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Hubei, 60milioni di abitanti “ostaggi”. Accuse alla Cina, ma intervista smentisce l’ipotesi

La Cina ha paura. Una paura tale da inasprire ancora una volta le misure contro il coronavirus. I 60 milioni di abitanti della provincia dell’Hubei, il ground zero dell’epidemia, saranno ostaggio a casa propria, non potendo più né uscire di casa né usare le auto private. Limiti anche per gli approvvigionamenti: solo una persona per famiglia avrà un lasciapassare, ogni tre giorni, per uscire e fare la spesa.

Questa drammatica misura da la misura del livello di terrore che vive in questo momento la Cina. E giunge a poche ore dall’affermazione di Pechino che il presidente Xi Jinping era a conoscenza dal 7 gennaio dellemergenza coronavirus, a dispetto di un primo intervento ufficiale di 13 giorni dopo, il 20 gennaio, quando fu chiaro il livello dell’epidemia e una sua direttiva sollecitò i comitati del Partito comunista e i governi di ogni livello “ad adottare misure adeguate per frenare la diffusione dell’epidemia”.

“L’epidemia di coronavirus ha rivelato il marcio profondo della governance cinese”, ha tuonato di recente Xu Zhangrun, professore di diritto della Tsinghua University e noto oppositore del Governo cinese, in un saggio postato online e subito bandito dalla censura, di cui ha dato conto il New York Times. “Il livello dell’ira popolare è vulcanica e la gente infuriata potrebbe, alla fine anche gettare via le paure”, ha aggiunto Xu che, consapevole di andare verso nuove punizioni, ha detto “di non poter più restare in silenzio”. Peccato che questa ricostruzione cozzi con quanto dichiarato il 2 febbraio da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lorenzo Spallanzani, il quale dalle colonne de Il Corriere della Sera alla domanda “da quanto tempo eravate pronti per la nuova partita?” risponde:

Dall’inizio di gennaio quando l’Oms ha lanciato la prima allerta dopo che il 31 dicembre la Cina aveva comunicato l’esistenza di un caso di polmonite non identificata. Ma già dalle settimane precedenti seguivamo l’evolversi di polmoniti in quel Paese. Alcuni studi riportano che i primi casi hanno cominciato a verificarsi tra fine novembre e inizio dicembre. Le autorità cinesi hanno fatto un lavoro straordinario, avevano tutto l’interesse a condividere la scoperta di una malattia nuova”.

La dichiarazione di Giuseppe Ippolito rilasciata a Il Corriere della Sera il 2 febbraio 2020

Il giorno dopo allo Spallanzani verrà isolato il coronavirus e la notizia farà il giro del mondo. Però stranamente nessun giornalista si ricorda dell’intervista rilasciata da Ippolito, autorevole referente proprio di quell’Istituto, quando bisogna ricostruire le eventuali responsabilità delle autorità cinesi nella diffusione globale del virus. Il mondo sapeva già a fine dell’anno scorso e se si fosse stati attenti proprio da Pechino, molto prima che l’Oms dichiarasse l’emergenza, si faceva sapere che i funzionari che avessero tenuti nascosti casi sarebbero stati puniti per direttissima. Basterebbe riprendere le agenzie stampa di quei giorni per vedere la tensione che si viveva in Cina. La teoria del complotto piace a tutti, sarebbe però interessante che quando si ricostruiscono i fatti si prendano tutti i tasselli del puzzle e non solo quelli che fanno comodo: e l’intervista a Giuseppe Ippolito probabilmente non fa comodo. Anche sulle misure adottate, sulle ispezioni casa per casa (ci sono immagini che stanno circolando sulla rete), sul divieto di uscire di casa: siamo certi che in Europa le soluzioni adottate sarebbero molto diverse nel caso un virus colpisse il nostro continente con la stessa forza del coronavirus nella provincia dell’Hubei? Pensate alla forza usata dalle forze dell’ordine in due casi ben più circoscritti: il primo è la votazione dei catalani per l’indipendenza, la seconda quando i Gillet gialli hanno preso d’assalto Parigi. Bisognerebbe riguardare quelle foto per comprendere che qualsiasi ‘democrazia’, messa alla prova, reagisce a volte anche in modo sproporzionato. Sarebbe interessante conoscere ora i protocolli che sicuramente avranno già studiato i nostri Governi nel caso la pandemia dovesse colpire anche il Continente Europeo. Perché i cittadini che oggi si indignano per quanto avviene in Cina magari si accorgerebbero che subirebbero le stesse misure anche nel loro Paese.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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