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“I turchi bianchi: utilizzati e alimentati da Erdogan. Una categoria sociale importante per capire la Turchia, anche se numericamente è molto esigua

I turchi bianchi, beyaz Türkler, sono una categoria sociale importante per capire il paese della mezzaluna, anche se numericamente è molto esigua. Sono chiamati “bianchi” (beyaz) per la loro appartenenza a una certa classe sociale, più che politica. Finanzieri, cosmopoliti, amanti del benessere e della bella vita: così vengono riconosciuti dalla maggior parte dei cittadini. Questo termine, coniato dalla stampa locale, è utilizzato principalmente per individuare la tensione tra secolari e conservatori, soprattutto dal punto di vista socio-culturale. Lo stesso Erdoğan più di una volta nei suoi comizi li nomina per prenderne le distanze. Ma è proprio lui ad aver alimentato questo gruppo negli ultimi anni. Ed e proprio il presidente turco che continua a servirsene, quando ne ha più bisogno. Nella sua propaganda politica, da una parte accentua il più possibile nei suoi comizi le differenze tra i cosiddetti turchi bianchi e il resto della popolazione. Con l’unico scopo di prendersi l’appoggio della stragrande maggioranza dei cittadini che certamente non vive all’europea, ma viceversa è conservatrice e attenta alle tradizioni. Dall’altra parte, si è accalappiato progressivamente nelle grandi città il favore di una parte dei benestanti turchi, facendo perno proprio sul settore economico, oggi la sua spina nel fianco e ostacolo maggiore al raggiungimento dei suoi obiettivi politici.

Negli anni Novanta, il primo ad avvalersi di questa terminologia, in un contesto non umoristico, è stato il giornalista turco Ufuk Güldemir nel suo libro Texas Malatya, pubblicato nel 1992. Questa parola era usata per descrivere una vecchia élite kemalista che si opponeva all’allora primo ministro Turgut Özal, criticandone le sue origini curde, la sua fede religiosa volutamente esternata in pubblico e il fatto che non avesse svolto il servizio militare. Poco dopo la sua coniazione, il termine, estremamente fluido, definì le classi urbane che si approfittarono della politica di Özal, tesa all’integrazione con il mercato globale, e si arricchirono con le politiche di liberalizzazione economica. Questa cerchia fu estremamente influenzata dalla nuova ideologia di mercato che fiorì dopo il 1980. In quegli anni, lo stile di vita divenne motivo di discriminazione e razzismo di classe. Era la bella vita che distingueva i turchi bianchi dal resto della popolazione. Anche il loro linguaggio si fece sempre più arrogante e aggressivo; mentre prima l’atteggiamento dell’élite turca era molto più accondiscendente e distaccato. 

Questo nuovo scenario politico trasformò le caratteristiche iniziali della classe sociale elevata in Turchia. L’interesse e il rispetto della classe istruita mostrato nei confronti della conoscenza e della cultura fu sostituito dalle nozioni di successo, carriera ed efficienza; dove il valore dei soldi primeggiava su tutto. Sia i media che il settore commerciale puntarono a pubblicizzare un modello culturale improntato all’avidità e al narcisismo. Era il mondo dorato della finanza a essere agognato dai nuovi professionisti. Questa nuova mentalità che avanzava tra l’élite stambuliota fu molto influenzata anche dai giornali e dalle televisioni: un marketing frenetico e dilagante esaltava la bella vita, l’estetica e i piaceri del palato. Un elemento cruciale in questo contesto fu la competitività intesa come mezzo per dividere i vincitori dagli sconfitti, così come il tentativo di ridicolizzare i perdenti, incapaci di stare al passo con i tempi. Secondo due noti sociologi turchi, Demi Demiröz e Ahmet Öncü, questa fu una strategia mirata a inculcare nella popolazione urbana i valori dell’individualismo e dell’accumulo di beni materiali al fine di garantire l’affermazione della società di mercato.

Foto – Il giornalista Serdar Turgut

Il primo a parlare di turchi bianchi dicendo apertamente di farne parte fu Serdar Turgut, giornalista di “Hürriyet“, in un articolo-manifesto apparso nel 1995. Per Turgut, i beyaz Türkler non sono altro che persone moderne, al passo con i tempi, che non amano il momento storico in cui vivono. Il momento cruciale della loro trasformazione e maturazione furono le elezioni politiche del 2002: elezioni che videro la vittoria del partito filoislamico Ak Parti, partito della giustizia e dello sviluppo. La crisi economica del 2001 era stata molto sentita dalla popolazione e aveva messo a rischio molti posti di lavoro nelle grandi città. In più la classe media, urbana e istruita, sentì il proprio status sociale in pericolo. I beyaz Türkler, consapevoli e contenti di essere così etichettati, iniziarono a mostrare aggressività nei confronti “degli altri”, di chi socialmente veniva considerato “inferiore” e “diverso”. Molti turchi bianchi denunciarono il peggioramento della qualità della vita in seguito all’invasione dei nuovi ricchi provenienti dall’Anatolia. Con l’ascesa di Recep Tayyip Erdoğan al potere la classe media turca si ampliò e aumentò a dismisura la forbice sociale tra ricchi e poveri. Il reddito pro capite è quasi triplicato tra il 2002 e il 2011.

Foto – Ankara, Turchia (11 marzo 2020): Il presidente Recep Tayyip Erdogan parla in una riunione

Secondo il giornalista, prima gli “altri turchi” erano l’intera popolazione a eccezione di una piccola minoranza che viveva secondo i criteri occidentali e con un buon tenore di vita. L’altra Turchia era piena di persone escluse, estremamente disparate, depresse, «persone che non avrebbero potuto vivere umanamente in questa breve esistenza». Ecco, oggi le cose sono cambiate. Anzi, il mondo si è capovolto. Oggi la “nuova altra Turchia” è quella popolata dai turchi bianchi. I turchi bianchi, secondo Turgut, rappresentano una borghesia sconfitta: la loro stella popolare, soprattutto negli anni Duemila, non è stata la libertà di stampa o di espressione ma il mantenimento della loro ricchezza e dei loro privilegi. «I turchi bianchi hanno perso nel tempo una delle caratteristiche principali della loro categoria, ossia la capacità di porsi domande sulla vita da una prospettiva critica». 

L’opportunità per i turchi bianchi di continuare a esibire ricchezza e agio era messa a repentaglio. Era sempre più difficile per la classe borghese, urbana e istruita, continuare a considerarsi élite: le minacce da loro percepite produssero sentimenti di risentimento e fallimento, generando così una predisposizione all’aggressività. Questa reazione si combinò perfettamente con i sentimenti di ansia dati sia dall’avanzare di una nuova classe media conservatrice sia dai cambiamenti nelle reti clientelari. La nuova classe sociale, emersa con Recep Tayyip Erdoğan, arrivava al potere attraverso conoscenze e persone sconosciute alla vecchia élite turca. Dunque, le preoccupazioni legate al futuro del secolarismo in Turchia erano collegate anche a una sorta di rimescolamento della classe media borghese. Tutti gli ambiti della società, che prima erano controllati da figure appartenenti a un ceto sociale con mentalità secolarista, con l’avanzata di Erdoğan sono sempre più sotto il controllo di una classe più conservatrice, legata direttamente o indirettamente al leader turco. Gli ambienti burocratici, commerciali, industriali ma anche accademici e giornalistici subirono notevoli cambiamenti nella gerarchia al loro interno.

La borghesia cittadina secolarista diventò ansiosa e insoddisfatta perché si sentiva man mano esclusa, a livello lavorativo, dall’agone competitivo, non per motivi legati al merito ma per ragioni ideologiche e culturali. La classe che prima era al potere ora ha paura di perdere la posizione sociale acquisita nel tempo e punta il dito contro la nuova ideologia messa in campo dall’Akp. Nonostante questa categoria sociale sia molto fluida al suo interno, c’è forse – come suggerisce anche il giornalista Turgut – un tratto che li accomuna: ipocriti o non ipocriti; nuovi ricchi o ricchi da generazioni; istruiti o parvenu; i beyaz Türkler hanno perso (o non hanno mai avuto) una caratteristica fondamentale che li renderebbe una classe veramente elitaria, ossia la capacità e la voglia di porsi domande scomode. Non solo: hanno perso nel tempo la capacità di guardare oltre il proprio orticello, fatto di comodità e benessere; di analizzare con attenzione e distacco la politica e di crearsi una propria visione critica del mondo e della Turchia in particolare. Questa incapacità ha definitivamente messo fine alla loro missione elitaria. Una manchevolezza che negli ultimi anni è diventata drammaticamente tangibile.

Alla luce delle varie definizioni date, si potrebbe argomentare che i turchi bianchi siano inesorabilmente destinati a estinguersi sotto la pressione della nuova classe sociale creata da Recep Tayyip Erdoğan. In realtà, paradossalmente, anche la borghesia conservatrice, che ha scalato il potere nei diversi ambiti della società – negli ultimi vent’anni – soprattutto nelle grandi città, rientra nel gruppo dei turchi bianchi. Sembrerebbe una contraddizione, ma non lo è. Ci sono persone che si trovano in questa cerchia, arrivandoci da lontano, dall’Anatolia, appunto. Una sintesi molto efficace per spiegare questo concetto potrebbe essere: i vecchi neri turchi sono i nuovi turchi bianchi. Gli anatolici hanno aperto le proprie fabbriche, esportato i loro prodotti e si sono arricchiti. Ci sono anatolici che parlano perfettamente le lingue straniere e sono intellettuali sicuri di sé. Hanno preso lo spazio che prima era occupato unicamente dalle classi più privilegiate. Oggi, come hanno dimostrato le ultime elezioni amministrative, la propaganda politica di Erdoğan – che punta a mettere contro ‘turchi bianchi’ e ‘turchi neri ‘- non è più sufficiente per attrarre a sé il consenso. In questo particolare momento storico potrebbero essere proprio le spinte economiche, che hanno dettato le fortune del leader turco, a buttarlo giù dal suo impero dorato. È – nuovamente – la crisi finanziaria a spingere i turchi bianchi a far sentire la loro voce.

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E' una giornalista freelance. Negli ultimi dieci anni ha vissuto prima in Egitto e poi in Turchia. Ha scritto per diverse testate giornalistiche, tra cui The Guardian, Repubblica, La Stampa, The Post Internazionale, Huffington Post Italia, Il Fatto Quotidiano. Ha pubblicato tre libri: 'Twitter e le rivoluzioni' (Editori Riuniti, 2011) sul ruolo dei social network nella primavera araba; 'Diario di una giornalista italiana' (Al Arabi Publishing and Distributing, 2015, prima edizione in arabo) sulla sua esperienza lavorativa in Egitto; Il suo ultimo libro è 'L'oro della Turchia' (Rosenberg & Sellier, 2020. Postfazione di Alberto Negri)


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