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“Era suolo cinese nell’antichità…” La Cina si è appena ristabilita dall’epidemia, ma già comincia a fare pressione sull’Asia centrale

“Dopo aver gestito l’epidemia di coronavirus, la Cina ha iniziato a mostrare uno stile nuovo e aggressivo in politica estera. Una delle maggiori direttrici su cui sta sviluppando la sua iniziativa è l’Asia centrale. Già da parecchio tempo gli Stati della regione vedono intensificarsi l’influenza cinese a livello economico, ma ultimamente la sentono anche a livello politico: sui principali mass media cinesi (che ovviamente sono controllati dal governo) cominciano ad apparire articoli che raccontano dell’appartenenza storica di alcuni Paesi dell’Asia centrale al territorio cinese e che hanno già provocato incidenti diplomatici. Parallelamente, la Cina sfrutta la dipendenza economica di questi Stati per rafforzare la sua influenza”. A scriverlo il giornalista russo, osservatore politico ed esperto di politica internazionale Arkadij Dubnov.

Il nuovo corso della politica estera cinese si ispira perfettamente allo spirito dei tempi: è un approccio di tipo ibrido, che contiene sia i tradizionali strumenti di reazione come le dichiarazioni ufficiali e le note diplomatiche, sia gli interventi umanitari, fino alle provocazioni storiche. Tale combinazione di misure differenti si può rilevare già da tempo nelle querelle propagandistiche tra la Cina e la Casa Bianca, in particolare con l’inquilino di quest’ultima; ma in Europa si è rivelata così efficace che la Svezia è stato il primo Stato membro dell’UE ad aver chiuso le scuole dell’Istituto Confucio, il principale strumento cinese di soft power.

D’altra parte, tutte queste schermaglie avvengono lontano dal Celeste Impero, nel quale nessuno ha mai lasciato impronte di conquista. Invece in Asia centrale – e persino nei confronti della Russia – la Cina si sta posizionando in maniera del tutto differente: sostanzialmente non vi è alcunché di nuovo, ma sta attirando l’attenzione il cambio improvviso di tono, che si è fatto molto più grintoso se non addirittura aggressivo. Pechino sta reagendo in questo modo alla nuova realtà geopolitica che sarà definita dal cambio globale nella disposizione delle forze in cambio, dopo che l’umanità sarà uscita dalla pandemia di COVID-19.

Appena due mesi fa, il coronavirus imperversava solamente nelle province cinesi, mentre il resto del mondo era rilassato e lasciava simpaticamente che a Pechino se la cavassero da soli, cullandosi nella segreta speranza che la lotta al virus consumasse le energie del colosso giallo fino al punto in cui esso rinunciasse alle sue mire globali. E invece è accaduto qualcosa di imprevisto. La Cina, resasi conto della sua potenza economica, non troppo intaccata dalla battaglia con l’epidemia, ha ribaltato le aspettative: ha annunciato la vittoria sul contagio proprio quando i Paesi del Primo mondo iniziavano a venire sopraffatti dall’ondata epidemica. A quel punto Pechino è passata al contrattacco, e lo hanno percepito per primi i suoi vicini occidentali, l’anello più debole della catena di resistenza alle ambizioni cinesi.

Proprio in Asia centrale si scontravano dai tempi antichi gli interessi di Cina, Russia e potenze occidentali. Nella primavera dell’anno 2020, quando i suoi avversari geopolitici erano interamente assorbiti dalla lotta contro il coronavirus, Pechino decise di mostrare chi teneva di più a questa regione, chi aveva una maggiore volontà politica, chi deteneva risorse più grandi per fornire aiuti.

Il progetto della “Nuova via della seta”: una trappola per l’Asia centrale

Volontà e risorse erano state mostrate dal presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping già nel settembre del 2013 ad Astana, quando presentò il grandioso progetto della “Via economica della seta”, che venne poi ridenominato “Nuova via della seta” o “Una cintura, una via” (abbreviato in inglese “OBOR”). Il discorso del presidente Xi improntò la nuova epoca della politica estera cinese: di fatto si presentò come il patrono dello spazio eurasiatico. L’esistenza dell’Unione economica eurasiatica non sembrava disturbare troppo Pechino: i cinesi erano convinti di potersi accordare con Mosca per armonizzare i due progetti. Il mese successivo, al summit dell’APEC, Xi Jinping annunciò l’intenzione di destinare 40 miliardi di dollari per la creazione del Fondo della Via della seta per la realizzazione di enormi progetti infrastrutturali in Asia centrale. Dopo tre anni sono stati investiti in questo Fondo ulteriori 14,5 miliardi.

Gli Stati della regione hanno provato così un’inedita euforia nell’attesa di tali incredibili immissioni finanziarie, e in buona parte erano giustificati. Tuttavia, già nel 2019 al ministro degli Esteri cinese Wang Yi è toccato negare le accuse che la Nuova via della seta fosse in realtà una trappola debitoria e uno strumento nelle mani della Cina per soggiogare l’Asia centrale.

Né la Russia, né l’America, né tanto meno l’Europa avevano la possibilità o il desiderio peculiare di entrare in competizione per la regione contro il ricco e ambizioso Celeste Impero: l’Asia centrale si è così trovata praticamente da sola con la Cina e il suo irrefrenabile appetito per l’espansione dell’influenza economica, suffragata dal generoso istituto del soft power. Pechino ha rivolto la sua attenzione in particolare verso due Stati confinanti: Kazakistan e Kirghizistan.

La demarcazione del confine sino-kazako, della lunghezza di 1782 km, era stata ultimata nel 2002, perciò oggi non vi sono pretese territoriali da una parte o dall’altra. I vecchi conflitti sono rimasti relegati alla storia delle non facili relazioni sino-sovietiche; l’ultimo di essi, nel corso del quale morirono 20 persone, avvenne nel 1969 presso il lago Žalanaškol’.

Nel periodo successivo allo sgretolamento dell’URSS, la Cina divenne il secondo partner commerciale del Kazakistan dopo la Russia e il primo per volume di investimenti nell’economia del Paese (20 miliardi di dollari). Estremamente alta è la copertura creditizia della Cina: quasi 11 miliardi di dollari, e non è dato sapere in che modo e a quali condizioni sono stati concessi questi crediti. Si tratta di qualcosa che in Kazakistan spaventa molte persone, perchè si sa che Pechino è molto dura verso i debitori. Ad esempio, lo Sri Lanka ha dovuto dare in affitto il porto di Hambantota per estinguere un suo debito con la Cina.

Umori anticinesi

Nel 2016 si sparse un’ondata di manifestazioni anticinesi, quando venne reso noto che le autorità erano pronte a legalizzare l’affitto a lungo termine della terra agli stranieri (cioè in primo luogo chiaramente ai cinesi). Nel settembre 2019, invece, il motivo per protestare contro la Cina sono stati gli accordi sottoscritti dal nuovo presidente Toqaev nel corso della visita a Pechino, riguardanti lo stabilimento di più di cinquanta imprese in Kazakistan, per le quali lavoreranno, secondo quanto si dice, operai che vengono dalla Cina.

Una particolare inquietudine tra i kazaki deriva dai piani di Toqaev di attrezzare la capitale con un sistema di riconoscimento facciale che sfrutta la tecnologia della società cinese Hikvision. Un mese dopo essere tornato dalla Cina, il presidente ha condiviso l’entusiasmo per quanto visto nel quartier generale della società ad Hangzhou con i funzionari dell’amministrazione locale di Nur-SultanQuando tocchi lo schermo escono i dati di questa o di quella persona, letteralmente tutti i suoi dati, per esempio quando ha finito la scuola, dove si reca nel tempo libero, quali prestiti ha preso e così via… Noi dobbiamo andare in questa direzione.

Per pura coincidenza, proprio il giorno dopo (il 10 ottobre), Hikvision è diventata una delle 28 aziende e organizzazioni cinesi inserite nella lista nera dal governo americano per il coinvolgimento nella violazione dei diritti delle minoranze nella regione dello Xinjiang.

С’è ancora una sfaccettatura nell’influenza del fattore Cina sulla realtà della politica interna del Kazakistan, che riflette un’altra storia. Il 7 ottobre 2019 il tribunale interdistrettuale di Almaty ha condannato a 10 anni di reclusione  il celebre accademico e sinologo Konstantin Syroežkin per l’accusa di alto tradimento. Non vi sono state dichiarazioni ufficiali a proposito di quale fosse lo Stato nel cui interesse ha agito il professore 63enne, ma l’americano Wall Street Journal ha scritto, commentando il suo arresto, che Syroežkin ha probabilmente passato dei documenti segreti a persone collegate ai servizi di intelligence cinesi. L’autore dell’articolo del WSJ ritiene che l’azione penale contro questo esperto di Cina testimoni la crescente preoccupazione del Kazakistan verso l’influenza cinese e l’acutizzarsi del suo senso di vulnerabilità. Le autorità cinesi, dice il giornale, hanno descritto il caso Syroežkin come “una notizia campata per aria”. Intanto, nel Kazakistan stesso la maggioranza dei commentatori hanno valutato questa condanna come uno sforzo per indebolire la posizione di Toqaev: Syroežkin era infatti considerato il suo consigliere in politica estera negli anni in cui l’attuale presidente guidava il governo a cavallo degli anni 2000.

Pompeo e l’ambasciatore cinese

C’è poi ancora un altro evento che ha avuto dei riflessi pesanti sulle relazioni tra Cina e Kazakistan: si tratta della visita del segretario di Stato americano Mike Pompeo a Nur-Sultan, il 2 febbraio scorso. Oltre ad aver svolto colloqui coi vertici kazaki, Pompeo ha incontrato dei cittadini i cui parenti in Cina si trovavano nei “campi di rieducazione” e ha pubblicamente invitato i Paesi del mondo a mettere fine alle repressioni in Cina. Due giorni dopo, l’ambasciatore cinese in Kazakistan Zhang Xiao si è espresso con una serie di aspre accuse – che per un diplomatico sono senza precedenti – nei confronti del capo del Dipartimento di Stato americano, dichiarando che  Pompeo si comporta spesso da parvenu e che dimostra a tutto il mondo la sua “parzialità”, concludendo con una domanda sarcastica: ma gli interessa davvero il destino dei kazaki?

Foto – Il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo

Alcuni giorni dopo, l’ambasciatore Zhang Xiao ha definito come “arrogante provocazione” l’assegnazione del premio che il Dipartimento di Stato USA dà “per il coraggio” (Annual International Women of Courage) a Saygarul Sauytbay, donna di etnia kazaka in Cina, che è stata tra le prime al mondo a raccontare i campi di rieducazione politica nello Xinjiang.

Probabilmente, però, il motivo principale per cui Pompeo ha fatto adirare Pechino sono state le sue dichiarazioni in Kazakistan sul coinvolgimento cinese nella diffusione del COVID-19 nel mondo. L’ambasciatore cinese ha accusato Pompeo di strumentalizzare questo tema allo scopo di fare i suoi interessi. 

È chiaro che ad averci rimesso più di tutti da questo incidente è stato il Kazakistan, divenuto, non certo di sua volontà, un’arena per la zuffa tra due “bulldog”. Washington cerca di impedire a Pechino di rafforzare la sua influenza sull’Asia centrale, mentre la Cina – che diviene sempre più forte – mostra di essere pronta con la sua tendenza egemonica a opporre resistenza agli Stati Uniti, nel loro tentativo di introdursi nella zona di interesse geopolitico cinese.

La Storia usata come propaganda

Dopo qualche settimana dallo “scambio di gentilezze” sino-americano di febbraio, sulla maggiore piattaforma on-line cinese sohu.com è apparso un articolo dal titolo “Perché il Kazakistan cerca di tornare alla Cina?”, nel quale si racconta come ai tempi dell’impero Qing le tribù kazake sottostavano all’autorità cinese: …dopo la caduta del Khanato degli Zungari nel XVIII secolo, i territori degli Juz antico, medio e recente del Kazakistan passarono gradualmente sotto il controllo dell’impero Qing… Dopo la Guerra dell’oppio del XIX secolo, l’Impero Qing si indebolì e la Russia prese la terra dei suoi satelliti. Il Kazakistan passò così alla Russia, e come risultato di tale iniqua divisione di terre, la Cina lo perse subito. Al momento attuale, la Cina ha investito molto nel Kazakistan e quasi 400mila cinesi operano attivamente in settori diversi dell’economia di quel Paese. Gli abitanti delle città più piccole del Kazakistan dicono di essere i discendenti del poeta Li Bai, mentre altri si definiscono han (il gruppo etnico più numeroso della Cina, N.d.A.).

Foto – Ricostruzione Storica in Cina

La frase chiave dell’articolo, per il suo significato, è l’affermazione dell’indebolimento della dinastia Qing nel ХIX, che portò alla conquista da parte della Russia del territorio dell’attuale Kazakistan. Si intende così dire che i tempi sono cambiati, che la Cina è di nuovo forte e che è venuto il momento di ristabilire la giustizia? L’articolo non lo dice esplicitamente…

Di tale articolo si è venuto a sapere non subito, ma non appena ha avuto risonanza ha scatenato l’immediata e tumultuosa reazione dei social. Il 14 aprile l’ambasciatore cinese a Nur-Sultan Zhang Xiao è stato convocato al Ministero degli Esteri kazako, dove il viceministro Shakhrat Nuryshev gli ha trasmesso una nota di protesta a proposito del pezzo in questione: La pubblicazione di simili contenuti non è conforme allo spirito dell’eterna cooperazione strategica globale che si riflette nella Dichiarazione congiunta firmata dai Capi di Stato l’11 settembre 2019, riferisce il comunicato del Ministero degli Esteri del Kazakistan.

Subito dopo la nota del Ministero, l’articolo è scomparso dal sito, e dopo appena tre giorni il quotidiano cinese Global Times (edizione in lingua inglese del Rénmín Rìbào, il maggiore quotidiano della Cina) ha pubblicato un commento dell’ambasciatore Zhang Xiao, nel quale definisce l’incontro con Shakhrat Nuryshev, durante il quale secondo la controparte kazaka è stata emessa la nota di protesta, come “ordinario, di routine”. Il colloquio si è svolto in un’atmosfera naturale e cordiale, dice Zhang Xiao, accusando certi mass media di usare un “parole esagerate” e di provare a “gonfiare l’accaduto”. L’ambasciatore afferma che all’incontro presso il Ministero, durante il quale si è parlato delle relazioni sino-kazake e dell’aiuto di Pechino al Paese confinante nella lotta contro il coronavirus, Nuryshev ha semplicemente “fatto cenno” a un articolo apparso su un sito cinese e ha “espresso la speranza” che Pechino possa prendere le misure adeguate per eliminare l’influenza negativa derivante dal pezzo.

Inaspettatamente, un alto funzionario kazako ha comunicato a The Insider in forma anonima la possibilità che le ultime “trovate” influiscano sull’umore generale in Kazakistan: i nostri connazionali patrioti, che da sempre si dichiarano contrari alle strette relazioni con la Russia, dovranno comprendere che solamente dei rapporti di alleanza con il nostro vicino settentrionale permetteranno al Kazakistan di difendere la sua indipendenza come Stato. A dimostrazione di ciò, la fonte ha portato un vecchio detto popolare kazako: “La fine del mondo arriva quando arrivano le schiere cinesi…”.

Nell’articolo intitolato “Perché le ambasciate cinesi sono passate alla diplomazia aggressiva”, la rivista americana Foreign Policy spiega questo nuovo stile con lo sforzo di raffigurare il resto del mondo come un luogo che sta sprofondando nel caos e persino di accusare gli altri Paesi di diffondere il coronavirus.

La Cina fa il ruolo del boss, scrivono gli osservatori di Foreign Policy. Nell’articolo si giunge alla conclusione che il tono aggressivo delle ambasciate cinesi potrebbe essere il risultato di un ordine diretto venuto dall’alto, anche se è più probabile che singoli funzionari utilizzino metodi che, secondo loro, porteranno a un avanzamento di carriera di altri diplomatici. Ad esempio, Zhao Lijian, celebre per le sue trollate su Twitter, ha ottenuto a gennaio il posto di addetto stampa del Ministero degli Esteri cinese, mentre l’ex ambasciatore in Sudafrica Lin Songtian, che faceva ricorso agli stessi metodi, è stato recentemente messo a capo della “Associazione per l’amicizia del popolo cinese con l’estero”.

È interessante notare che un paio di giorni dell’articolo sul Kazakistan che ha prodotto lo scandalo, sul popolare sito cinese toutiao.com  era uscito un pezzo dal titolo “Il Kirghizistan era un territorio cinese”. Lo stile e il contenuto riprendono alla lettera il testo “kazako” di sohu.com:

…il Kirghizistan, dai tempi della dinastia Han, fu territorio cinese nel corso di mille anni. Durante le dinastie Yuan e Qin, il Kirghizistan continuò ad essere parte della Cina. Ma al tramonto della dinastia Qin, l’Impero Russo iniziò a prendersi l’Asia centrale. Nel 1864 la Russia costrinse l’imperatore cinese, che all’epoca aveva già perduto la sua influenza, a cedere un’area di 440mila chilometri quadrati nella parte nordoccidentale dell’Impero. In seguito vennero dati ancora circa 70mila chilometri quadrati. In questo modo, la Cina venne privata complessivamente di quasi 510mila chilometri quadrati: e dentro questo territorio perduto c’era anche il Kirghizistan. Bisogna comunque dire che esso, così come la Mongolia, era suolo cinese fin dall’antichità.

In questo articolo si dice anche che all’interno della Cina il Kirghizistan viveva molto bene, mentre ora è il Paese più povero del mondo, con un PIL pro capite che non supera i 1000 dollari.

I vertici politici del Kirghizistan non hanno reagito in alcun modo a tale articolo. Si sa soltanto che dopo tre gioni, cioè il 14 aprile, il presidente Sooronbay Jeenbekov, come riferito dal suo ufficio stampa, tenendo in conto l’influenza negativa del contagio sulla situazione macroeconomica, ha proposto di valutare la possibilità di un alleggerimento e di una proroga dei pagamenti del debito estero del Kirghizistan verso la Cina. Secondo il comunicato, il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping ha detto di sostenere gli sforzi della Repubblica del Kirghizistan nella lotta contro il contagio di coronavirus. Significa quindi che i cinesi soddisferanno la richiesta di Bishkek? Difficile affermarlo.

Paure vecchie e accuse nuove

Il debito estero del Kirghizistan ammonta a 3,7 miliardi di dollari, di cui 1,7 miliardi verso la Cina. E anche se l’ex ministro delle Finanze kirghizo Akylbek Japarov spera che Pechino si metta nei panni del suo Paese, l’ex vice ministro degli Esteri Askar Beshimov non è ottimista: come dice quest’ultimo, la Cina di solito non annulla e non taglia i debiti di altri Stati.

Il famoso politologo kirghizo ed ex direttore dell’Istituto di studi strategici presso la presidenza del Kirghizistan, Valentin Bogatyrev, fa notare che a differenza dei leader politici, la gente è orientata verso la Cina e verso i cinesi in maniera abbastanza ostile:

…in qualunque posto siano apparse aziende cinesi, sono sorte proteste della popolazione del luogo o conflitti coi lavoratori cinesi sollecitati dagli slogan dei politici locali, di solito quelli dell’opposizione… L’avversione non nascosta, insieme all’incapacità delle autorità di calmare la gente e di cambiare l’atteggiamento verso i cinesi e le loro aziende, e verso la loro presenza in Kirghizistan, sono diventate alcune tra le cause sostanziali della perdita di motivazione nei funzionari di dare corso a quei progetti di investimento che userebbero le possibilità date dalla controparte cinese, nell’ambito del programma della Nuova via della seta.

Peraltro, secondo Bogatyrev, le origini della paura per l’espansione cinese non vanno ricercate nelle profondità dei secoli, ma al contrario la fonte principale è la propaganda sovietica anticinese degli anni ’70, scatenata in risposta allo svincolamento dalla tutela sovietica del presidente Mao. Passato mezzo secolo, ritornano come un boomerang dalla Cina post-maoista alla Russia post-sovietica le accuse di essere quest’ultima il focolaio della minaccia chiamata COVID-19.

Centinaia di nuovi contagi vengono registrati in Cina come provenienti dalla Russia, scrive il giornale cinese Global Times: La Russia rappresenta un esempio di incapacità di tenere sotto controllo i casi imporati di malattia ed essa stessa ha iniziato a soffrire molto per il virus, e questo è un campanello d’allarme. Il Rénmín Rìbào scrive: La Cina sta rendendo più rigidi i controlli di frontiera lungo il confine con la Russia, a causa dell’aumento nel numero di casi di infezioni di coronaviruse importate.

I giornali russi evitano accuratamente questo tema, per non rischiare di inasprire le relazioni sino-russe. Il massimo che si concede la televisione russa è di mostrare casi di crescente xenofobia in Cina, la cui origine è da cercarsi nella paura di una seconda ondata di contagi del virus mutato.

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