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Il Parlamento Ue condanna la condanna emessa dall’Egitto contro Bahey el-Din Hassan

Mentre continua a preoccupare la situazione dello studente universitario Patrick Zaky, al quale solo ieri dopo cinque mesi e mezzo è stato concesso di vedere un parente in carcere, la quinta sezione del Tribunale terroristico egiziano – in applicazione delle leggi del 2018 sulla lotta alla criminalità informatica – ha emesso una condanna nei confronti Bahey el-Din Hassan, membro fondatore del movimento per i diritti umani dell’Egitto e direttore dell’Istituto del Cairo per gli studi sui diritti umani (CIHRS), in esilio dal 2014.

Maria Arena, presidente della sottocommissione per i diritti umani (DROI) del Parlamento, Isabel Santos, presidente della delegazione per le relazioni con i paesi del Mashreq e Mounir Satouri, relatore permanente sull’Egitto della commissione per gli affari esteri (AFET) hanno condannato fermamente il verdetto emesso lunedì 25 agosto 2020 che condanna l’esule impegnato nella difesa dei diritti umani in Egitto a 15 anni di reclusione.

Si tratta della sentenza più dura mai registrata contro un direttore di una ONG egiziana per i diritti umani e rappresenta un acuirsi della campagna di ritorsione contro gli attivisti per i diritti umani in Egitto e all’estero. Secondo i rappresentanti UE “Siamo a un punto in cui le autorità accusano con accuse di sicurezza statale chiunque osi criticare o difendere innumerevoli vittime di violazioni dei diritti umani da parte dello Stato. Sappiamo tutti che l’unica prova contro Hassan è il suo impegno di lunga data e incrollabile per la protezione dei diritti e delle libertà fondamentali insieme alla sua ferma difesa dell’indipendenza della magistratura sia in Egitto che nella regione. Non c’è quindi altro modo che far cadere immediatamente tutte le accuse e sospendere qualsiasi altro tipo di misura arbitraria nei suoi confronti. In questo contesto, la severa sentenza di rappresaglia per attività legittime in materia di diritti umani contraddice il fondamento stesso dei diritti umani universali e, inoltre, costituisce un pericoloso precedente che espone i difensori dei diritti umani nel mondo a un rischio maggiore”.

Le accuse contro Bahey el-Din Hassan includono “diffusione di notizie false che potrebbero minare la sicurezza pubblica e il beneficio pubblico attraverso i social media” e “insulto alla magistratura“, ai sensi del codice penale egiziano sui crimini contro la sicurezza dello stato e della draconiana legge sulla criminalità informatica del 2018. Tali accuse ormai sono citate puntualmente per punire chiunque eserciti pacificamente il proprio diritto alla libertà di parola per criticare o commentare il governo e gli affari pubblici in Egitto. Nel 2014 Hassan ha lasciato l’Egitto dopo aver ricevuto minacce di morte e attualmente vive in esilio. Nell’aprile 2016, un giudice investigativo ha emesso contro di lui un divieto di viaggio e un congelamento dei beni nell’ambito di un’indagine politicamente motivata sul lavoro delle organizzazioni per i diritti umani noto come “caso di finanziamento estero“. Nel settembre 2019, un tribunale aveva poi condannato Bahey el-Din Hassan in sua assenza a tre anni di prigione e una multa di 20.000 lire egiziane (circa 1.300 dollari) per “insulto alla magistratura“.

Alla redazione di Redattore Sociale Hassan ha affermato pochi giorni fa: “Non abbiamo idea di quanti siano al momento i prigionieri politici in Egitto: il regime è molto attento a non far trapelare un certo tipo di informazioni. Addirittura il presidente Al Sisi, in un’intervista rilasciata a un’emittente degli Stati Uniti, ha affermato che non esistono prigionieri politici nel paese. In realtà, sappiamo che il numero è di molte decine di migliaia: la cifra che spesso viene citata è di 60 mila persone, ma questo dato risale ormai al 2014. La sorveglianza continua anche dopo che te ne sei andato, ti segue fuori dal confine del Paese, e spesso le ripercussioni ricadono sui familiari e gli amici rimasti nel paese”.

Intanto Amnesty International Italia ha lanciato una nuova campagna social per chiedere la scarcerazione del ricercatore egiziano Zaky che dall’8 febbraio è formalmente in stato di arresto, e in cella, in Egitto con accuse che annoverano anche la propaganda sovversiva: “Sei mesi di detenzione su accuse del tutto infondate sono un periodo di tempo inaccettabile, rinnoviamo gli appelli alla scarcerazione rivolti al Governo che lo tiene in carcere e anche al Governo dell’Italia, Paese di cui Patrick sempre più sta diventando parte, cittadino onorario e soggetto di tante iniziative di solidarietà“.

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