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Il mondo patirà la fame a causa della pandemia?

Il Direttore del Programma alimentare mondiale (World Food Programme, WFP) ha parlato della minaccia della fame di “dimensioni bibliche” che penderebbe su un intera serie di Paesi poveri nel caso in cui non si riuscisse a fermare la pandemia di coronavirus in tempi brevi. Una catastrofe potrebbe accadere già nei prossimi mesi se non verranno prese misure urgenti: ci si riferisce in primo luogo alla distribuzione di aiuti alimentari nelle zone di guerra e alla prevenzione delle interruzioni nel funzionamento del mercato mondiale dei generi alimentari.

Secondo le stime degli esperti del WFP, il numero degli individui al mondo che soffrono la fame raddoppierà se i Paesi leader non ricorreranno a misure energiche. A fine 2018 non meno di 118 milioni di persone in 53 Stati pativano la fame; a inizio 2020 ve n’erano già 135 milioni in 55 Stati. La pandemia ha aggravato la tendenza negativa: alla fine di quest’anno il numero degli affamati potrebbe arrivare a 265 milioni di individui.  

Ricordiamo che, secondo i dati FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, dal 2015 al 2018 il numero di abitanti della Terra che soffrono insufficienze di cibo rispetto alla norma fisiologica “è leggermente cresciuto”: più di 821 milioni di persone (il 10,8% dell’umanità) mangiavano costantemente troppo poco, mentre problemi nella distribuzione degli alimenti minacciavano più di 704 milioni di individui. Tra i primi venti Paesi del mondo con il maggior numero di persone malnutrite sono entrati 7 Stati dell’Asia meridionale e  sud-orientale, compresa l’India (al primo posto) e la Cina (al secondo), 2 Stati del Medio Oriente e 11 Stati dell’Africa. Per numero di persone in pericolo di carenza di cibo nei primi posti assoluti c’è l’Asia meridionale, seguita dall’Africa orientale e centrale: in queste tre aree vi sono complessivamente 400 milioni di persone con una nutrizione troppo scarsa. A fine 2018 mangiava troppo poco il 20% degli africani, l’11% degli asiatici e circa il 6% dell’America Latina e dei Caraibi, oltre che dell’Oceania. A livello di qualità delle razioni alimentari, Asia e Africa hanno avuto una quantità di gran lunga minore di proteine animali rispetto alla media mondiale (gli ultimi dati pubblicati dalla FAO risalgono a fine 2013).

All’inizio dell’epidemia di COVID-19 sono state prese su vasta scala misure amministrative di limitazione al movimento delle persone e delle merci sia attraverso le frontiere sia all’interno di numerosi Stati. Inoltre, l’economia mondiale è sotto la nube di una recessione le cui dimensioni sono già state paragonate alla Grande depressione degli anni ’30 del NovecentoLa chiusura delle frontiere, le interruzioni nella catena di distribuzione e le carenze di manodopera per i raccolti stanno portando a un acuirsi delle insufficienze nella produzione e nelle forniture. Gli abitanti delle grandi città dei Paesi in via di sviluppo o con un’economia di soglia subiranno probabilmente un aumento dei prezzi dei prodotti, che arrecherà un colpo fortissimo alle razioni alimentari degli appartenenti alle classi più povere. Anche l’abbassamento delle entrate di una parte consistente di popolazione dipenderà dalla situazione delle attività di un gran numero di aziende e dalla crisi generale delle economie nazionali. Già adesso stanno crescendo le preoccupazioni di un incremento del protezionismo in un periodo in cui la lotta al coronavirus eleva nuovamente il ruolo dello Stato negli affari internazionali; intanto, però, il libero scambio transfrontaliero rappresenta una condizione indispensabile per la sicurezza alimentare. Secondo il WFP, la minaccia della mancanza di cibo aumenterà anche in connessione alla diminuzione o addirittura alla sospensione totale degli aiuti che i Paesi più ricchi davano per combattare la fame.

Il pericolo della fame pende in misura maggiore sui Paesi dell’Africa, del Medio Oriente, dell’Asia e dell’America Latina. Più della metà degli affamati sta in Africa: le circostanze peggiori si prevedono nel Sudan del Sud, dove la fame minaccia più di un terzo della popolazione, ma sono messi male anche lo Yemen, l’Afghanistan, la Siria e il Venezuela. Nel continente africano, ai recenti peggioramenti nell’attività economica si sono aggiunti disastri naturali che mettono direttamente a rischio l’agricoltura, come la siccità nello Zimbabwe o l’invasione delle cavallette in Kenya. Infine, le difficoltà di spostamento dei lavoratori stagionali attraverso le frontiere sono un pericolo “per il raccolto dei frutti che maturano presto e delle verdure con un periodo di conservazione breve”.

In altre zone del mondo la fame minaccia decine di migliaia di migranti economici che a causa della pandemia hanno perso il lavoro. Ora che le fonti di reddito sono perdute, i loro magri risparmi svaniscono rapidamente portando persino all’impossibilità di acquistare il cibo, mentre lo sbarramento delle frontiere e lo stop ai trasporti non permette loro nemmeno di tornare a casa: la maggior parte di questi martiri si trova nei Paesi del golfo Persico e in certi Stati asiatici.

Alcuni Paesi in via di sviluppo dipendono tradizionalmente dal “mercato nero agroalimentare”, cioè dalle forniture di contrabbando. La chiusura delle frontiere ha fortemente diminuito il volume delle importazioni illegali, mentre le misure locali di quarantena ha reso molto più complicato distribuire legalmente il cibo nelle grandi città. Nei Paesi in cui la parte più grossa della popolazione ha bisogno degli approvvigionamenti centralizzati a prezzi calmierati dallo Stato, si può già osservare la riduzione dell’assortimento disponibile ai consumatori; si formano lunghe code che annullano gli effetti dell’autoisolamento e del distanziamento sociale, che al momento sono visti come le misure forse più efficaci nella lotta contro l’estendersi del coronavirus. Nel frattempo gli esperti prevedono entro la fine del 2020 una riduzione di qualche decina di punti percentuali degli attuali parametri delle economie nazionali dei Paesi in via di sviluppo.

D’altro canto, alcuni osservatori mantengono invece un certo ottimismo. E così, gli esperti interpellati dal giornale britannico The Economist ritengono che in questo momento il sistema mondiale della distribuzione alimentare e gli agricoltori siano molto più preparati alle crisi rispetto a quanto non fossero nel biennio 2007-2008. All’epoca, le misure applicate da una serie di Stati per limitare l’export di generi alimentari bloccarono le forniture per un volume pari all’11% del valore mondiale del mercato per quantità di calorie. Al momento attuale, invece, il coronavirus ha colpito le forniture solamente per un volume che non supera il 3% del cibo necessario. Oggi, i prezzi del carburante per il trasporto dei carichi sono di diverse volte inferiori e le “riserve alimentari sono grandi”, dicono gli esperti. Secondo i dati dell’FMI all’inizio di aprile il coronavirus aveva abbassato la domanda di alcune categorie di materie prime per le produzioni alimentari e pure per quelle di mangimi. Sono invece un po’ rincarati solamente grano e riso del 2-4%. Il prezzo dei fagioli di soia è sceso del 5%, mentre quello del mais dell’8%.

Nel contempo, l’arresto provocato dalla pandemia di interi settori dell’economia e di decine se non centinaia di migliaia di aziende in tutto il mondo sta provocando un altro tipo di problema: tantissime persone, anche in Paesi avanzati come l’Italia, stanno finendo molto in fretta i soldi destinati a comprare generi alimentari. Secondo le stime di una serie di agenzie internazionali, nei Paesi più poveri del mondo le spese per gli alimenti compongono la metà o più delle uscite di una famiglia media (il numero esatto di questi Paesi non è conosciuto, perché non tutti gli Stati rendono noti i dati). E intanto milioni di cittadini di questi Paesi dipendono o da occupazioni non ufficiali o lavorano in piccole e medie imprese che in misura maggiore soffrono la quarantena e le limitazioni alla vita economica.

Nelle condizioni della pesante crisi in cui stiamo passando, non bisogna dimenticarsi delle tendenze di lungo periodo che influenzano le dinamiche della fornitura del cibo. Un anno fa, il segretario generale dell’ONU António Guterres aveva pubblicato l’ennesima previsione sul numero di abitanti della Terra, preparata dagli esperti delle Nazioni Unite. Secondo questa stima, verso la metà del secolo, quindi per il 2050, “la popolazione ammonterà a 9,7 miliardi di individui”. Aumenterà anche il livello di urbanizzazione: gli abitanti delle città saranno il 68% del totale. Gli esperti dell’ONU hanno espresso l’opinione secondo cui la crescente popolazione unitamente “all’aumento del benessere” andranno a intensificare la “pressione sulle risorse naturale e sull’ecosistema” e causeranno l’acuirsi dei problemi sociali, economici ed ecologici.

Anche se il punto di vista di un aumento costante della popolazione umana del pianeta fino alla fine del secolo non è affatto condiviso da tutti gli esperti, è molto diffusa l’opinione sulla crescente minaccia alla capacità dell’umanità di nutrirsi mantenendo gli approcci correnti al modo di fare agricoltura. Le riserve mondiali delle colture di grano ristagnano, i cambiamenti climatici provocano l’erosione dei terreni e l’abbassamento del livello delle acque di falda e anche calamità naturali sempre più frequenti e distruttive che mettono a rischio la stabilità dei mercati alimentari. I cereali vengono impiegati sempre più spesso per la produzione di biocarburante. Numerosi specialisti hanno dubbi sulla possibilità di aumentare la produzione globale di cibo fino a raggiungere i volumi necessari a un approvvigionamento adeguato dell’umanità già entro il 2050. A queste condizioni, la concorrenza per l’accaparramento delle risorse trasformerà la fornitura di alimentari in una questione di sicurezza nazionale.

Nel biennio 2007-2008 certe zone del mondo, in primo luogo Medio Oriente e Africa, si sono già scontrate con disordini di massa provocati o dalla carenza di viveri o da un aumento brusco dei prezzi degli alimentari. Ad esempio, il rincaro delle derrate ha rappresentato la premessa delle “primavere arabe”. Secondo la rivista americana Foreign Affairs, la pandemia è un pericolo per molti Paesi in via di sviluppo a causa dell’aumento della mortalità, della caduta rovinosa dell’economia, dell’impennata della disoccupazione e del livello di povertà. Si prevedono quindi agitazioni sociali, il sorgere di nuovi focolai di conflitti tra Stati, l’aumento del numero di profughi, il rafforzamento dell’influenza della criminalità organizzata e di gruppi terroristici nuovi o già esistenti, che cercheranno di sfruttare il caos nascente.

A questo proposito, il 21 aprile i ministri dell’Agricoltura dei Paesi del G20 hanno rilasciato una dichiarazione speciale sugli esiti della conferenza on-line convocata con urgenza e dedicata alla minaccia di un’impennata delle migrazioni provocate dalla mancanza di cibo. Gli Stati leader hanno elaborato un accordo per effettuare tutti gli sforzi possibili al fine di mantenere a un livello pre-crisi la circolazione dei generi alimentari sui mercati internazionali; inoltre si sono espressi sull’attenersi ai provvedimenti di sostegno agli agricoltori.

Il coronavirus ha messo tutti quanti di fronte a un drammatico dilemma: cercare di salvare il maggior numero possibile di persone, anche a costo di un notevole danno all’economia, compresa quella agricola, oppure mantenere il livello più alto possibile di attività economica a costo di un aumento nel numero degli ammalati e dei morti, avendo chiaro il concetto che una brusca involuzione delle relazioni economiche mondiali porterà in ogni caso ad ingenti perdite nell’economia nazionale. In tali circostanze, i Paesi poveri si troveranno probabilmente a dover compiere una “scelta” terribile tra la morte delle persone per colpa  della malattia oppure a causa della fame. 

Così, in condizioni di epidemia di coronavirus, l’esigenza di estendere la cooperazione internazionale per la risoluzione di problemi globali si scontrerà con le tendenze altrettanto oggettive alla crescita del nazionalismo e dell’isolazionismo. La comunità internazionale dovrà trovare un bilanciamento tra la protezione degli interessi nazionali di ogni singolo Stato e la necessità di dare assistenza ai Paesi e alle società più deboli, perché proprio questi ultimi determinano il livello generale di vulnerabilità del mondo di fronte ai cataclismi globali.

In questo modo, il deficit di cibo e le impennate dei suoi prezzi sono già diventati un fattore in grado di “predeterminare l’atmosfera politica” sia su scala globale che su scala nazionale e regionale per le prossime decine di anni. In una prospettiva di breve e di medio termine occorrerà, evidentemente, concentrarsi sulle misure politiche, economiche e sociali che possano armonizzare il mantenimento della concorrenzialità di Stati, genti e regioni e gli interessi del loro sviluppo costante di lungo termine con le tendenze oggettive e con le sfide di carattere vario che si presenteranno.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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