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Il Triangolo Strategico e l’Europa

La rivista “The International Affairs” offre un’analisi dei rapporti fra le potenze che costituiscono il cosiddetto “Triangolo Strategico”, ovvero Cina, Russia e Stati Uniti, in particolare nei confronti dell’altro centro di potere che è rappresentato dall’Unione Europea. Ne scrive in dettaglio Vladimir Batyuk, dottore in storia e collaboratore scientifico superiore dell’Istituto per gli USA e il Canada dell’Accademia russa delle scienze.

Il “Triangolo strategico” tra America, Cina e Russia è divenuto una realtà geopolitica nel corso della guerra fredda, quando il mondo si è ritrovato spaccato in blocchi politico-militari con a capo le due superpotenze USA e URSS. A Washington si sforzavano di modellarlo in una maniera in cui gli Stati Uniti potessero occupare posizioni particolarmente vantaggiose, sostenendo le relazioni migliori possibili con ciascuno dei giganti comunisti, rispetto a quelle che avevano fra loro questi ultimi. La distensione sino-americana aiutò gli statunitensi ad acquisire un vantaggio sul campo socialista durante la guerra fredda, costringendo l’URSS ad agire su due fronti, mentre permise a sua volta ai cinesi di ristabilire rapporti politici ed economici normali con gli USA, il che si trasformò nella premessa per la crescita potente della cooperazione economico-commerciale sino-americana. Alla fine della guerra fredda, tuttavia, la configurazione del “triangolo strategico” prese nuove coordinate: in condizioni di peggioramento delle relazioni sino-americane e russo-americane si ebbe un avvicinamento sino-russo, peraltro su base antiamericana.

Il “triangolo strategico” sino-russo-americano non sussiste in uno spazio vuoto, ma nel mondo policentrico moderno. L’equilibrio delle forze tra i componenti del triangolo verrà in gran parte determinato, si intende, non solo dal loro stesso potenziale, ma anche dalla capacità di creare dei legami vicendevolmente vantaggiosi con gli altri centri di potere. Da questo punto di vista, le relazioni reciproche tra le grandi potenze come la Repubblica Popolare Cinese, la Federazione Russa e gli Stati Uniti d’America, con l’Europa unita sotto forma di UE, avranno un immenso significato pure per il consolidamento delle loro posizioni nell’ambito del “Triangolo Strategico” stesso. In che modo intessono le loro relazioni con esso Washington, Mosca e Pechino?

Russia ed Europa: vicini stretti

In ogni epoca l’Europa è stata una delle principali priorità della politica estera dello Stato russo. Non soltanto i problemi relativi alla sicurezza oppure l’interesse economico, ma anche i legami culturali e umanitari, caratterizzati molto fortemente a livello emotivo, hanno determinato l’importanza delle nostre relazioni a partire dai tempi più remoti per arrivare fino ai giorni nostri. La Russia invitava presso di sé le principesse dell’Assia e i migliori specialisti, mentre inviava i propri uomini in Europa per imparare, e imparavamo diligentemente le sue lingue e la sua moda. Tuttavia, proprio dall’Europa ci sono arrivate le guerre più estese e distruttive. Sembra però che sia arrivato il momento di riconsiderare dalla base la politica europea della Russia. Come ipotizza Vladislav Surkov, ex assistente del presidente della Federazione Russa, oggi assistiamo alla conclusione del viaggio epico della Russia in Occidente, al termine degli innumerevoli e infruttuosi tentativi di diventare parte della civiltà occidentale, di imparentarci con ‘le migliori famiglie’ dei popoli europei. Secondo Surkov non si tratta di un caso: Guardando l’aspetto esterno dei modelli culturali russo ed europeo, abbiamo software diversi e connettori non compatibili. Non esiste la necessità di formare un unico sistema. La Russia perciò deve costruire delle relazioni con l’Europa in qualità di centro indipendente di potere, non in qualità di allievo della scuola europea di libertà e democrazia. Si ritiene che la posizione di Surkov non rappresenti solamente il suo pensiero personale, ma rifletta l’atteggiamento dell’élite governativa russa verso questo problema, cosa testimoniato in particolare dalla Concezione della politica estera della Federazione Russa, confermata dal suo Presidente il 30 novembre del 2016. In quel documento viene detto che i problemi sistemici accumulati nel corso dell’ultimo quarto di secolo nella regione euro-atlantica, che si esprimono nell’espansione geopolitica condotta dall’Organizzazione del Trattato nordatlantico (NATO) e dall’Unione Europea (UE), con il mancato desiderio di avvicinarsi alla realizzazione di istanze politiche per la creazione di un sistema paneuropeo di sicurezza e di cooperazione, hanno provocato una crisi seria nelle relazioni tra la Russia e i Paesi occidentali. In quello stesso documento, comunque, veniva indicato come la politica russa nella regione euro-atlantica in una prospettiva di lungo termine è orientata verso la formazione di uno spazio comune di pace, sicurezza e stabilità, fondato sui principi di indivisibilità della sicurezza, di cooperazione paritaria e fiducia reciprocaConseguentemente, la Russia chiede di passare a una forma giuridicamente vincolante per le dichiarazioni politiche sull’indivisibilità della sicurezza indipendentemente dall’adesione degli Stati alle unioni politico-militari. In altre parole, nonostante la sopraccitata “espansione geopolitica” dell’Unione Europea, la controparte russa nutre ancora speranze per una qualche forma di coesistenza di Russia ed Europa nel formato di uno “spazio comune di pace, sicurezza e stabilità”.

Negli ultimi tempi, però, cresce a Mosca la delusione verso gli esiti delle relazioni con la UE degli anni più recenti. Non appare quindi come casuale la dichiarazione del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov sul fatto che quando la UE è sufficientemente altezzosa, quando ha la sensazione di avere una superiorità incondizionata, allora dice che la Russia deve comprendere come non vi sarà più un ‘business as usual’, e allora la Russia vuole capire proprio se si farà mai un qualche business con l’Unione Europea alle condizioni attuali… Quelli che rispondono della politica estera dell’Occidente non comprendono la necessità di un dialogo rispettoso da entrambe le parti. Forse dovremmo smettere di parlare con loro per un po’. Ed è proprio ciò che accade nei fatti al momento attuale per quanto riguarda i rapporti russo-europei. Il dialogo fra Federazione Russa ed UE è effettivamente congelato. L’accordo del 2005, in cui si prevedeva la creazione di un partenariato strategico mediante la formazione di quattro spazi comuni (road maps) economico, di sicurezza interna e di giustizia, di sicurezza esterna, di scienza ed istruzione, non ha nella pratica alcun contenuto reale. Dopo l’introduzione della sanzioni economiche da parte dell’Europa, dopo i noti eventi in Ucraina nel 2014, si è completamente fermato il dialogo sulla creazione di uno Spazio unico economico e di un regime di esenzione dai visti. Sono stati interrotti anche i vertici Russia-UE. 

Non sorprende allora come in tali condizioni si abbassi continuamente la quota dell’Europa unita nel commercio estero con la Russia. Nel 2008 la quota UE negli scambi commerciali con la Russia era del 52%, mentre nel 2019 del 41,7%, nel periodo gennaio-maggio del 2020 del 39,5%. Ma se nel 2008 gli scambi della Russia con i Paesi dell’Unione Europea ammontavano a 382 miliardi di dollari, nel 2019 erano di appena 278 miliardi. Le speranze di promuovere l’integrazione russa nella struttura euroatlantica non si sono quindi rivelate giustificate, così come le speranze sul fatto che la Russia possa sostenere un dialogo normale e costruttivo con la UE. I partner europei si sono rivelati chiaramente impreparati a ciò oppure hanno semplicemente deciso che non lo volevano. È evidente come un tale dialogo tra Russia ed Europa sia oggi impossibile non solo in ambito economico, ma anche in ambito politico-militare. Come detto nella Relazione del Gruppo di alto livello creato su disposizione del Segretario generale della NATO, la NATO deve continuare a reagire alla minaccia e alle azioni ostili dei russi in modo unito, deciso e concordato, senza ritornare al ‘business as usual’, a meno che non vi siano cambiamenti nel comportamento aggressivo della Russia e non via un suo ritorno al pieno rispetto del diritto internazionale. L’unità della NATO nelle relazioni con la Russia costituisce un simbolo profondo di coesione politica che rappresenta il fondamento di un efficace contenimento. In questo modo, l’Alleanza atlantica non è pronta nemmeno a un dialogo pieno con la Russia, scambiando il dialogo politico con il contenimento della Russia stessa. Nel suo articolo per il giornale tedesco “Die Zeit”, il presidente russo Vladimir Putin è stato costretto a constatare come oggi l’intero sistema di sicurezza europea è fortemente degradato. Cresce la tensione, divengono reali i rischi di una nuova corsa agli armamenti, e tale situazione si può correggere solo grazie al ristabilimento del partenariato onnicomprensivo tra Russia ed Europa. Purtroppo, al momento attuale non si può contare sul ristabilimento di tale partenariato.

La politica europea della Cina

Per lo meno dall’inizio del secolo attuale la Cina ha guardato alle relazioni bilaterali con l’Europa come a una direttrice importantissima della sua politica estera. Come detto dal Documento politico della Cina a proposito dell’Unione Europea, pubblicato nel dicembre del 2018, essendo partecipanti fondamentali del mondo multipolare e della globalizzazione economica, Cina ed UE hanno grandi interessi in comune nel sostegno della pace e della stabilità in tutto il pianeta, nell’operare insieme per la prosperità globale, per la crescita continua e per la promozione della civiltà umana, cosa che rende entrambe le parti insostituibili alleati per la riforma e lo sviluppo l’uno per l’altro. Già da 14 anni consecutivi la UE costituisce il più grosso partner commerciale della Cina, mentre la Cina fino al 2020 era per volume la seconda partner commerciale della UE dopo gli USA, diventando la prima lo scorso anno. Lo sviluppo delle altre relazioni con la UE rappresenta già da tempo una priorità della politica estera della Cina.

Quali principi guidano Pechino nella sua politica europea? La Cina propone a entrambe le parti di riconsiderare le relazioni tra Cina e UE dal punto di vista strategico e di lungo termine e si attiene ai seguenti principi nello sviluppo delle relazioni bilaterali:

– sostenere il rispetto reciproco, la parità e il principio “una sola Cina”, per rafforzare l’importantissimo fondamento politico delle relazioni fra Cina e UE;

– sostenere la trasparenza, l’inclusività e la collaborazione reciprocamente vantaggiosa, rafforzare gli scambi delle concezioni di sviluppo e il coordinamento dei piani di sviluppo;

– difendere la giustizia, sostenersi nei momenti di difficoltà e unire gli sforzi per il miglioramento dei sistemi globali di governo;

– sostenere il dialogo tra le civiltà e l’armonia nella diversità per una reciproca operazione di insegnamento tra la civiltà cinese e quella europea.

Nel concretizzare tali principi generali, la controparte cinese insiste sul riconoscimento europeo dell’integrità territoriale della Cina (incluse Hong Kong, Macao, Taiwan e il Tibet), così come sul rifiuto di qualsiasi genere di assistenza verso qualunque movimento separatista sul territorio della Repubblica Popolare sul genere del Partito Islamico del Turkestan. Si intende, l’approccio cinese verso i rapporti con l’Europa unita non si limita ai summenzionati principi generali di relazione politica. La Cina vede nel partenariato con la UE la possibilità di realizzare i propri piani relativamente all’iniziativa della Nuova Via della Seta, che si sviluppa in conformità al principio di consultazione e di cooperazione per l’ottenimento di profitti generali, sostiene l’accessibilità, l’inclusività e la trasparenza, osserva le regole internazionali e i principi di mercato, e infine tende all’alta qualità e ad alti standard, adattati alle condizioni locali. La Cina si dimostra lieta verso la partecipazione attiva della UE e di altri Paesi europei agli sforzi congiunti per la costruzione della Via, che agevolerà la pace, la prosperità, la trasparenza e le innovazioni, unisce le civiltà, favorisce la crescita “green” e sostiene alti standard etici.

In qualità di maggiore controparte commerciale, senza la quale evidentemente è impossibile operare, Pechino non ha remore nel presentare le sue pretese ai partner europei: La Cina spera che la UE mantenga aperto il proprio mercato degli investimenti, riduca ed elimini le barriere contro gli investimenti e le barriere discriminatorie, e garantisca equità di trattamento alle società cinesi che investono in Europa, oltre che un ambiente politico trasparente e prevedibile, e difenda i loro diritti legali e i loro interessi. Dal punto di vista di Pechino, la UE deve alleggerire il proprio controllo export ad alta tecnologia sulla Cina, deve adempiere fedelmente ai propri obblighi secondo la WTO, deve garantire la conformità della propria legislazione e della pratica nella sfera dei mezzi commerciali di difesa delle regole WTO, deve applicare in maniera ragionevole le misure sui mezzi commerciali di difesa legale e deve impedire la discriminazione de iure o de facto verso alcuni membri del WTO, così come non deve ostacolare gli investimenti cinesi nella UE stessa. Per altro, la controparte cinese fa capire in modo chiaro che non tollererà prediche moralizzanti sul tema dei diritti dell’uomo oppure intrusioni negli affari interni della Cina: La controparte europea deve considerare in maniera obbiettiva ed equa la situazione dei diritti umani in Cina e deve trattenersi dall’intervenire negli affari interni della Cina e nella sua sovranità giudiziaria nel nome dei diritti umani.

Occorre segnalare come a Bruxelles stiano gradualmente modificando la propria iniziale relazione positiva verso il partner cinese. Così, nel corso del 19esimo summit UE-RPC nel giugno 2017, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato: I nostri rapporti (con la Cina) sono basati sulla comune osservanza dell’apertura e del lavoro congiunto nella cornice del sistema internazionale fondato su regole. Sono felice che possiamo incontrarci qui oggi e dirlo forte e chiaro… Insieme possiamo favorire la prosperità e la stabilità nel Paese e all’estero. Salutiamo con gioia l’ambizione del processo cinese di riforma. Riconosciamo che sono state condotte riforme ed elaborati piani corrispondenti, ma vorremmo che la realizzazione venga accelerata, affinché la vostra politica corrisponda alla vostra visione del mondo. Così, sei mesi dopo, nel marzo 2019, è stata adottata la dichiarazione della Commissione europea “UE – Cina: uno sguardo strategico”, nella quale si dice in particolare che nell’ultimo decennio la potenza economica e l’influenza politica della Cina sono cresciuti a volumi e con rapidità che non hanno precedenti, riflettendo le sue ambizioni di diventare potenza mondiale dominante. Si tratta di un giocatore-chiave a livello globale e di una potenza tecnologica leader. La sua crescente presenza nel mondo, quindi anche in Europa, deve accompagnarsi a una grande responsabilità verso il rispetto dell’ordine internazionale basato sulle regole e a una grande reciprocità, non discriminazione e apertura del suo sistema. Le ambizioni cinesi pubblicamente manifestate nella sfera delle riforme devono esprimersi nella politica o nelle azioni adeguate al suo ruolo e alla sua responsabilità. Tale documento rimprovera concretamente Pechino il fatto che le esportazioni di prodotti agricoli e alimentari dalla UE verso la Cina subiscono procedure discriminatorie, imprevedibili e onerose, sono soggette a ritardi fuori misura e a decisioni non fondate sulla scienza. A Bruxelles sono molto inquietati anche dai tentativi cinesi di creare relazioni privilegiate con singoli Paesi europei (tra cui l’Italia), cosa che, come ritengono i vertici dell’Unione, sgretola l’unità europea, e dagli investimenti cinesi nei progetti infrastrutturali europei.

Nel successivo Rapporto del Gruppo di alto livello sulla Cina, pubblicato nel 2020, viene detto in modo ancora meno complimentoso: Per la maggioranza dei Paesi membri, la Cina rappresenta sia un concorrente economico che un importante partner commerciale. Dunque la Cina viene intesa meglio di tutte come un concorrente sistemico ad ampio spettro e non come un semplice operatore economico o un solo soggetto di sicurezza orientato all’Asia. Anche se la Cina non rappresenta una minaccia militare diretta per la regione euro-atlantica nella stessa misura in cui lo è la Russia, essa sta allargando la propria presenza militare nell’oceano Atlantico, nel mar Mediterraneo e nell’Artico, sta intensificando i legami difensivi con la Russia e sta elaborando dei missili e dei velivoli a lungo raggio, delle portaerei e dei sottomarini nucleari di capacità globale, con possibilità estese di dislocazione spaziale e un grande arsenale nucleare. I membri della NATO percepiscono sempre di più l’influenza della Cina in ogni campo. Le sue iniziative della Nuova Via della Seta, della Via della Seta Polare e della Via della cyber-seta si stanno sviluppando in fretta, e la Cina acquisisce infrastrutture in tutta Europa con potenziale influenza sulle comunicazioni e sulle interazioni. Una serie di membri attribuiscono attacchi informatici a soggetti basati in Cina, vi identificano il furto di proprietà intellettuali con conseguenze per la difesa e subiscono campagne di disinformazione in atto in Cina, particolarmente nel periodo a partire dall’inizio della pandemia di COVID-19. In altre parole, negli ultimi anni nell’idea europea di Cina è avvenuta una notevole trasformazione: da promettente partner commerciale a potenziale minaccia militare. A proposito, la Cina non vede nell’Europa un avversario militare. Come notato dal “Libro bianco per la difesa” cinese, uscito nel luglio del 2019, la Cina sviluppa attivamente le sue relazioni militari con i Paesi europei. Gli scambi e la cooperazione in tutti gli ambiti stanno raggiungendo un progresso notevole. Orientandosi sul partenariato sino-europeo nel nome della pace, della crescita, delle riforme e della civiltà, la Cina conduce un dialogo sulle questioni di politica di sicurezza, di esercitazioni congiunte per la lotta alla pirateria e per la formazione del personale insieme alla UE.

Nel complesso, la controparte cinese non mette troppo l’accento sulle contraddizioni in essere rispetto ai partner europei, guardando all’Europa unita come a una promettente direttrice di cooperazione economica. Tra l’altro, Pechino non ha alcun conflitto politico-militare con gli europei, e in questo senso le relazioni sino-europee si distinguono in modo proficuo dalle relazioni tra USA e Cina. A testimonianza del fatto che l’approccio costruttivo cinese nei rapporti coi partner europei dà i suoi frutti, vi è l’accordo sugli investimenti tra UE e Cina concluso il 30 dicembre 2020. In conformità a tale documento, alle aziende europee che producono automobili è stato facilitato l’accesso al mercato cinese delle auto elettriche e ibride. Rispetto alle cliniche private delle grandi città cinesi è stato annullato l’obbligo di mettere in piedi imprese locali. Inoltre, la Cina ha promesso di aprire il suo mercato delle telecomunicazioni e di adempiere finalmente alla richiesta dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e quindi di rivelare il volume delle sue sovvenzioni. Così dovrà essere posta la parola fine all’inserimento forzato di tecnologie. Questo accordo è stato accolto da molti osservatori occidentali come un indubbio successo della Cina: infatti nel corso della preparazione all’accordo, Pechino è riuscita a sottrarsi agli obblighi di lanciare appalti pubblici, sottoscrivere accordi con il WTO sugli acquisti statali oppure accettare il sistema di giudizio sugli investimenti che permette di risolvere le liti tra gli investitori. È evidente come tale accordo sia un grande passo sulla via della formazione di una zona di libero scambio tra l’Unione Europea e la Cina (anche se l’accordo sugli investimenti tra RPC e UE deve essere ancora ratificato dal Parlamento europeo e dai parlamenti nazionali dei Paesi membri della UE). Occorre notare a questo proposito che le trattative tra USA e UE sulla creazione di un partenariato transatlantico commerciale e investimentizio erano saltate, cosa di cui parleremo più avanti. A dire il vero, il 20 maggio l’Europarlamento ha rimandato la ratifica dell’accordo sugli investimenti a causa delle controsanzioni in precedenza introdotte dai cinesi contro una serie di politici europei e a causa della situazione dei diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese. Si intende che tale decisione è stata presa non senza pressione americana su Bruxelles. Resta da chiarire comunque quanto a lungo l’Europa unita sarà pronta a proseguire verso l’inasprimento dei rapporti politici col suo maggiore partner commerciale.

USA ed Europa: alleati di vecchia data

La direttrice europea è sempre stata una prorità assoluta della politica estera ufficiale di Washington. Negli anni della guerra fredda, sul territorio degli Stati europei membri della NATO fu collocato il più grosso corpo delle Forze armate americane all’estero, che arrivava a 350mila soldati e aveva fino a 7mila testate nucleari tattiche. Ma il significato dell’Europa per gli Stati Uniti non consisteva solo nelle posizioni politico-militari dell’America in quella regione; due maggiori centri di potere economico del mondo moderno sono uniti da strettissimi legami commerciali, finanziari e tecnologici. Il volume di scambi tra USA e UE ha raggiunto la cifra astronomica di 616 miliardi di dollari nel 2019. Tra l’altro, nel 2017 il 65,1% di tutti gli investimenti esteri americani diretti assommati è stato appannaggio dell’Europa Occidentale; al tempo stesso, anche per gli investitori europei gli USA rimangono la regione più appetibile dal punto di vista del collocamento dei capitali. Basti dire che nella quota UE c’è fino a metà di tutti gli investimenti diretti stranieri verso gli USA. E comunque si atteggino i rapporti euro-americani nel campo politico-militare, la strettissima interazione economica tra America ed Europa costituisce qualcosa che non ha alternative: oggi niente può sostituirla adeguatamente e nemmeno per il futuro sembra esservi alternativa né per gli USA né per la UE. Nonostante ciò, negli ultimi anni la cooperazione transatlantica in ambito economico-commerciale si è scontrata con sfide molto serie.

Questi problemi nei rapporti economico-commerciali euro-americani sono indubbiamente e giustamente collegati alla politica del 45esimo presidente degli USA. Proprio Donald Trump ha dato inizio nel 2018 alla guerra dei dazi con l’Unione Europea, imponendo un’imposta del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importati negli USA dalla UE. In risposta, la UE ha iniziato a valutare la possibilità di un aumento delle imposte sulle merci americane. L’Unione Europea venne fondata per sfruttare nel suo interesse gli Stati Uniti, ha dichiarato a questo proposito il presidente americano. È evidente che se Trump fosse stato eletto una seconda volta, non si sarebbe limitato a queste misure: Washington infatti minacciava di applicare dazi del 25% sulle autovetture fabbricate in Europa, mentre gli europei volevano rispondere adottando la cosiddetta tassa digitale, che avrebbe dovuto colpire in primo luogo le maggiori compagnie tecnlogiche americane come Amazon, Facebook e Google. Probabilmente non è corretto spiegare gli anzidetti problemi nelle relazioni economiche tra USA e UE esclusivamente con la politica di Donald Trump. Come ipotizza il segretario alla presidenza del Consiglio per la politica estera e di difesa Fyodor Lukyanov, l’idea di una leadership globale americana (la cui parte principale consiste nella presenza politico-militare statunitense in Europa) è andata in crisi, non trovando più riscontro come in precedenza nella popolazione degli Stati Uniti. La comparsa di un umore isolazionista con Trump alla Casa Bianca è il risultato di questi atteggiamenti in via di mutamento… (L’amministrazione Trump) vede come priorità non la supremazia in quanto tale, ma la realizzazione degli interessi nazionali USA nel confronto con i principali  avversari, tra il cui numero uno è la Cina. Partendo da questa posizione, tutti gli argomenti a favore di una stretta cooperazione con l’Europa perdono di senso o almeno diventano condizionati, cosa su cui Trump insisteva continuamente con i suoi sostenitori. In altre parole, l’Europa, e in primo luogo la Germania, deve dimostrare che i servizi di sicurezza che le forniscono gli Stati Uniti sono giustificati dalle spese finanziarie o di altro genere.

Ecco perché, come a noi appare, non sarebbe corretto contare sul fatto che dopo la salita al potere di Joe Biden, nei rapporti euro-americani sia tornata l’armonia. Anche senza Trump, nelle relazioni economico-commerciali tra USA e UE vi sono dei seri problemi. È sufficiente dire che ancora prima dell’arrivo del 45esimo presidente, le trattative tra europei e americani sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) erano finite in un vicolo cieco. Difficilmente Biden potrà rianimarle facilmente: nell’aprile del 2019 il Consiglio dell’Unione Europea con decisione speciale ha definito le precedenti direttive riguardanti le trattative sul TTIP come “invecchiate e non più attuali”. Altrettanto seri appaiono anche i problemi politico-militari nelle interazioni fra i partner transatlantici. Dopo la fine della guerra fredda, l’Europa ha perso il suo precedente significato per la strategia estera americana. Le élite governative statunitensi si attenevano al punto di vista secondo cui le principali minacce alla sicurezza nazionale degli USA era concentrate non in Europa ma in altre regioni del pianeta. Di conseguenza il numero di militari americani dislocati permanentemente sul territorio europeo è costantemente diminuito da 350mila unità della fine degli anni ’80 alle 5mila della presidenza Obama. Con Trump la tendenza a ridurre la presenza militare americana in Europa è continuata. Il 29 luglio 2020 il Ministero della Difesa USA ha dichiarato un’ulteriore riduzione dei militari americani in Europa, in conformità alla quale il numero delle truppe in Germania sarebbe dovuto scendere a 11900 tra soldati e ufficiali, peraltro con 6400 uomini da trasferire per proseguire il servizio sul territorio americano e 5600 spostati sul territorio di altri Paesi dell’Europa Occidentale membri della NATO, con prevalenza in Belgio e in Italia. In verità, come confermato dal Pentagono, gli elementi del comando del V Corpo delle Forze aeree degli Stati Uniti saranno redislocati in Polonia, ma per quanto riguarda le unità di combattimento, queste presenzieranno in Europa Orientale esclusivamente a rotazione. Così, nel 2018 gli USA hanno posizionato nell’Est del continente una brigata corazzata di 4500 uomini, più elementi di squadrone di aviazione e 70 cooperanti militari e civili per dirigere i droni spia dalla base situata nella città polacca di Mirosławiec. Inoltre nella regione Baltico – Mar Nero è stato dispiegato un gruppo tattico di anfibi americani, ma tutti questi contingenti da combattimento sono arrivati non in modo permanente, ma a rotazione. Gli americani accusano comunque i propri alleati europei del fatto che questi ultimi non producono sicurezza, ma la ricevono. Così, parlando a una conferenza stampa congiunta con il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, Trump ha accusato la Repubblica Federale di Germania di spendere per la difesa appena l’1% del suo PIL contro il il 4,2% speso dagli USA. Devo sollevare la questione perché ritengo che sia altamente ingiusto verso il nostro Paese, ha sottolineato il presidente americano. È assolutamente ingiusto verso i nostri contribuenti. Credo che questi Paesi debbano aumentare le spese per la difesa non nel corso di dieci anni, ma subito. La Germania è un Paese ricco. Loro dicono che aumenteranno un po’ le spese verso il 2030. Beh, potrebbero aumentarle già domani e non avere alcun problema. Non penso che sia corretto nei confronti degli Stati Uniti. Bisogna notare che a questo proposito pretese simili erano state avanzate verso gli alleati europei anche dai predecessori di Trump, pur non avendolo fatto in una maniera così brusca.

Si può supporre che in qualunque prospettiva prevedibile la posizione economica dell’Europa post-coronavirus non permetta agli europei di elevare sensibilmente le proprie spese militari e di conseguenza si conserva quella situazione che irrita i vertici di Washington, quando più del 70% del budget militare combinato dei Paesi membri della NATO è addossato agli USA, considerando anche che l’Europa unita ha un potenziale economico paragonabile a quello degli Stati Uniti. In questo modo anche con l’amministrazione Biden tra gli alleati euroatlantici vi saranno grosse divergenze nella sfera politico-militare e in quella economico-commerciale. Un indubbio successo nella sua politica europea è stato ottenuto dal 46esimo presidente americano al summit NATO di Bruxelles il 14 giugno 2021: nel comunicato adottato a conclusione del summit viene confermato che “le ambizioni e le azioni  incalzanti” della Cina “rappresentano una sfida sistemica all’ordine internazionale basato sulle regole e a quelle sfere che riguardano la sicurezza dell’Alleanza nordatlantica”. A dire il vero, per coinvolgere gli alleati europei nel confronto con la Cina, l’amministrazione Biden ha dovuto pagare un prezzo, in particolare rinunciare a imporre sanzioni sul Nord Stream 2. L’incontro ai vertici russo-americano, svoltosi due gioni dopo il summit di Bruxelles, ha dimostrato che Washington non è in condizione di contrastare contemporaneamente sia la Russia che la Cina in circostanze tali per cui gli alleati europei sono pronti a lottare contro il Celeste Impero essenzialmente soltanto a parole.

Cosa dire in conclusione?

E allora, al momento attuale proprio le relazioni tra Cina ed Europa sono sottoposte a una dinamica positiva. Le relazioni euro-russe sono in condizioni di declino e oggi non sussiste alcuna nessuna ragione per contare su un cambiamento di questa tendenza. Anche i rapporti tra i partner euro-atlantici si sono scontrati contro serie difficoltà e non sarebbe corretto collegare tali problemi solamente alla controversa personalità del 45esimo presidente USA. In tali circostanze, i legami tra RPC e UE si stanno sviluppando con successo, poiché a differenza di quelli tra Europa e Russia ed Europa e Stati Uniti, essi non sono gravati da contraddizioni ideologiche. Gli europei sono pronti a perdonare ai cinesi molto più di quanto non abbiano mai perdonato ai russi nel campo dei diritti umani. In Europa non esiste la sinofobia, tanto meno una che possa essere paragonabile di per sé alla russofobia che c’è nel continente (particolarmente nell’area orientale), e ciò si spiega in buona parte con la storia delle relazioni tra Europa e Cina, sorprendentemente distinte dalla storia delle relazioni tra Russia ed Europa. D’altro canto, a differenza di Washington, Pechino non si rivolge all’Europa come a un suo partner minore tenuto a inchinarsi al volere di un “grande fratello” nelle questioni politico-militari. Bisogna ammettere che la controparte cinese sta utilizzando in modo vantaggioso le ottime possibilità di sviluppo dei legami economico-commerciali e tecnico-scientifici con l’Europa. Già oggi la Cina costituisce uno dei principali partner commerciali dell’Unione Europea, perciò Pechino sta pianificando per il futuro di aumentare la sua presenza economica in Europa, anche a discapito degli Stati Uniti e della Federazione Russa.

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