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È possibile che Italia & company sostengano il terrorismo in Libia?

Sostenere il Governo di Accordo Nazionale (GNA) significa sostenere il terrorismo. Gli islamisti guidati da Fathi Pashagha e Fayez al-Serraj sono responsabili di innumerevoli stragi e crimini di cui l’Europa, ed in particolare l’Italia, sono complici se non addirittura responsabili. Non è chiaro come il generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato maggiore della Difesa, e prima ancora dell’Aeronautica, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) abbia potuto immaginare che l’Italia favorisca “con i fatti” il generale Haftar, parlando in un’intervista con “Il Riformista”. L’ex Capo di Stato maggiore della Difesa sembra iniziare a sentire il peso della vecchiaia, schierandosi apertamente con la coalizione islamista e contro la missione europea EUNAVFORMED IRINI che ha come compito principale quello di far rispettare l’embargo sulle armi verso la Libia, violato dagli stessi Paesi che lo hanno approvato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fin dal giorno successivo alla sua entrata in vigore.

L’Italia infatti, sebbene abbia fatto progressi aprendosi ad Haftar e al suo Libyan National Army (LNA), dopo che per anni ha ignorato circa il 60% del territorio libico, sembra ancorata alle narrative di Daesh ed al-Qaeda che descrivono il generale della Cirenaica come un feroce dittatore, che vuole ripristinare il sistema famigliare o concentrare tutti i poteri nella sua persona. Come ha scritto Giovanni Giacalone, analista senior presso l’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies dell’Università Cattolica di Milano e il Kedisa-Center for International Strategic Analysis, “è plausibile che il sostegno di Roma all’esecutivo islamista di al-Sarraj, al di là degli interessi italiani in loco, non fosse altro che l’eredità di una strategia atlantista fallimentare che trova origine in quelle Primavere Arabe, che di primaverile hanno tra l’altro mostrato ben poco”.

Giacalone indica inoltre che “il fatto che Tripoli e Misurata fossero legate a quell’area ideologico-religiosa vicina ai Fratelli Musulmani era noto, non a caso il principale sostegno ricevuto viene proprio da Qatar e Turchia, i due sponsor per eccellenza dell’organizzazione islamista. Non a caso al-Sarraj, appena se l’è vista brutta, ha aperto le porte a Erdogan, che si è precipitato; una Turchia non certo esempio di democrazia e tolleranza, la stessa Turchia che durante il conflitto siriano inviava armi e rifornimenti ai jihadisti e li curava nei propri ospedali. Purtroppo però c’è chi a livello istituzionale è ancora convinto che bisogna dialogare con l’islamismo politico di quell’area e i risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti”. All’asse Turchia e Qatar l’Italia è ben ancorata, sostenere i terroristi, accoglierli sui barconi, finanziare attività sospette rientrano nella tradizione storica della Farnesina, di recente anche condannata dal Consiglio di Stato per non voler rivelare come vengono spesi i soldi degli italiani in Libia. 

Questa idea che Haftar sia un dittatore e che gli islamisti combattono per la democrazia è una totale fesseria. A dire il vero, Fayez al-Serraj, presidente del Consiglio del Governo di Accordo Nazionale (GNA), creato e riconosciuto dalle Nazioni Unite, mai eletto dai libici, mai ratificato dal Parlamento ed inizialmente nemmeno dall’Alto Consiglio di Stato, detiene più cariche di quante ne abbia ricoperte Muammar Gheddafi. È capo della Post e Communications, Ministro della Difesa, Comandante Supremo delle Forze Armate, capo della Libyan Investment Authority, facendo parte del Board of Trustees. Nonostante tutto l’appoggio del mondo, la legittimità del GNA non si è mai estesa oltre le mura di Tripoli e Misurata, ad eccezione di lunghe porzioni di aree desertiche inabitate. Nel tentativo di estendere la sua legittimità, con il sostegno dell’Italia, l’esecutivo del premier al-Serraj si è macchiato di crimini inenarrabili, tralasciando quelli ai danni di migliaia di migranti intrappolati, frustati, violentati, seviziati ed infine lasciati morire di fame durante il conflitto. Nel 2018 le milizie, ora definite forze regolari, di Emad Trabelsi ed Osama al-Juwaili, hanno bombardato ed ucciso dozzine di civili nell’area di al-Azizia e Warshefana. Oltre 150 persone, la maggior parte civili, sono state uccise nel maggio 2017 a Brak al-Shati, nel sud della Libia, da parte delle forze di Misurata in collaborazione con Daesh ed al-Qaeda. Del massacro è stato accusato l’ex ministro della Difesa, Mahdi al-Barghathi, che a sua volta ha accusato il Consiglio presidenziale, Fayez al-Serraj ed Ahmed Maetiq. Nel 2013, le stesse milizie di Misurata collegabili all’attuale ministro dell’Interno, Fathi Pashagha, hanno ucciso 43 persone e ferito altre 460, secondo i dati di Human Rights Watch, tutti civili disarmati che protestavano pacificamente. Più di recente, gli attacchi alle basi militari di Fuqha, il 9 aprile 2019, e Tamanhint il 4 maggio 2019, dove sono stati uccisi undici soldati del 160 ° battaglione, hanno confermato i dubbi sul coinvolgimento del GNA con gruppi terroristici locali. L’evento di Tamanhint, in particolare, fu rivendicato dall’ISIS, ma altri due gruppi hanno affermato di aver effettuato l’attacco, il 166 ° battaglione, un’unità pro-GNA ed il fronte al-Sumud.

L’Italia è presente nell’ovest della Libia, a Sabratha teatro di recenti crimini da parte delle forze del GNA, con gli impianti ENI di Mellitah. È possibile che la Turchia abbia bombardato quest’area senza il consenso dell’Italia? Se così fosse ciò solleverebbe parecchi gruppi sulla credibilità internazionale del nostro Paese. Ma temiamo che le operazioni che hanno portato alla liberazione di oltre 400 criminali dalle prigioni, compresi terroristi tunisini, erano ben note a Roma. L’ambasciatore a Tripoli, Giuseppe Buccino, aveva infatti incontrato il 25 febbraio 2020 le autorità di Zuwara, per discutere della situazione della sicurezza nella regione, in particolare per quanto riguarda il complesso petrolifero di Mellitah. La versione ufficiale è stata fornita dalla pagina Facebook del comune di Zuwara, che ha scritto: “i colloqui hanno messo in luce il rischio di coronavirus e la necessità per il governo italiano e Eni di prendere le precauzioni necessarie, in collaborazione con il governo libico e l’Organizzazione mondiale della sanità, per garantire la non trasmissione del virus”. L’incontro è giunto dopo che un gran numero di rinforzi dell’LNA è arrivato nell’area, pianificando un attacco a Zuwara e Zawiya.

Fonti locali avevano anche riportato nuove tensioni all’interno dei gruppi armati locali affiliati all’esercito di Haftar, in particolare tra i membri del clan Dabbashi, la milizia al-Arabi e altri appartenenti al consiglio militare di Sabrata. Ma possibile che l’Italia, che tanto è preoccupata per i fenomeni migratori, prenda parte alle operazioni che porta alla liberazione dei trafficanti che ne sono responsabili? D’altronde, la stampa internazionale aveva rivelato che l’ex ministro degli Interni italiano, Marco Minniti, strinse accordi nel 2017 con la milizia al-Dabbashi, pagando milioni e milioni di euro. I dubbi che l’Italia sostenga il terrorismo in Libia, e non solo, sono alimentati dalla presenza di un ospedale da campo a Misurata, per cui lo stesso Panel of Experts delle Nazioni Unite aveva documentato violazioni dell’embargo sui numeri ufficiali forniti dalle autorità italiane, prima che l’LNA rivelasse di jihadisti curati da medici militari italiani, nonché figli, nipoti, fratelli di dipendenti di Fayez al-Serraj. L’Italia infine ha avuto un ruolo centrale negli anni passati nel finanziare le milizie armate nella capitale, rendendoli tanto forti che hanno finito per prendere ostaggio lo stesso Governo a cui erano affiliate. I cittadini di Tripoli non dimenticano le fughe di al-Serraj da porte secondarie e dalle finestre dei suoi palazzi, le corse rocambolesche ad Abu Sitta, quando si arrivò a parlare di colpo di stato. Eventi ovviamente minimizzati dall’Italia e dal cane di Roma, così venne definito al-Serraj. Fu lo stesso Fathi Pashagha a criticare l’Italia apertamente il mese scorso, accusando Roma di aver fatto da mediatore tra milizie armate di Tripoli e gli Emirati Arabi Uniti. Eppure a casa nostra qualcuno continua a sostenere queste gang.

Non crediamo che l’Italia abbia curato dei jihadisti, non vogliamo nemmeno credere che l’Italia abbia autorizzato la fuga di 400 criminali, quel che appare invece è che ci sia una sorta di accordo internazionale o di disaccordo globale, affinché nessuna delle due parti prevalga sull’altra. In passato l’abbiamo definita ipocrisia, oggi è strategia alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. La Russia schiera i caccia in Libia e gli Stati Uniti passano dalla parte del GNA, finendo per sostenere i responsabili dell’uccisione del suo ambasciatore a Bengasi l’11 settembre 2012. Poco importa se quei gruppi fomentano anche odio e proselitismo, bruciando le bandiere d’Israele e degli Stati Uniti. La Turchia schiera migliaia di mercenari e nessuno batte ciglio, anzi si evita di parlarne con nonchalance. Come disse l’ex inviato dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, in uno dei suoi ultimi briefing al Consiglio di sicurezza, ci sono attori senza scrupoli dentro e fuori la Libia che cinicamente annuiscono e fanno l’occhiolino agli sforzi per promuovere la pace e la pietà, affermando il loro sostegno alle Nazioni Unite, ma nel frattempo, continuano a raddoppiare gli sforzi per una soluzione militare, sollevando lo spettro spaventoso di un conflitto su vasta scala e oltre miseria per il popolo libico. Ecco, fateli i vostri interessi, comodamente, ma smettere di dire che lo fate per il popolo libico.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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