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Egitto vs Zaki, le ‘armi’ in mano a Di Maio

Ha riacceso le polemiche sull’azione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio nei confronti dell’Egitto la notizia del prolungamento per altri 15 giorni della custodia cautelare per Patrick George Zaki, attivista egiziano e ricercatore all’Università di Bologna, impostagli dal Tribunale di Mansura. C’è chi domanda il ritiro dell’ambasciatore italiano dal Cairo, chi grida all’espulsione di quello egiziano da Roma e chi invece si chiede perché l’Italia debba intervenire per difendere i diritti di qualcuno che non è cittadino italiano. Molti dimenticano però che ad ogni azione diplomatica, che sia più o meno intensa o clamorosa, corrispondono conseguenze che bisognerebbe valutare bene prima di agire. Per questo motivo abbiamo contattato Marco Balboni, Professore ordinario di Diritto internazionale all’Università di Bologna, per sentire un’opinione credibile sulla vicenda Zaki e sulle implicazioni diplomatiche che le scelte della Farnesina possono generare a seconda dei casi. 

– Che cosa comporta il ritiro o l’espulsione di un ambasciatore da un altro Paese?

– Inviare o ritirare un ambasciatore da un Paese è una scelta discrezionale, ed è altrettanto discrezionale la scelta del Paese che lo ammette o lo espelle dal proprio territorio. Cioè non esistono obblighi giuridici, ma si tratta di scelte politiche dettate dagli obiettivi che un Paese si pone rispetto a un altro. È evidente che il ritiro di un ambasciatore rischia di spezzare il dialogo con quel Paese, andando verso una posizione di freddezza reciproca che impedisce rapporti diretti, negoziati, possibilità di comunicazione e la facoltà di trovare compromessi. Il ritiro dell’ambasciatore può comportare anche conseguenze più ampie, come l’interruzione dei rapporti su piani come quello politico, economico, culturale, sociale, con le successive ricadute pratiche: è quindi evidente che si tratta di una misura estrema da utilizzare con prudenza e da valutare attentamente nella sua portata. Molto dipende dalla natura della crisi diplomatica, anche perché se la situazione degenera, si può arrivare a dover chiedere l’intervento di istituzioni terze per ristabilire i contatti, ma queste relazioni prevedono tempi lunghi che possono creare danni tangibili sia al Paese che subisce l’allontanamento sia a quello che lo effettua.

– Quindi le reazioni di ritorsione diplomatica si basano sul caso specifico da analizzare di volta in volta?

– Per la situazione specifica di Zaki è abbastanza chiaro come sia maggiormente opportuno mantenere in loco l’ambasciatore, per tenere viva la comunicazione e trovare un compromesso. In questo caso siamo di fronte a un evento in cui non sono precluse vie di soluzione. Qualora non vi fossero più possibilità o se la situazione arrivasse a un punto tale da non vedersi altra via di uscita che ritirare l’ambasciatore, allora sì, l’adozione di una misura come il ritiro dell’ambasciatore può diventare l’unica per far conoscere all’opinione pubblica il disappunto verso quel Paese. Tuttavia, prima di arrivare a questo occorre ponderare tutte le possibilità a disposizione. Io stesso non rinuncerei facilmente a mantenere l’ambasciatore in loco, per non privarmi di uno strumento molto utile. L’Egitto è un Paese con problemi noti nell’amministrazione della giustizia e nel rispetto dei diritti umani. Mantenere un dialogo grazie a tutti gli strumenti a disposizione può aiutare a limitare il danno. 

– Il ritiro dell’ambasciatore quali conseguenze comporta ai cittadini del proprio Paese e quelli dell’altro?

– I cittadini che si trovano in un altro Paese, se vedono mancare il proprio ambasciatore, rimangono senza uno scudo protettivo verso lo Stato che li ospita. I problemi che un cittadino straniero può incontrare all’estero – e per i quali ha diritto a rivolgersi alla propria ambasciata – sono molteplici: dalle questioni di copertura sanitaria a quelli di rientro nel Paese di origine, dalla risoluzione di contenziosi con la giustizia locale al semplice contatto coi familiari. Perciò il ritiro dell’ambasciatore può generare conseguenze gravi. Solitamente, quando ciò avviene, quel Paese chiede aiuto a un Paese terzo per non lasciare scoperti da tutele i propri cittadini. A volte esistono veri e propri obblighi in questo senso. Ad esempio, il Trattato UE prevede che i Paesi membri offrano assistenza diplomatica ai cittadini di Paesi membri che non hanno una propria rappresentanza nel Paese ospite. Se quindi l’Italia ritirasse il proprio ambasciatore dal Cairo, gli altri Paese dell’UE sarebbero tenuti a tutelare i cittadini italiani e a fornire loro adeguate garanzie. Lo stesso non potrebbe dirsi dei cittadini egiziani in Italia, visto che l’Egitto non può contare (almeno in modo istituzionalizzato come noi in Europa) su un rapporto di soccorso reciproco tra Stati.

– Oltre al ritiro o all’espulsione dell’ambasciatore, quali altri misure ha uno Stato per oppure resistenza diplomatica verso un interlocutore estero?

– Il dialogo, o il negoziato per essere più precisi, è lo strumento principale nell’ambito della diplomazia. Se il dialogo non funziona, il Paese ha certamente altri strumenti, come ad esempio la rottura dei rapporti diplomatici o di quelli economici. Ad esempio, possono essere sospesi gli scambi di tutti i beni o di quelli particolarmente sensibili. C’è però una limitazione in questo tipo di azione: in linea di principio, non possono essere sospesi gli scambi di beni previsti da accordi o trattati, a meno che non siano inserite clausole di condizionalità (ad esempio relativamente al rispetto dei diritti umani).

– Durante il processo per la definizione della richiesta di scarcerazione di Zaki, sono stati mandati degli osservatori dalle Nazioni Unite: quanto potrebbe influire una risoluzione di queste ultime per garantire il rispetto dei diritti umani dello studente egiziano?

– Non ho informazioni precise su questa notizia, ma se sono stati inviati degli osservatori, potrebbero essere stati inviati dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Gli osservatori possono essere inviati solo se il Paese oggetto di attenzione, in questo caso l’Egitto, li accetta. Quindi il fatto che siano stati accolti dimostrerebbe che l’Egitto comunque possiede buona volontà nel cooperare. Insomma, non tutte le strade sarebbero chiuse. Le persone inviate dalle Nazioni Unite devono riferire al Consiglio dei Diritti umani, che potrà adottare una risoluzione se lo riterrà opportuno. Sia chiaro, però, che queste risoluzioni non sono vincolanti, ma possono solo fare pressione sullo Stato. Si tratta di pressioni che però spesso hanno buon esito visto che gli attori statali hanno in genere interesse a non essere posti ai margini della Comunità internazionale. 

– Qualcuno potrebbe dire che la diplomazia si risolve in tante belle parole, ma non porta ai fatti. Che cosa ne pensa?

– Faccio un esempio concreto: l’apartheid è caduta perché c’è stata una pressione sempre più stringente da parte della comunità internazionale. Nessuno ha dichiarato guerra al Sudafrica, ma il sistema è imploso dall’interno grazie anche alle pressioni diplomatiche.

Foto – Consiglio dei Diritti Umani

– Abbiamo parlato del Consiglio dei Diritti Umani: in questo organismo esiste il diritto di veto come nel Consiglio di Sicurezza? E il diritto di veto è un istituto che serve ancora?

– Non c’è il diritto di veto, che invece è previsto per il meccanismo di voto del Consiglio di Sicurezza. E lì il diritto di veto riflette gli equilibri post Seconda Guerra mondiale. È chiaro che questi equilibri sono cambiati nel tempo, quindi l’istituzione andrebbe rimodellata in base all’esistenza di nuovi attori, come ad esempio l’Unione Europea, mentre non ha molto senso che ne goda un singolo Stato (come la Francia). Se prendiamo le grandi potenze, il diritto di veto mantiene invece probabilmente un suo senso. Ci vuole un po’ di sana realpolitik nella gestione del diritto internazionale e degli assetti geopolitici globali, e senza un accordo di compromesso tra superpotenze è difficile immaginare un Consiglio Sicurezza che funzioni. Non è plausibile pensare che il Consiglio possa agire sulla base di maggioranze semplici. Non si può ad esempio pensare che il Consiglio di Sicurezza decida di usare misure che implicano l’uso della forza contro la Russia o un Paese simile. Non si tratterebbe probabilmente di una misura per mantenere o ristabilire la pace, ma di una misura scatenante un nuovo conflitto mondiale. 

– Molti lettori si domandano a quale titolo l’Italia intervenga contro l’Egitto per le sorti non di un suo cittadino, ma di uno studente di cittadinanza egiziana.

– È un punto che nel dibattito politico e mediatico non risulta chiaro. Il fatto che Zaki sia cittadino straniero non preclude che l’Italia possa intraprendere le stesse azioni che metterebbe in campo per i suoi cittadini all’estero. Questa facoltà deriva dal fatto che nella Comunità internazionale esistono degli obblighi sul rispetto dei diritti umani che sono stati positivizzati nel diritto internazionale a partire dalla fine dell’ultima Guerra mondiale. Il rispetto di questi obblighi può quindi essere chiesto da qualsiasi Stato nel caso in cui rilevi che un altro Stato violi diritti al cui rispetto entrambi gli Stati si sono vincolati. 

– Il mondo dell’informazione e la sua capillarità grazie al web, aiuta la diplomazia nel suo compito di risolutore di conflitti?

– I mezzi di comunicazione aiutano a far emergere situazioni che nel passato sarebbero state ignorate. La visibilità di questi eventi è essenziale perché si attivino gli organismi internazionali. Nel passato ognuno si “lavava i panni sporchi in casa sua” ed era difficile che si entrasse nella sovranità altrui. 

– Le Nazioni Unite hanno ancora senso o potrebbero essere superate da accordi bilaterali, come vorrebbe fare qualche grande potenza? 

– Ovviamente gli accordi bilaterali possono ridurre molto l’azione delle Nazioni Unite, in particolare in certi ambiti (economico, militare, politico). Come sempre, l’efficacia di questi accordi è tanto più forte quanto più sono forti i Paesi che li stringono. Nel mondo moderno, nella complessità della comunità internazionale, vedo però difficile superare il multilateralismo, che non è facilmente sostituibile con accordi bilaterali. Anche in questo caso, i tentativi di diminuire il ruolo delle Nazioni Unite sono espressione più spesso di messaggi puramente politici o ideologici, rivolti ai propri cittadini-elettori. La comunità internazionale è talmente complessa e articolata che non è materialmente possibile gestire tutto con accordi bilaterali. 

– Che cosa pensa dell’accordo di Aquisgrana tra Germania e Francia? Soprattutto in relazioni ai trattati UE, questa scelta mina alle fondamenta il multilateralismo occidentale?

– Non è stato un accordo “bellissimo”, soprattutto se vogliamo un processo di integrazione europeo di un certo tipo. Lancia dei messaggi che si potrebbero dire equivoci sulla direzione che dovrebbe prendere il processo di integrazione europeo. Tecnicamente però non viola alcuna disposizione, poiché in diversi settori come la cooperazione militare o ambientale gli obblighi assunti nel quadro dei trattati UE sono solo obblighi minimi. Avremo degli obblighi minimi in questi campi, dettati dai Trattati UE, e questi due Paesi ne avranno altri più stringenti. Si tratta di una situazione che gli stessi trattati Ue contemplano con il nome di “cooperazione rafforzata”: gruppi di Paesi possono in certi settori andare più avanti di altri.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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