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I sette ambasciatori: da dove deriva e come funziona il controllo esterno dell’Ucraina

Nel parlare dei trent’anni dell’indipendenza dell’Ucraina, non si può omettere un fattore che determina le pessime condizioni in cui versa oggi il Paese: il controllo dall’esterno. La sua presenza in Ucraina a seguito del colpo di Stato viene considerata come un assioma persino dalla stessa classe politica locale, ma altra cosa è che per la maggior parte dei rappresentanti di quest’ultima il controllo esterno rappresenti un vantaggio. Lo spiega in dettaglio la “Rossiyskaya Gazeta” in un recente articolo.

Rossiyskaya Gazeta si impegna a descrivere il significato profondo di questo fenomeno, la storia della sua comparsa e il modo in cui esso si riflette sull’economia del Paese e sul benessere dei cittadini. I primo agenti del controllo esterno arrivarono in Ucraina già nel 1989, e si trattava dell’organizzazione chiamata “Prosvita” (“Illuminazione”), che per decenni era esistita tra gli emigranti, sotto la sorveglianza della CIA, come rifugio per i collaborazionisti fuggiti dall’Armata Rossa. Dopo la proclamazione dell’indipendenza, sotto la presidenza Kravčuk, le sue filiali vennero aperte ovunque e si concentrarono sulla selezione, sulla formazione e sulla spinta della carriera di quadri orientati al nazionalismo. Finanziata dall’estero, Prosvita diede l’avvio politico a decine di deputati del Parlamento, a funzionari statali e a persone pubbliche che sono poi divenute il motore di spinta per l’allontanamento dalla Russia e della rottura di tutti i legami. Parallelamente, già negli anni ’90 veniva aperta in Ucraina la fondazione “International Renaissance Foundation”, finanziata da George Soros, che si occupava di attività simili, ma con la differenza che l’enfasi veniva messa non sull’esaltazione di Bandera, ma sul globalismo e sui “valori occidentali”. C’erano anche agenti che esercitavano influenza e che operavano a cavallo fra le due tendenze. Ad esempio, il padre del “moderno giornalismo ucraino” è considerato Roman Kupčinskij, il primo direttore e il caporedattore di “Radio Svoboda” in Ucraina, figlio di profughi seguaci di Bandera, cittadino americano, impiegato di carriera nella CIA. A succedergli è stata la sua migliore discepola, Anna German, di Leopoli, a suo tempo giovane comunista del Komsomol, poi divenuta nel 2004 addetta stampa di Viktor Janukovyč. Verso il 2013 era ormai stata creata in Ucraina una cornice politica esterna e una “società civile” alternativa costituita da centinaia di organizzazioni no profit, centri, fondazioni, associazioni e mass media “indipendenti”. Proprio per metterle in piedi, farle crescere e sostenerle, il Dipartimento di Stato americano ha speso quei 5 miliardi di dollari sotto forma di borse di studio e di sussidi a fondo perduto, dei quali nel 2014 Victoria Nuland si lasciò sfuggire qualche parola.

Oggi che la società ucraina è stata sfasciata dagli “attivisti” e l’espressione governo dei sette ambasciatori (i rappresentanti del G7 che dettano a Zelensky i loro desiderata) è divenuta un termine politologico, sono ormai evidenti anche gli obiettivi della presa delle redini del Paese dal di fuori. In breve: si tratta solo ed esclusivamente di un business molto somigliante a un saccheggio. Sono gli ucraini stessi, mediante le tasse e le tariffe, a pagare il prezzo della conduzione dall’esterno. Ecco i dati freschi del Ministero dell’Economia ucraino: dal 2012 al 2021 il numero delle imprese statali in attivo si è ridotto del 45%. A riempire le casse dello Stato sono solo 802 di 3332 imprese, le cui entrate complessive ammontano peraltro a meno di 800 milioni di dollari. Non è difficile capire il motivo di tale crollo: già da sette anni in Ucraina è in corso una piccola e una grande privatizzazione, e molte imprese statali vanno scientemente in bancarotta. L’esempio lampante è quello di “Ukrzaliznycja” (UZ), le ferrovie ucraine; ancora nel 2019 era un’azienda che dava profitti, ma già lo scorso anno ha terminato con una perdita di quasi 500 milioni di dollari. Oggi si stanno effettuando trattative sulla separazione da essa del settore merci, notoriamente redditizio, con la successiva vendita a un acquirente straniero. Nel consiglio direttivo di UZ opera come “osservatore” dei dirigenti stranieri un tribuno del “Maidan”, l’ex giornalista e deputato Serhiy Leshchenko, che riceve uno stipendo di 50mila dollari al mese. La liquidazione coatta è arrivata, così, al livello di redditività. Una situazione simile si riscontra anche nella “Naftogaz” da poco finita artificialmente in perdita e della cui ripartizione e privatizzazione si potrebbe parlare molto, poi nella “Ukrposhta” e nella “Ukroboronprom” e in altre aziende e imprese che prima del colpo di Stato alimentavano il bilancio statale, mentre adesso sono pronte ad essere vendute per quattro soldi. E in tutti i consigli di vigilanza, che dettano la volontà del comitato direttivo, si trovano o stranieri o allievi della fondazione “Renaissance”. D’altronde, la stessa creazione dei consigli di vigilanza con diritto di nomina di membri indipendenti dal governo è stata richiesta dall’FMI e dalla UE.

In che modo la bancarotta e la vendita delle imprese si riflette sulla vita dei semplici ucraini? I profitti vengono fatti defluire dall’Ucraina, mentre i costi pesano sul bilancio nazionale, che viene ripianato dalle imposte dirette e indirette pagate dai cittadini ucraini. Così, l’aumento delle spese condominiali diventa una conseguenza diretta dello schema di acquisto “a ritroso” del gas e di altre macchinazioni. Si può affermare senza esagerazione che in ogni metro cubo di gas, in ogni kilowatt di elettricità, in un litro di benzina o in un biglietto del treno è già inclusa la percentuale che riceveranno i padroni stranieri: questi ultimi faranno di tutto affinché il prezzo non si abbassi in nessun caso, altrimenti quale affare avrebbero fatto? Nel frattempo stanno procedendo all’annichilimento dell’industria meccanica, dell’industria aeronautica e dell’industria navale dell’Ucraina, perché essa deve acquistare le locomotive dagli USA, le imbarcazioni dalla Gran Bretagna, gli elicotteri e gli aerei dalla Francia. Per fare ciò, propongono all’Ucraina prestiti miliardari agevolati, che pagheranno i semplici cittadini ucraini con l’aumento delle tariffe e dei prezzi al consumo. Quindi le gloriose imprese statali sovietiche come la Antonov, la casa automobilistica ZAZ,  il cantiere navale del Mar Nero e decine di altre aziende, che una volta fabbricavano prodotti con alto valore aggiunto, non servono a quelli che dirigono dall’esterno. Come disse prima di partire per oltreoceano l’ex ambasciatore USA Geoffrey Pyatt, l’Ucraina deve diventare una “grande potenza agraria” e non industriale. Ma in ogni caso, in calce a ogni disposizione governativa, atto di vendita, appalto corrotto o altre decisioni anti-nazionali, vi saranno sempre il nome e il cognome di un cittadino ucraino formato e istruito non da ucraini, ma da stranieri.

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