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Invecchiamento demografico. La sfida passa attraverso la formazione, in particolare di competenze imprenditoriali

Nei prossimi anni, secondo le più prudenti previsioni demografiche, il processo di invecchiamento degli abitanti condurrà, oltre che a uno spostamento della fascia centrale di popolazione (la quota più numerosa) verso un’età più avanzata – come si può vedere nelle rappresentazioni qui sotto – anche alla fuoriuscita dall’età attiva di una popolazione particolarmente numerosa. 

Da una recente ricerca realizzata per Ebitemp (Bilaterale del settore del lavoro temporaneo) dal Laboratorio di Statistica Applicata dell’Università Cattolica, coordinata dal prof. Alessandro Rosina, è possibile ricavare la dimensione di questo fenomeno: 1,8 milioni di persone arriveranno a una età che le porterà a lasciare il lavoro attivo entro il 2027. Si tratta di un fenomeno noto, ma spesso considerato più per il suo impatto sui sistemi previdenziali – preoccupazione sicuramente fondata – e di welfare, che non per le dimensioni in sé e per le caratteristiche di composizione umana e professionale di questa popolazione nel mercato del lavoro.

Se consideriamo le dimensioni, dovremmo guardare con preoccupazione al venir meno di un numero così consistente di persone impegnate nel lavoro attivo. Costoro, a meno di improbabili accelerazioni straordinarie della produttività del nostro sistema economico, non troveranno rimpiazzo né tecnologico né umano, poiché ovviamente le tendenze demografiche non sono modificabili nel breve periodo e i flussi migratori esterni non potrebbero avere simili dimensioni; inoltre il recente passato non mostra una capacità di crescita della produttività tale da compensare questa “perdita” (anche se provvedimenti come Industria 4.0 hanno certamente prodotto un impatto rilevante in termini di ingresso di tecnologie e processi innovativi). Va poi sottolineato che questa popolazione sarà distribuita in modo sostanzialmente analogo nelle diverse macro-aree (nord ovest, nord est, centro, sud e isole). Ciò significa che poiché la popolazione compresa nella fascia di età in cui si è potenzialmente attivi (15/64 anni) è distribuita con una più forte concentrazione nel centro nord del Paese, a subire maggiormente le conseguenze di questo spopolamento sarà il centro sud. 

Al fenomeno demografico dobbiamo anche associare un aspetto tipico della struttura imprenditoriale italiana. Come sappiamo, il nostro tessuto produttivo vede la presenza di una elevata componente di piccole e medie imprese, spesso di natura artigiana. La recente indagine Prometeia per il Sole 24 Ore ha messo in evidenza che le piccole e medie imprese, definite come aziende attive con un giro d’affari inferiore a 50 milioni di euro anno, impiegano l’82% dei lavoratori in Italia (ben oltre la media UW) e rappresentano il 92% delle imprese attive (dai calcoli sono escluse le imprese dormienti con fatturato zero nell’ultimo anno). Sono numeri che rendono le PMI un tratto saliente dell’economia italiana e riflettono le tradizioni e le imprenditorialità diffuse nei nostri territori.

Le stime 2017 valutavano in circa 5,3 milioni le PMI, presso le quali trovavano occupazione oltre 15 milioni di persone, generando un fatturato complessivo di 2.000 miliardi di euro. Le loro attività si concentrano nei i settori dei servizi, dell’edilizia e dell’agricoltura (72% dei dipendenti di PMI in Italia). Inoltre, vale la pena notare come le piccole e medie imprese abbiano un ruolo fondamentale nell’economia di alcune aree. Per le regioni meridionali, ad esempio, le PMI rappresentano l’83% della produzione, rispetto a un contributo medio nazionale del 57%.

Possiamo completare il quadro degli scenari economici, demografici e sociali aggiungendo che circa un terzo degli imprenditori artigiani ha più di 55 anni, mentre l’età media è di 48: poiché è stato calcolato che, mediamente, una generazione imprenditoriale in Europa dura 29 anni, possiamo dire con certezza che le numerosissime imprese artigiane nate negli scorsi decenni in Italia saranno particolarmente investite dall’esodo generazionale descritto sopra.

Riepiloghiamo: nei prossimi 7 anni si avrà la fuoriuscita dall’età lavorativa di una popolazione che per numerosità e concentrazione del fenomeno non ha avuto precedenti. Ciò interesserà tutti i settori produttivi con un impatto particolare sulla piccola e media impresa, interesserà figure artigiane e imprenditoriali che si sono formate negli anni ‘70, agirà su tutto il territorio nazionale, ma per ragioni di struttura del tessuto produttivo avrà un peso maggiore al centro sud.

Ci sarebbe da riflettere e da aprire molti tavoli di collaborazione tra istituzioni, enti, parti sociali, per capire che fare. 

Accenno solo brevemente, in questa occasione, agli aspetti compensativi: ovvero come compensare il numero di persone in uscita. Le strade possibili non sono molte: incentivare la permanenza al lavoro (socialmente e politicamente difficile, nonché in controtendenza rispetto a recenti provvedimenti), agire sul fenomeno migratorio dei giovani (l’Italia ha un crescente dato di giovani, in particolare del sud, che lasciano il Paese), aumentare la partecipazione al lavoro della popolazione non attiva (a cominciare dalle donne che, anche per i deficit delle politiche di conciliazione, continuano ad essere tenute ai margini del mercato del lavoro; per una trattazione più generale del tema della scarsa partecipazione attiva si veda quanto trattato in modo esaustivo nel libro di Luca Ricolfi “La Società Signorile di massa”). 

Vorrei invece soffermarmi su un tema fondamentale che mi pare ancora poco considerato. Anche ammesso che ci siano giovani, o non attivi in genere, orientabili a portare forza lavoro nuova per almeno ridurre l’impatto del fenomeno che abbiamo descritto, dove si formeranno (o aggiorneranno/integreranno le loro competenze) per sostituire quella forza lavoro, ed in particolare se, come abbiamo descritto, molte di queste posizioni saranno di natura artigiana/imprenditoriale, dove e come potranno acquisire le necessarie competenze, entrare nelle indispensabili reti relazionali, proiettarsi nell’evoluzione che le tecnologie digitali comporteranno? 

Credo che non ci possano essere molti dubbi che il candidato naturale a sviluppare questa offerta sia il sistema della Formazione professionale. Ci sono diverse ragioni a sostegno di questa candidatura, che rappresenta anche una opportunità per un mondo che è ancora visto spesso come la seconda scelta a fronte dell’insuccesso scolastico. Con lo sviluppo del sistema Duale la formazione professionale ha avuto la possibilità di potenziare la naturale vocazione ad interagire con le imprese e la domanda di lavoro; alternanza (rinforzata) e apprendistato duale sono stati naturalmente opportunità che la formazione professionale ha interpretato per creare condizioni di incremento del successo occupazionale, ma hanno anche costruito nuovi spazi di interazione e scambio bidirezionale con le imprese e sviluppato nuove reti. Impresa formativa (simulata o meno), sperimentazioni di soluzioni come le Academy, condivisione di laboratori specialistici, stanno progressivamente disegnando luoghi dove si realizza quella contaminazione/ibridazione delle competenze che è una delle condizioni per cui giovani con abilità e conoscenze specifiche possano far crescere possibili attitudini e propensioni al fare impresa.

Se nel futuro delle carriere professionali, caratterizzato dalle transizioni non solo fra lavoro e lavoro, ma anche fra ruoli e opportunità professionali differenti, la prospettiva di essere imprenditori sia di sé stessi, ma in alcuni momenti, anche “in impresa”, si troveranno giovani capaci di agire questa occasione lo dovremo anche al lavoro che una filiera integrata di Formazione Professionale potrà garantire.

Si presentano almeno due nodi da affrontare: le realtà del centro sud sono i territori particolarmente investiti dall’esodo generazionale e professionale, ma sono, allo stesso tempo, le realtà del Paese che segnano la minor presenza di un sistema stabile di offerta formativa professionale. Se intraprendere un percorso di FP non è una seconda scelta, ma può essere una occasione per costruirsi una prospettiva anche di creazione di impresa, abbiamo la necessità di raccontarlo, di orientare giovani e famiglie, di garantire stabilità e integrazione, di sviluppare consapevolmente l’offerta formativa in questa direzione. Sono quindi chiamate in causa scelte e responsabilità di governo ed indirizzo, un cambio di passo per le politiche e strategie in materia di orientamento, capacità di consolidare e sviluppare metodi e contenuti dell’offerta formativa, capacità di modificare strumentazioni amministrative che non stanno al passo con le opportunità della tecnologia e con i modelli di apprendimento.

Sviluppare e rendere stabile e disponibile questa offerta sul territorio garantirà nuove generazioni di giovani capaci di sviluppare il tessuto della piccola e media impresa verso le nuove esigenze che la tecnologia, i cambiamenti nella domanda di servizi, i mercati globalizzati richiederanno, ma garantirà anche presidio e contrasto alla dispersione, solidi canali di integrazione, spazi competenze e luoghi efficienti e innovativi per le politiche di reskilling.

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Franco Chiaramonte, esperto di politiche del lavoro e della formazione, di cui si occupa da più di 25 anni. E' stato dirigente dell'Agenzia del Ministero del Lavoro, Direttore dell'Agenzia regionale del Piemonte, consulente di Pubbliche Amministrazioni, Enti di formazione, Associazioni di Categoria e Fondi professionali. Si occupa di innovazione, nuovi lavori, piattaforme e sistemi digitali per la valorizzazione degli apprendimenti

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