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Il leitmotiv iraniano

Questo anno sorprendente è stato incorniciato da due eventi drammatici connessi all’Iran. Era iniziato con l’eliminazione di uno comandanti militari iraniani più influenti, Qasem Soleimani, mentre verso la fine a seguito di un attentato è deceduto Mohsen Fakhrizadeh, ritenuto una delle figure chiave del programma missilistico e nucleare della Repubblica Islamica dell’Iran. Nel primo caso, gli Stati Uniti avevano ufficialmente assunto la responsabilità del fatto, ma nel secondo caso nessuno si è fatto avanti, anche se molti sono sicuri che dietro a questa operazione vi sia Israele. I vertici israeliani non hanno mai nascosto di essere pronti a tutto per non permettere a Teheran di acquisire le armi nucleari. Fyodor Lukyanov caporedattore della rivista “La Russia nella politica globale”, segretario di presidenza del Consiglio per la politica estera e di difesa, membro del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali, ha analizzato la situazione nel dettaglio.

“Persino sullo sfondo della pandemia, che sembra oscurare qualunque altra cosa, il tema dell’Iran è rimasto uno dei leitmotiv politici del 2020. Per Donald Trump tale argomento è diventato improvvisamente quello principale. La prospettiva di andarsene dalla Casa Bianca lo obbliga a creare una sua eredità presidenziale, mentre in Medio Oriente, bisogna dire, ha lasciato un segno visibile. Proprio la scommessa sulla paura che l’Iran mette alle potenze regionali ha concesso a Trump di ridisegnare il paesaggio dei collegamenti politici. L’avvicinamento di Israele alle monarchie del golfo Persico, il cui simbolo è diventato la normalizzazione delle relazioni dello Stato ebraico con gli Emirati Arabi, il Bahrein e il Sudan, nonché l’attivazione dei contatti con l’Arabia Saudita, crea una situazione nuova. E il fondamento di questi cambiamenti è proprio l’essere contro l’Iran. I successi nell’allargamento della sfera di influenza, raggiunti dall’Iran nella seconda metà degli anni ’10, ha allarmato la maggioranza dei suoi vicini a tal punto che gli innumerevoli punti di attrito fra di loro sono finiti in secondo piano. 

Qui, a dir la verità, occorre far notare che la coesione avviene a livello di vertice, cioè sono coinvolti i circoli di governo dei Paesi arabi. All’uomo della strada musulmano non piacciono gli accordi che i suoi leader fa con Israele (di fatto a spese dei palestinesi), ma tale diffusa insoddisfazione non si riversa su qualcosa di predeterminato. Quindi per Teheran è naturale cercare di sfruttare questo lato dei cambiamenti politici andando a riscaldare gli animi della massa. Con Biden, l’Iran potrebbe contare su un momento di tregua e su nuove trattative con gli Stati Uniti. 

L’assassinio di Fakhrizadeh potrebbe avere anche un altro motivo, oltre allo scopo principale che era quello di rallentare i potenziali programmi dell’Iran. Nello scenario iraniano ci stiamo avvicinando all’ennesimo bivio. Joseph Biden e soci hanno biasimato Trump per il suo rifiuto degli accordi del 2015, quando vennero tolte le sanzioni a Teheran in cambio di limitazioni alla sua possibilità di sviluppare il programma nucleare. Biden, mentre era vicepresidente nell’amministrazione Obama (la quale aveva firmato tali accordi) promette di ridar loro vigore. Ma ciò provoca l’insoddisfazione di Israele e delle monarchie del Golfo. Quello di Obama era stato il periodo del raffreddamento delle relazioni tra USA e gli storici alleati nella regione, mentre la cadenza di Trump è stata caratterizzata da un passo rapido nella direzione opposta.

A Teheran contano molto sul ritorno alla fase precedente. L’Iran sta rialzando la testa, ma per ora si trova ancora in una situazione pesante. La pandemia ha colpito duramente il Paese, mentre la crisi da essa provocata sui mercati dell’energia ha portato alla caduta delle entrate in primavera, e tutto ciò in condizioni di sanzioni finanziare ed economiche durissime (“soffocanti”), introdotte dall’amministrazione Trump dopo la rinuncia all’accordo fatto da Obama. Il rigetto della politica di Washington da parte dell’Europa e persino la creazione da parte di quest’ultima di un meccanismo di aggiramento dei limiti è rimasta al livello di una raccolta di dichiarazioni: il mondo europeo del business non è pronto a rischiare tutto il resto solo per poter fare affari con gli iraniani. Al tempo stesso l’Iran in un modo o nell’altro è coinvolto in conflitti confusi e prolungati in Siria e Yemen, mentre i recenti movimenti tellurici nel Caucaso meridionale (quindi presso i loro vicini confinanti) provocano inquietudini a Teheran perché non capiscono interamente in che cosa sfocerà tutto questo. Sì, l’Iran riprende entusiasmo, ma oggettivamente è in brutte condizioni.

Se Biden, una volta occupata la Casa Bianca, farà veramente sua la logica di Obama, allora l’Iran potrà fare affidamento su un periodo di pausa, però tutti comprendono che il ritorno al passato non può avvenire. Washington probabilmente probabilmente nuove trattative e nuove condizioni, basandosi sul fatto che la situazione generale negli ultimi cinque anni è cambiata profondamente. Teheran si rifiuta pubblicamente di parteciparvi, ma forse è effettivamente pronta al prossimo round di negoziati, e con questo tenta di fermare le forze anti-iraniane presenti sia nella regione che negli USA; perciò serpeggia il timore che nel tempo rimanente per il cambio di mano alla Casa Bianca, l’amministrazione Trump possa provare di comune accordo con i principali alleati mediorientali a rendere la situazione irreversibile. Per esempio potrebbe provocare l’Iran ad effettuare azioni che andrebbero a costituire il pretesto per una risposta di forza in grande stile. A Teheran lo capiscono, ma hanno anche la loro propria logica politica: in primavera vi saranno le elezioni presidenziali, che rappresentano sempre un momento di nervosismo, e anche la concorrenza a livello ideologico è molto aspra.

La Russia naturalmente non è interessata allo scoppio di un conflitto in questa zona del mondo, che inevitabilmente si allargherebbe ai territori circostanti. Tanto più che sulla questione siriana vi sono stretti legami con l’Iran e senza quest’ultimo non si può andare lontano nemmeno nella già menzionata questione caucasica. In questo momento difficilmente qualcuno potrebbe esercitare influenza sull’amministrazione americana, e certamente non guastano gli appelli di scenari duri rivolti ai simpatizzanti regionali coi quali la Russia ha delle piene relazioni di lavoro. Se si riuscirà a superare senza sconquassi l’attuale momento di passaggio, allora occorrerà effettuare un intenso lavoro diplomatico di elaborazione di una nuova configurazione della regione”.

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