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Inchiesta: terapie intensive, Germania e Giappone al top

La crisi Covid19 ha messo al centro del dibattito la sanità pubblica, in particolare il ruolo cruciale delle terapie intensive. Questi sono stati i primi reparti ad andare in sofferenza con l’esplosione del virus, in Cina così come in Europa ed America. La prima antenna che ha segnalato il terremoto in arrivo, il primo servizio a risultare a rischio in caso di collasso del sistema sanitario. Non poche regioni italiane infatti hanno messo nero su bianco, sui protocolli, l’esclusione degli over 80 dalla terapia intensiva in caso di maxi emergenza. Una misura apocalittica e non umana a cui, fortunatamente, non si è fatto ricorso.

Ma cos’è una terapia intensiva e perché è così importante? In genere è un ambiente unico, dove si accolgono pazienti in condizioni particolarmente critiche. Spesso hanno subìto infarti, ictus o polmoniti. Personale specializzato, attrezzature avanzate ed un monitoraggio dei pazienti che avviene 24 ore su 24 sono le caratteristiche principali. L’obiettivo è uguale per tutti: stabilizzare le funzioni vitali affinché il paziente possa essere trasferito negli altri reparti a bassa intensità.

Le spese non sono indifferenti. L’associazione Italiana Ingegneri Clinici ha realizzato un prospetto secondo cui realizzare un posto letto in terapia intensiva costerebbe in media 50 mila euro. Tra le voci più elevate spiccano gli ormai famosi ventilatori polmonari (14-22 mila euro) ed i letti con materassi antidecubito (4-12 mila euro). A questi vanno aggiunte le tecnologie condivise nell’intero reparto come i sistemi radiologici portatili (90 mila euro) e la sterilizzatrice gas plasma (80 mila).

Un po’ più “spannometriche” sono le valutazioni per quanto riguarda il costo giornaliero medio. “Se la vulgata medica attesta il costo medio giornaliero di un paziente in terapia intensiva intorno ai 1.200-1.300 euro – ha detto Stefano Magnone, segretario generale ANAAO ASSOMED Lombardia intervistato da Businessinsider.com – nel caso Covid-19 va aggiunto un 20%, per cui si arriva almeno a 1.500. Considerato un periodo di degenza medio di due settimane, un paziente con complicanze derivanti da Coronavirus può costare più di 20.000 euro allo Stato”.

I costi ovviamente variano da paese a paese, quel che non cambia è la necessità di un numero crescente di letti in terapia intensiva per far fronte all’emergenza Coronavirus.

Chi è messo meglio e chi peggio a in Europa? Una risposta provano a darla i dati raccolti dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD). Benché non siano particolarmente recenti, risalendo al 2012, forniscono indicazioni utili. Secondo questo studio le cose vanno meglio in Germania con 29,2 posti letto in terapia intensiva per 100 mila abitanti, fanalino di coda il Portogallo con 4.2. Il nostro paese si attesta nella parte medio – alta della classifica con una media di 12,5. Andiamo meglio di Francia (11,6), Spagna (9,7), Regno Unito (6,6) ed Olanda (6,4) ma peggio di Austria (21,8), Romania (21,4) e Belgio (15.9). In linea di massima sorprendono le performance dei paesi dell’ex blocco sovietico e dell’ex Jugoslavia mentre risultano particolarmente bassi quelli delle nazioni scandinave il cui welfare viene costantemente invocato come modello virtuoso. In Italia, in termini assoluti, il numero più aggiornato risalente ad un anno fa si aggira intorno ai 5 mila posti letto, grossomodo 8,42 per 100 mila abitanti, dunque inferiore rispetto ai dati 2012 da OECD. Per restare a casa nostra i numeri sono ovviamente cresciuti nel corso dell’emergenza. Gli ultimi dati diffusi a fine marzo dal Ministero della Salute parlano di 741 posti in più in Lombardia, 118 nel Lazio, 140 nel Veneto, 160 in Piemonte 80 in Campania, 90 in Emilia Romagna,, 70 in Toscana e 122 in Trentino.

Di certo un punto di riferimento è rappresentato dal sistema tedesco che è partito da una base di 28 mila posti letto TI per arrivare, nel giro di 3 settimane, a 40 mila in emergenza. Ed i numeri sembrano dare ragione alla strategia adottata dal Governo di Angela Merkel: ospedali non in sofferenza e percentuale di morti su contagiati molto bassa (5.200 su 150 mila). Un risultato raggiunto probabilmente anche grazie alla massiccia campagna di tamponi ed alla proverbiale disciplina del popolo teutonico. Nel resto del mondo? C’è preoccupazione negli Stati Uniti dove l’Associazione degli ospedali americani parla di circa 65 mila posti letto in terapia intensiva mentre uno studio della Johns University ha elaborato una proiezione secondo cui, nello scenario peggiore, ne sarebbero necessari almeno 200 mila (NOTA 5).

In India il numero di terapie intensive si aggirerebbe intorno alle 100 mila unità a fronte, però, di una popolazione tra le più elevate a livello globale stimata in circa 1,3 miliardi. In Russia non si trovano dati complessivi sulle terapie intensive del paese, di certo però è stato annunciata la costruzione di un nuovo ospedale Covid19, alle porte di Mosca, che conterà circa 250 posti letto in terapia intensiva.

Secondo i dati più recenti OECD riguardanti i posti letto acuti, risalenti al 2017, andrebbe al Giappone la palma del paese con il maggior numero di posti letto per acuti con 7,8 per mille abitanti, seguito dalla Korea del Sud con 7,1.

La comunità scientifica ha ancora ben pochi punti fermi su questo virus che sta sconvolgendo il mondo. Gli studi spesso si contraddicono l’un l’altro. Pensiamo ad esempio all’impatto del fumo. In un primo momento gli esperti avevano parlato di un rischio maggiore per i tabagisti. In questi giorni invece sta facendo discutere uno studio francese che dimostrerebbe l’esatto contrario.

Le certezze nella lotta al Covid continuano ad essere ben poche. La necessità di mantenere misure di distanziamento sociale ed un sistema sanitario che sia in grado di accogliere il maggior numero di persone in terapia intensiva sembrano mettere tutti d’accordo. Almeno fino al prossimo studio.

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Essebì, 37 anni, maturità classica, giornalista dal 2005 e professionista dal 2011. Amante del buon vino piemontese (in particolare monferrino) e dei sigari cubani. Scrive di politica nazionale ed internazionale, economia e sport. Segue con attenzione l’evoluzione della società. Unico difetto: malato di Juventus.

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