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Il premier Conte e le ferie non godute ad agosto

Il valore e le capacità di un Capo di governo nel guidare un Paese si misurano in tanti modi, ma ci sono alcuni aspetti ritenuti minori i quali possono dire tutto della sua personalità, politica e umana, e dell’eventuale grandezza o pochezza. E di recente, Conte ha offerto un’ennesima perla del suo modo di essere: ognuno valuti se si tratta del gesto di uno statista o di uno che passava da Palazzo Chigi per caso. Per difendersi dalla aspre critiche sulle inefficienze dell’azione di contrasto al diffondersi del virus, mossegli da un quotidiano nazionale che fino a qualche settimana fa lo aveva in qualche modo sostenuto (seppure per motivi diversi dall’apprezzamento in quanto tale, vale a dire come Capo di un governo che comprende un partito “amico” del giornale, quale è il PD – compagine governativa che peraltro al momento pare non avere alternative), il Nostro ha scritto una lettera al giornale mettendosi a piagnucolare: “Io in agosto non ho fatto le ferie! Faceva caldo e ho lavorato notte e giorno!

Ecco, un’uscita del genere la dice proprio tutta sul profilo del Presidente del Consiglio. E il pensiero corre nostalgicamente ad altri personaggi del passato, anche non lontano e di ogni colore, e a figure che oggi governano Stati e Istituzioni sovranazionali: ci si chiede come a un uomo chiamato a un così alto incarico possa venire in mente di appellarsi alla ferie non godute. Una gaffe, senza dubbio, e ancora una tra le tante. Ma che cosa ha fatto il governo fino a settembre, e anzi a partire dal marzo scorso, è sotto gli occhi di tutti. C’era da riorganizzare il sistema sanitario, potenziare gli ospedali, prevedere nuove esigenze nelle corsie per fronteggiare la seconda ondata del virus, predisporre le strutture per eseguire più tamponi, accrescere la disponibilità dei trasporti pubblici, approntare l’agibilità delle scuole… e molto altro ancora. Ebbene, tantissime cose non fatte e tante altre realizzate in modo assolutamente carente, con ritardi e inefficienze che hanno sorpreso il Paese, del tutto impreparato alle nuove necessità. Un fallimento, quello del governo. E se qualcosa del genere avviene anche in altri Paesi, non è certo un buon motivo per consolarsi o magari per giustificare. Tanto più che nella piena estate, a luglio e agosto, di fronte alla scarsa attenzione con cui l’esecutivo seguiva la situazione dell’epidemia, i cittadini si sono sentiti autorizzati a sottovalutare e finanche a ignorare le blande raccomandazioni che arrivavano dai vertici della nazione. E in ogni caso, sarebbe stata necessaria una rigidezza di controlli e di divieti che non c’è stata. Ma le elezioni regionali erano ormai alle porte…

Così oggi, a detta di molti esperti, siamo giunti a un punto tale per cui in certe aree della Penisola la circolazione del virus viene definita “fuori controllo”, con aumenti vertiginosi di contagi, ricoveri e decessi, con gli ospedali ormai vicini al collasso. E allora quasi metà del Paese viene classificata come zona a rischio elevatissimo, tra colore rosso e arancione, mentre si assiste al triste spettacolo dello scontro tra Stato e Regioni e perfino tra le Regioni stesse, con il grave sospetto che il governo abbia deciso la colorazione pure in base al colore politico delle giunte regionali, qui applicando con rigidezza i parametri utilizzati e là chiudendo un occhio, fino a indurre il pensiero che in qualche zona, come nel caso della Campania, non si siano adottate misure estreme applicate altrove, per timore di rivolte sociali. Se tutto questo avesse qualche fondatezza, allora il governo avrebbe sperperato ogni residua credibilità, peraltro già fortemente compromessa. Non c’è la serrata generale in tutta la Penisola, ma a così pezzetti è come se ci fosse. Del resto, è ormai acclarato che si tratta di un esecutivo e di una compagine di maggioranza che stanno in piedi per forza di inerzia, perché nessuno oggi, stante la situazione sanitaria, politica, economia e sociale, ha la possibilità di fermare questa corsa di un treno senza pilota.

L’ulteriore perdita di autorevolezza e di credibilità del governo ha varcato anche i confini nazionali. È di pochi giorni fa l’intesa tra Francia, Germania e Austria, con la partecipazione dei vertici dell’Unione europea, per affrontare l’emergenza terrorismo dopo gli attentati di Nizza. A questi incontri non è stata invitata l’Italia. E tra i primi Paesi contattati dal presidente neo-eletto degli Stati Uniti Biden, ci sono Francia e Germania, ma non figura il nostro. Sono fatti che inducono a qualche riflessione e perfino preoccupazione. Tutti indizi, comunque, di qualcosa che si è inceppato nei rapporti tra l’Italia e il mondo che conta. Evidentemente governo e maggioranza, a cominciare dal capo dell’esecutivo, non offrono più quelle garanzie che fino a qualche tempo fa venivano riconosciute, più o meno gratuitamente o per semplice necessità.

E dunque ha forse ragione chi, a partire dal Presidente della Repubblica, invita a trovare forme di coesione di fronte a queste circostanze complicate da mille fattori. Governo e maggioranza finora hanno usato atteggiamenti di arroganza nel tentativo vano di dare un’immagine di autosufficienza. E del resto cedere sul fronte della collaborazione istituzionale darebbe oggettivamente la sensazione di una resa, di un fallimento appunto. E a poco vale la recente flebile chiamata del premier all’opposizione, certamente tardiva, nei modi e nei toni fatta evidentemente obtorto collo, senza alcuna reale e profonda convinzione. Un appello del genere, se viene effettuato con vera convinzione, ha i suoi rituali specifici e deve avere una solennità che nessuno può ignorare, non verrebbe mai derubricato tra le “varie ed eventuali”. Ma lo stato delle cose è talmente grave che a fronte di un governo debolissimo e di una compagine di maggioranza sfilacciata, la soluzione non può che essere quella di un’intesa tra tutte le forze politiche per affrontare al meglio le criticità. Insomma, un atto di coraggio e di umiltà da parte di tutti, per il bene del Paese.

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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