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Esercito europeo: il piano resta nel cassetto, ma non è ancora sfumato del tutto

Mentre la NATO effettua le imponenti esercitazioni Defender Europe 2021, con grande dispiegamento di soldati americani sul Vecchio Continente, che cosa rimane del progetto di un esercito unico europeo slegato dagli USA? A livello politico, le ultime notizie risalgono alla scorso autunno, quando il ministro francese per gli Affari Europei Clement Beaune aveva nuovamente sollevato la proposta tesa a costituire un esercito continentale, che conferisca all’Europa un suo hard power, un reale e attivo potere di intervento. In un’intervista a “Politico”, Beaune aveva esortato gli europei a riprendere in mano le proprie sorti ottenendo l’autonomia strategica, da intendersi come autonomia dall’ingombrante alleato americano: Siamo stati così incapaci nel trattare di potenza, che l’abbiamo semplicemente delegata, se così si può dire, alla NATO, agli Stati Uniti e agli Stati nazionali e così via. I Paesi europei dovrebbero “unirsi e sviluppare strumenti” per difendersi in modo autonomo: e qui si riferisce alle potenze geograficamente vicine, che sono naturalmente la Russia e poi anche la Turchia (la quale è pur sempre un membro della NATO dal 1952). Negli ultimi tempi è stata proprio la Francia a tenere testa alle azioni dei turchi nel Mediterraneo, che suggeriscono quasi l’intenzione di ristabilire una sorta di dominio ottomano sugli antichi territori del sultano. L’Eliseo si è dimostrato apertamente insoddisfatto verso l’inadeguatezza della NATO nel dirimere le questioni scottanti e di lunga data che sussistono tra la Turchia e la Grecia, altro membro dell’Alleanza. Il parere francese può essere riassunto dalla sferzante descrizione che aveva dato Macron nel novembre 2019 in un’intervista al settimanale britannico “The Economist”: Ciò a cui stiamo assistendo in questo momento è la morte cerebrale della NATO. Più chiaro di così! Due anni prima, nel 2017, lo stesso Macron aveva lanciato una “iniziativa per l’Europa” in materia di difesa, che porti il Vecchio Continente ad avere una forza di intervento comune, un bilancio congiunto per la difesa e una dottrina unica di azione. A settembre 2019 erano più di una dozzina i Paesi interessati alla IEI (Iniziativa Europea di Intervento), aventi status variegati, cioè non necessariamente tutti quanti membri sia dell’Unione Europea che della NATO: Irlanda, Svezia e Finlandia, ad esempio, che fanno parte della UE ma non dell’Alleanza atlantica, o viceversa  Norvegia e Regno Unito, dentro la NATO ma fuori dalla UE.

Per quanto possa essere sincero l’interesse di alcuni o di tanti Paesi verso la IEI o verso l’idea di esercito continentale a cui accennava Beaune, l’obiettivo dei vertici dell’Unione Europea è solamente quello dell’integrazione industriale e della condivisione degli sforzi finanziari finalizzati alla difesa comune. Nelle decisioni politiche e soprattutto in quelle di budget non si fa riferimento all’hard powerdi Beaune. Lo scorso dicembre la Commissione aveva dato il suo benestare all’accordo fra Parlamento e Stati membri riguardante il Fondo europeo per la difesa, un programma finanziario pluriennale a sostegno della ricerca e dello sviluppo nel campo della difesa, proposto dalla Commissione nel 2018. A commentare la decisione è proprio il francese Thierry Breton, oggi Commissario UE (su proposta di Macron) per il Mercato interno e già ministro dell’Economia sotto la presidenza Chirac: Si tratta di un importante passo avanti: per la prima volta l’UE disporrà di un programma specifico a sostegno della cooperazione industriale nel settore della difesa. Una base industriale e tecnologica di difesa europea più integrata, innovativa e competitiva è fondamentale per un’Europa più forte, più resiliente e strategicamente autonoma. Quindi sembra trattarsi solo di uno strumento di integrazione e di stimolo economico, senza velleità di trasformarsi in un vero e proprio esercito. E ad aprile la seduta plenaria dell’Europarlamento ha confermato l’accordo di dicembre con il Consiglio sullo stanziamento di 7,9 miliardi di euro per il nuovo strumento di finanziamento. Di questa somma, che rientra nel bilancio 2021-2027 e che è stata dimezzata rispetto alla prima proposta della Commissione, un terzo andrà alla ricerca e due terzi ai progetti di sviluppo. 

Tuttavia esiste già qualcosa che viene considerato come una sorta di embrione di esercito europeo: si tratta dei “Gruppi tattici” dell’Unione Europea (EU Battlegroups), contingenti militari di reazione rapida, composti da circa 1500 soldati, che possono appartenere tutti a una “nazione quadro” oppure essere forze multinazionali, dispiegabili entro 10 giorni dalla decisione politica di intervento e sostenibili fino a 4 mesi. Nati con lo scopo di rispondere velocemente alle situazioni di crisi internazionale e ai conflitti in fase di scoppio, per cercare di fermarli sul nascere o di minimizzare la destabilizzazione e le perdite umane, fino ad oggi non sono mai stati messi realmente in campo. I primi tre gruppi sono stati dati su base nazionale nel 2005 proprio dalla Francia, e anche dall’Italia e dal Regno Unito. In definitiva, ciò che distingue a priori i Gruppi tattici da un esercito in senso stretto è il fatto che gli Stati, pur cooperando in modo molto forte, non cedono il comando militare a un’unica entità superiore, ma restano sovrani nell’ambito della propria sfera di controllo. Nei fatti, il loro utilizzo, per non parlare della loro trasformazione in un’armata continentale, è impedito da ragioni pratiche o burocratiche, come la scarsità di uomini da parte di alcuni Stati, che già li impegnano nelle missioni sotto l’egida dell’ONU, o la rigidità delle leggi che regolano la partecipazione alle operazioni internazionali. E infine, banalmente, manca il budget: quello europeo disponibile viene destinato alle priorità di ricerca, sviluppo e integrazione a cui accennavamo sopra. E oggi alle casse dell’UE non contribuisce più uno dei primi sostenitori del progetto, ovvero la Gran Bretagna. 

Rimane un altro piccolo esperimento di incastro tra truppe di Stati europei ed è il Battaglione di carri 414, composto da circa 100 olandesi e 300 tedeschi e acquartierato a Lohheide, in Bassa Sassonia. Creato nel 2016 e divenuto operativo nel 2019, può essere descritto come un battaglione tedesco con un quarto di soldati olandesi, avente carri tedeschi e sistema radio olandese, e l’inglese come lingua di comando utilizzata sempre più frequentemente. Il comandante, il colonnello Niemeyer della Deutsches Heer, dice che olandesi e tedeschi stanno lavorando insieme in maniera molto più stretta di quello che i politici immaginano, e che essi non pensano più in termini nazionali, ma di valori comuni europei: ciò che difendono non è la frontiera del proprio Paese, ma il confine orientale della NATO. Alla domanda se morirebbe per l’Europa, Niemeyer risponde affermativamente. Ma il Battaglione 414 è solo un “piccolo passo” verso una più profonda cooperazione delle varie forze armate dei Paesi UE. Hans-Peter Bartels, fino allo scorso anno Commissario parlamentare per le Forze armate della Germania, dice che gli sforzi sul modello del Battaglione 414 sono come “isole” che devono essere moltiplicate e poi fuse insieme in una struttura difensiva continentale credibile. L’esempio del 414 mostra come si possa ovviare alla cronica carenza di elementi che i singoli eserciti sperimentano: in questo caso, gli olandesi sopperiscono alla mancanza di soldati della Germania, mentre quest’ultima ci mette i carri armati che i Paesi Bassi non hanno. 

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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