: Forza Italia con le ultime pesanti defezioni di alcuni pesi massimi; la Lega che perde colpi nei sondaggi a favore di Fratelli d’Italia, con la leadership di Salvini considerata da taluni troppo grezza ed estremista. E poi ancora l’insieme della coalizione che registra divisioni e distinguo su molti punti, a partire dal Mes, e dal diverso orientamento dei tre partiti su una possibile collaborazione con questo o un altro governo. Ma ormai l’attenzione è rivolta a quel che potrà accadere a settembre e in autunno. La riapertura delle scuole a metà mese è ancora carica di incognite. Certo, dipenderà anche dall’evoluzione della situazione sanitaria, ma allo stato attuale molti interrogativi gravano sui modi in cui ragazzi potranno tornare nelle aule. Come sistemare gli alunni, dove reperire nuovi spazi, quanti nuovi insegnanti occorrono, come reclutarli. Sono soltanto alcune delle domande per le quali non risulta ancora esservi una risposta certa.

Ma l’attesa è ora per le elezioni che si terranno il 20 settembre in sette regioni. Data per certa la riconferma del centro-destra in Veneto, tutto è aperto in Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia e Valle d’Aosta. Un’affermazione della destra, come si prevede in alcuni sondaggi, creerebbe ulteriori problemi di legittimità a una maggioranza e a un governo nati e finora sopravvissuti per un puro stato di necessità, laddove per necessità si è intesa anche quella di sbarrare la strada al “male assoluto” Lega-Salvini con all’alleato Fratelli d’Italia, il quale stando ai sondaggi avrebbe superato il 15% con il sorpasso sui 5 Stelle. Di fronte a un eventuale successo della destra, ancora una volta sarà difficile pensare a uno scioglimento delle camere e ad elezioni anticipate. E sarà ancora la situazione economica e gli impegni che l’Italia dovrà prendere in cambio degli aiuti europei, attesi per i primi mesi del 2021, a sconsigliare un periodo politicamente più incerto e instabile di quello attuale rappresentato da un ritorno alle urne.

Ma anche aldilà del risultato elettorale di settembre, ormai da tempo nella maggioranza si è preso atto della fragilità del governo e del vertice di alcuni dicasteri. Che Interni, Istruzione, Giustizia, Trasporti e perfino Economia ed Esteri siano al centro della discussione tra PD, 5 Stelle, Italia Viva e più defilato Leu, non è un mistero. Data l’ampiezza e la portata di tali cambiamenti, più che di un rimpasto si tratterebbe di un vero e proprio governo nuovo. Ma da più parti ci si chiede se a presiederlo possa ancora esserci Conte. Il presidente in carica ha già passato due stagioni politiche: una terza lo avvicinerebbe pericolosamente a tutte le stagioni. Ma Conte, che ha ormai rivelato ufficialmente di voler restare in politica, può ancora giocarsi la carta dell’emergenza. Mentre il decreto di agosto mette in campo altri 25 miliardi indirizzati alla ripresa e al rilancio – il tempo dirà quanto efficaci – entro ottobre, settimana più settimana meno, l’Italia deve presentare all’Europa il suo piano di rilancio, condizione necessaria per ottenere i 209 miliardi tra prestiti e sussidi destinati al paese dal Recovery Fund. E in questo caso non potrà essere nello stile degli Stati generali di Villa Pamphili – tanti buoni propositi per un’Italia migliore – ma un vero e proprio elenco di provvedimenti, misure, e azioni di governo per far ripartire l’economia. E a tal proposito c’è chi in queste puntuali attese da parte dell’Europa vede quelle cosiddette “condizionalità” che ufficialmente non fanno parte del pacchetto Recovery Fund. Vale a dire che i fondi, peraltro centellinati anno per anno in base allo stato di avanzamento dell’agenda di misure per l’auspicato rilancio, sarebbero legati proprio alla credibilità dei progetti e alla loro precisa attuazione. Qualcuno ha paragonato tali vincoli a quelli posti dal Mes, ritenuti leggeri e accettabili. È dunque chissà che quelli dei prestiti e sussidi non siano paradossalmente più pesanti di quelli prefigurati dal Mes, fermamente osteggiato dai 5 Stelle e fortemente voluto dal PD, senza dimenticare le analoghe contraddizioni del centro-destra, con il no di Lega e Fratelli d’Italia, e il sì di Forza Italia. Tra i vari vincoli c’è infatti chi parla di una pesante riforma delle pensioni e della cancellazione del reddito di cittadinanza. Comunque per evitare nuovi problemi al governo prima delle regionali, anche del Mes si parlerà a settembre inoltrato. Ora, c’è chi si chiede come sia possibile affrontare una simile agenda con una maggioranza in costante agitazione, un governo che va avanti per forza di inerzia e un presidente del Consiglio che ha dato prova di inadeguatezza.

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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