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Italia da mesi ‘cloroformizzata’. Proroga stato d’emergenza allunga solo l’agonia

Ha suscitato un vero vespaio, come del resto era prevedibile, e peraltro auspicabile in un’Italia da mesi cloroformizzata, l’annuncio del presidente del Consiglio Conte di voler prolungare lo stato di emergenza fino a tutto il mese di dicembre. Si è arrivati anche a un latente scontro istituzionale, col presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati che ha chiamato immediatamente in aula il capo di Palazzo Chigi per discutere e mettere ai voti la sua proposta – o per meglio dire la sua decisione. E non senza sottolineare il deficit di democrazia in cui il nostro Paese vive da troppo tempo. Questo è un richiamo di grande peso che non arriva da un parlamentare o da un segretario di partito, ma dalla seconda carica dello Stato. Dunque si tratta di un duello di una gravità senza precedenti, la sfida tra il capo del governo e uno dei massimi vertici delle istituzioni, evitato per un soffio, giacché il presidente del Consiglio si è affrettato a derubricare al rango di “proposta da valutare”, anche con apposita riunione dell’esecutivo e da discutere più avanti, senza quella fretta che sembrava esserci in un primo momento, e da portare in Parlamento nei giorni di vigilia della scadenza, il 31 luglio, dell’attuale stato di emergenza che è in vigore dal 1° febbraio. 

Posizioni contrarie ed eufemistiche perplessità sono giunte da ogni parte. E se quelle dell’opposizione, che denuncia il decisionismo ai limiti dell’autocrazia, potevano essere scontate, ad avvalorare il peso delle contestazioni ci sono anche autorevoli voci della maggioranza, rintracciabili qua e là con diverso vigore in ognuno dei partiti di governo. Un annuncio che, stando alle reazioni, è apparso intempestivo, avventato, dettato da una sicumera che caratterizza il modo di operare del capo del Governo. Nel merito, in tanti contestano l’assenza di una reale necessità per la nuova assunzione dei pieni poteri da parte di Conte e per un tempo così lungo: ben 5 mesi. Certo, è possibile revocarla in qualunque momento, ma l’intenzione per ora è quella di mantenerla per tutto il periodo annunciato. In altri Paesi, si fa notare, lo stato di emergenza è cessato o è stato deliberato da un mese all’altro.

Dietro alla questione di merito non è difficile vedere nell’intenzione di Conte un motivo che ovviamente non è stato esplicitato: assicurarsi almeno altri 5 mesi di governo, finchè rimane inopportuno un cambio della guardia a palazzo Chigi mentre il Paese è in pericolo, in una situazione di dichiarata emergenza sanitaria, sociale ed economica. Del resto, è ormai noto l’attaccamento di Conte al potere, senza peraltro essersi speso per ottenerlo, come invece da sempre fanno tutti i politici, militanti o collaterali alla politica. Ed è lo stesso attaccamento che ha contagiato proprio coloro che se ne dichiaravano immuni, i pentastellati, che oggi rischiano di rinnegare quelli che un tempo proclamano come sacri principi non negoziabili! Ecco, in molti hanno dato questa chiave di lettura alla mossa del premier, anche molti osservatori che nel corso di questi mesi hanno mantenuto un atteggiamento benevolo nei confronti del governo. A dispetto di quanti nella maggioranza, in particolare tra le file di PD e Italia Viva, vedrebbero con favore una sostituzione magari con nuovi equilibri politici.

La realtà è che il governo Conte sembra essere arrivato a fine corsa. Nelle valutazioni di gran parte degli analisti, gli resterebbero tre mesi al massimo, forse quattro: dunque si parla di ottobre, settimana più settimana meno, cioè dopo le elezioni regionali e il referendum sul taglio dei parlamentari, fissati per il 20 settembre. Previsioni che vengono in qualche modo confermate, seppure in forma confidenziale, da numerosi esponenti della stessa maggioranza giallo-rossa. Al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle posizioni di facciata in cui viene confermata la fiducia, dietro le quinte i malumori si moltiplicano di giorno in giorno e le insofferenze nei confronti del capo del Governo crescono. Anzi, proprio le continue professioni di lealtà nei confronti dell’inquilino di Palazzo Chigi e della sua squadra finiscono per rivelare le difficoltà in cui si sta muovendo la compagine governativa. È una maggioranza che non può tenere ancora a lungo, troppi punti la dividono, e per continuare a sopravvivere i partiti sono costretti a compromessi continui e logoranti, che spesso rinnegano principi e promesse. Finora il governo è rimasto in piedi grazie alla gravità della situazione economica, sanitaria e sociale derivante dalla pandemia; sarebbe infatti stato impossibile qualsiasi cambiamento politico. Anche una relativamente semplice sostituzione di ministro poteva provocare uno smottamento tale da travolgere l’intero governo e la stessa maggioranza: una crisi avrebbe potuto avere esiti imprevedibili, o al contrario più che prevedibili – le elezioni.

Proprio le urne sono state considerate il rischio da evitare a ogni costo. E il motivo – non esattamente quello che vuole un sistema democratico – è noto a tutti: gli elettori avrebbero confermato quella realtà di fatto scaturita dalle ultime elezioni, ossia il Paese sarebbe andato alla destra, a quella Lega e a quei Fratelli d’Italia visti come il male assoluto, con Forza Italia che col suo 5/7% avrebbe influito poco sulle scelte dei soci di maggioranza, sebbene ago della bilancia e portatrice di posizioni moderate. Ma da un paio di settimane la situazione va cambiando. L’epidemia, pur destando ancora molte preoccupazioni, è in calo, gli effetti sanitari sembrano sotto controllo e dunque si può ragionare di nuovi assetti politici. A cominciare da un cambio della guardia a Palazzo Chigi. Già, perché se sul piano sanitario, salvo gravi ricadute tra autunno e inverno, circola un prudente ottimismo, mentre sul piano economico il peggio deve ancora venire. Col primo mese di ripresa delle attività produttive si sono subito manifestati segni particolarmente positivi, ma va considerato che si è passati dal “tutto chiuso” al “tutto aperto”, dunque i primi buoni risultati sono stati il minimo che potesse accadere. Le previsioni, tuttavia, annunciano un PIL che a fine anno scenderà sotto il -10%, mentre il debito pubblico veleggia intorno al 170%.

Una crisi, dunque, che dovrebbe far sentire i suoi effetti più gravi più avanti, dopo quelli che si sono vissuti in questi ultimi quattro mesi, complici anche i ritardi, non solo burocratici, che hanno segnato i sostegni del governo per imprese e famiglie, tra prestiti garantiti dallo Stato e cassa integrazione, il tutto con una lentezza esasperante. Cura Italia, decreto rilancio, semplificazioni, tutte misure e provvedimenti considerati inutili da parte delle opposizioni, e spesso insufficienti, seppure alla fine approvati, da taluni settori della maggioranza.  Ed ecco allora sembra sia arrivato il momento di attrezzarsi per affrontare il peggio: un nuovo governo con un altro presidente del Consiglio, autorevole e sostenuto da forze politiche anche minimamente più coese di quelle attuali. I segnali nelle ultime settimane sono divenuti più concreti. L’incontro segretissimo tra Di Maio e l’ex governatore della BCE Draghi, infatti, non può essere stato soltanto una piacevole conversazione tra due vecchi sodali dal comune sentire (considerato anche il baratro di statura che divide i due interlocutori). A quanto si dice, Draghi non avrebbe aderito alle più che eventuali profferte che devono essere inevitabilmente arrivate dall’ex capo dei 5Stelle, assurto al rango di ministro degli Esteri. Ma non poteva essere altrimenti e per mille ragioni, a cominciare dalla proverbiale riservatezza e della cautela con cui agisce l’ex governatore della BCE, il quale si sarà anche chiesto con quale mandato e con quale rappresentatività, viste le vicissitudini interne dei 5Stelle e la caduta verticale dei loro consensi, si è presentato Di Maio, persino all’insaputa dei più, a cominciare da Conte. C’è anche l’ipotesi che Di Maio possa aver per così dire sondato Draghi per conto terzi, ma il risultato non poteva essere diverso. Se della guida di un nuovo governo si è trattato, l’interlocutore si sarà chiesto con chi, per quanto tempo e a quali condizioni. Certo appare improbabile vedere Draghi alla guida di una maggioranza in cui l’azionista principale anziché la crescita insegue la decrescita, perfino quella infelice.

Ma sul fronte di una posizione benevola verso un nuovo governo si è schierata, e non da oggi, Forza Italia col suo presidente-fondatore Berlusconi, seppure con uscite non prive di contraddizioni, di aggiustamenti di tiro, di malintesi magari attribuiti, a ragione o a torto, a chi ne ha riferito sugli organi di informazione o agli alleati di destra che hanno interpretato il senso della collaborazione di cui ha parlato spesso il capo degli azzurri, raccogliendo così anche gli inviti arrivati dal Presidente della Repubblica. E c’è anche da sottolineare quella nuova “saggezza” che Romano Prodi, molto critico verso il governo, ha attribuito a Berlusconi, intendendo quindi che non vi è più quella preclusione a collaborare con lo storico avversario. Di Prodi si parla anche come possibile Presidente della Repubblica, tra due anni, e quindi, oltre ad aprire ad una cooperazione del presidente di Forza Italia con la sinistra moderata, sarebbe lecito se cercasse i consensi necessari per il Colle.

In ogni caso, la partita sul governo rimane aperta. Conte si è impegnato in un giro d’Europa alla ricerca di appoggi, chissà se improbabili, per un Italia che ha bisogno quanto e più di altri dei provvedimenti economici previsti dall’Europa per il rilancio dell’economia del continente. La decisione sull’utilizzo del Mes, finora sdegnosamente respinto dal presidente del Consiglio e dai 5Stelle e invece sollecitato dal PD, ora è solo rinviata, se ne riparlerà in Parlamento. Ma l’Europa preme, e c’è tra i Paesi cosiddetti frugali guidati da Olanda e Austria chi vuole ridurre l’ammontare dell’impegno economico europeo attraverso il Recovery Fund, chi vuole rivedere la distribuzione annunciata delle risorse tra i vari Stati membri con una riduzione su quanto previsto per l’Italia, e chi vuole introdurre un controllo, chiamato monitoraggio, su come in particolare il nostro Paese vorrà spendere le risorse. E peraltro vogliono saperlo anche i cittadini italiani, e lo vogliono sapere da un governo che sappia governare.

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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