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Erdoğan e il suo sogno: creare un sultanato che arrivi fino a Gibilterra

Ormai è sufficientemente chiaro che Recep Tayyip Erdoğan stia accarezzando il sogno di riunire, in un nuovo grande sultanato, tutto il Medio Oriente dalla Turchia fino addirittura a Gibilterra. Era il 1922 quando la Grande Assemblea Nazionale Turca pose fine all’Impero ottomano. Oggi, a 102 anni di distanza, il gerarca turco prova a riesumarlo, intervenendo in modo diretto o indiretto negli scenari di guerra più caldi.

La Turchia negli ultimi tempi si è preparata intensamente a dirette azioni militari contro l’esercito regolare siriano

questo il report effettuato da Rami Abdul Rahman, direttore dell’osservatorio di Londra sui diritti umani in Siria, suffragato dallo spostamento massiccio di mezzi militari (si parla di 1.450 rimorchi e autocarri, un centinaio di tank, autoblindo, postazioni di artiglieria e altri manufatti bellici) tra il 2 e il 9 febbraio. E nei giorni seguenti hanno proseguito con la realizzazione di 9 punti di appoggio dislocati nella provincia di Idlib e rinforzati da carri armati e artiglieria e lo spostamento di 21 unità militari. Manovre in grande stile insomma, che levano qualsiasi dubbio sul fatto che la missione “Primavera di Pace” dello scorso 9 ottobre, venduta all’Europa e agli Stati Uniti come indispensabile per creare una “zona sicura” nel nord-est della Siria, sia stata in realtà una vera e propria operazione di guerra che puntava sì a far fiorire una primavera, ma non certo di pace: invece, quella del Nuovo Impero Turco. E per realizzarlo, il sultano di Ankara ha assoldato la peggiore marmaglia in circolazione composta da terroristi e mercenari, gli stessi che per mesi sono stati combattuti dalla Federazione Russa e dalla coalizione occidentale: da un lato ci sono circa 50mila tagliagole di tutte le provenienze e nazionalità, dall’altro la “quinta colonna mussulmana” turca. 

E allora lascia davvero perplessi l’atteggiamento delle Nazioni Unite, che non hanno mosso un dito per fermare l’escalation di violenza. Archiviato improvvisamente il gelo che aveva portato a vietare ai ministri turchi di entrare negli Stati europei per promuovere con i propri cittadini, residenti all’estero, il referendum costituzionale promosso dal sultano di Ankara dopo il tentativo di Golpe, a parole condannano i bombardamenti effettuati da Erdoğan sui curdi e siriani, ma nei fatti non tentano nemmeno di intervenire: una delle ragioni principali di questa ipocrisia risiede nella convenienza che regalano tali attacchi, in quanto atto provocatorio verso la Russia, sostenitrice fin dall’inizio del governo legittimo di Damasco. Il quotidiano turco Hurriyet aveva già chiarito le intenzioni dell’aspirante sultano,  comunicando quanto appreso da una fonte interna al Ministero della Difesa turco: in ogni postazione di osservazione si trovano reparti che per numero andrebbero a formare un intero battaglione rinforzato. La pistola fumante era lì, sotto gli occhi di tutti, eppure né Bruxelles né Washington si sono disturbarti, lasciando così che Erdoğan mettesse in pratica il suo piano. Stupisce che neppure Israele sia intervenuta, poiché è sempre molto attenta a che la Russia non rifornisca di troppo materiale bellico il presidente Bashar Hafiz al-Assad, almeno non più di quanto sia necessario per colpire il Califfato Nero. Anche Israele ha chiuso gli occhi sul massacro che i turchi stanno perpetrando contro il popolo curdo e quello siriano, e ha lasciato che il Cremlino combattesse da solo la battaglia contro i rigurgiti di Daesh e contro le mire espansionistiche turche – fortemente motivate dalla volontà di rimettere le mani sulle forniture di petrolio siriano che giungeva dall’Isis.

Proprio la decisa opposizione di Mosca sembra aver irritato Erdoğan, che invece credeva di avere la strada spianata per allargare la sua influenza sull’intera Siria, fino alla capitale: tanto da convincerlo a trasferire da lì 20-30mila guerriglieri in Libia, un’altro ex-Stato ricco di risorse da spartire, che fanno gola al gerarca turco. Parlando a una riunione del partito AKP, aveva affermato: In Libia abbiamo rovesciato la situazione, che prima dell’arrivo della Turchia era a favore di Haftar. Alcune cerchie ci temono e anche il golpista Haftar la teme.

La verità è che tranne aver trasferito feccia all’interno della Libia, Erdoğan pare stia perdendo la battaglia nello scacchiere libico e si sia indebolito sul fronte siriano. Lo si evince chiaramente dalle sue lamentele verso gli Stati Uniti, espresse all’emittente NTV, probabilmente dopo il diniego a fornire le batterie di Patriot: Non stiamo ricevendo il sostegno necessario su Idlib: credo che la situazione vada ridiscussa.

Il nervosismo dalle parti di Ankara sta montando prepotentemente, ancora di più dopo che Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha smentito Ankara: Il 5 marzo il 
presidente ha altri programmi di lavoro
 e non ci sarà alcun incontro Turchia-Russia sulla Siria. Il sogno del sultano rischia di rimanere tale e Erdoğan sa che si sta giocando tutto.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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