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Dollari, burocrazia e valori: gli USA provano a compattare il fronte occidentale contro l’espansione cinese

Il presidente americano Joe Biden ha avuto un mese di giugno caratterizzato da viaggi diplomatici nel Vecchio Continente: prima in Cornovaglia per il G7, poi a Bruxelles per il vertice NATO-UE e infine a Ginevra per il summit con Putin. Per l’occasione, gli USA hanno lanciato iniziative mirate a contenere e contrastare l’azione internazionale della Cina e della Russia. A un livello più profondo, si tratta anche di riaffermare il primato economico e valoriale dell’Occidente sul resto del pianeta. Tale necessità risiede nel fatto che oggi il mondo non è più quello uscito dagli anni ’90 del secolo scorso, quando rimaneva in piedi senza rivali l’unica superpotenza a stelle e strisce, attorniata dai fedeli alleati atlantici e asiatici, che erano al tempo stesso i Paesi più prosperi del globo. Entrambi i punti, la supremazia politica e quella socio-economica, sono oggigiorno messi intensamente in discussione.

Il mondo unipolare dominato dagli USA è avviato verso una fine non annunciata pubblicamente, ma visibile nei fatti anno dopo anno. Il mondo multipolare sta emergendo con impeto a livello economico e militare. A Washington hanno capito che è ora di fare qualcosa oltre a lanciare bombe e anatemi. Una proposta costruttiva è finalmente arrivata al termine del G7 e si chiama Build Back Better World (B3W), un piano infrastrutturale molto grande sulla carta e che rappresenta la risposta euroatlantica alla Nuova Via della Seta. Gli americani non hanno fornito molti dettagli sulla sua realizzazione: si sa solamente che entro il 2035 verranno investiti 40 miliardi di dollari per lo sviluppo delle infrastrutture di Paesi “a basso e medio reddito”. Nel frattempo, la Cina ha già portato miliardi in Africa e in Asia inaugurando nei Paesi in via di sviluppo enormi programmi infrastrutturali per ferrovie, autostrade, porti e commerci. Quella cinese è una penetrazione economica che ha l’evidente obiettivo di creare un’egemonia politica. Ma la prima pietra di inciampo del progetto B3W si trovava già sul sentiero prima ancora che venisse imboccato: è proprio l’Italia, unico Paese del G7 e dell’Europa Occidentale (oltre al Portogallo) ad avere aderito alla Nuova Via della Seta, nel 2019, sotto il primo governo Conte. E adesso che c’è Draghi al comando, come la mettiamo? L’ex Governatore della Banca d’Italia e della Banca Centrale Europea ha dichiarato nella conferenza stampa conclusiva del G7 che gli accordi con Pechino possono essere rivisti (tradotto: stracciati). Durante il summit, però, Mario Draghi è stato visto “freddo” riguardo alle proposte americane in funzione anti-cinese, ma ha poi dichiarato: sulla Cina si è scritto tanto della nostra posizionesi è parlato di divisioni ma io credo che il comunicato rifletta la posizione non nostra ma quella di tutti, in particolare rispetto alla Cina e alle altre autocrazie. E dopo il G7, Biden è andato a Bruxelles e insieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha lanciato il Trade and Tech Council (TTC): è un organismo con cui USA e UE coordineranno il loro approccio alle questioni tecnologiche e rafforzeranno i legami commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, mantenendo come base i “valori democratici condivisi”. Questo consiglio si riunirà a scadenze regolari per indirizzare la cooperazione e servirà a trattenere sotto un’unica regia euroatlantica i Paesi occidentali che guardano a oriente troppo a lungo o troppo spesso.

Per riportare all’ovile le pecorelle occidentali che si smarriscono grazie alle lusinghe di Pechino, oltre all’uso dei dollari e della burocrazia c’è lo strumento propagandistico degli slogan, con cui foraggiare l’opinione pubblica. In poche parole, il solito richiamo ai “diritti umani”. Al G7 Draghi si era allineato istantaneamente: Nessuno disputa il fatto che la Cina abbia diritto ad essere una grande economia come le altre.Quello che è stato messo in discussione sono i modi che utilizza, anche con le detenzioni coercitive. È un’autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali, non condivide la stessa visione del mondo delle democrazie. Gli USA hanno fortemente criticato le presunte violazioni dei diritti umani della Cina ai danni della sua minoranza uigura; diversi Stati occidentali avevano già introdotto sanzioni contro funzionari cinesi (ricevendone cordialmente le rispettive contro-sanzioni, vedasi il caso dell’Islanda), ma al G7 gli europei hanno inizialmente chiesto di tenere un atteggiamento “bilanciato”, che consideri la necessità di cooperazione con la Cina sulle questioni globali. Il documento finale comunque rispecchia le intenzioni di Washington e in definitiva condanna il comportamento del governo cinese: tuttavia lo scarto iniziale lascia il segno. E c’è anche la richiesta di un’indagine internazionale sulle origini del virus nel laboratorio di Wuhan (ma ne parlava già il tanto vituperato Donald Trump…), ed è lecito chiedersi quanto in fretta si arenerà una tale inchiesta, così potenzialmente dirompente e foriera di scandali per tutti i ministeri della Sanità dei Paesi occidentali.

Esistono due fattori che sollevano forti dubbi sull’efficacia e sul senso stesso della posizione occidentale al G7 contro la Cina e pure contro la Russia. Infatti, se parlando dei sette “grandi” ci si riferisce alla loro ricchezza, beh, è ovvio che l’Italia, purtroppo, non c’entra più nulla. Il 1991, anno in cui il Belpaese era la quarta potenza economica mondiale, è ormai lontano, ma nemmeno Gran Bretagna, Francia e Canada se la passano meglio. Altri Paesi sono da considerare come economie mature e relativemente prospere, ma non hanno voce in capitolo nei “club” dalla tradizione prestigiosa. Hanno così dovuto crearsi i propri: parliamo ovviamente del BRICS, ma non solo. E intanto la dedollarizzazione del commercio internazionale procede, togliendo potere agli Stati Uniti settore dopo settore. L’altro elemento “unificante” dell’Occidente che dovrebbe fare muro contro la marea cinese è il richiamo ai valori democratici. Ma anche qui, pure volendo restare lontani da polemiche sull’effettiva esistenza della democrazia nei Paesi del G7, dobbiamo rilevare come vi siano al mondo altri Stati che funzionano con un sistema pienamente democratico, i quali non si allineano alle posizioni americane oppure sono tendenzialmente ostili all’espansionismo cinese ma riconoscono la necessità del multipolarismo. Citiamo senz’altro l’India, il Sudafrica, il Messico, l’Argentina e altri meno estesi e popolosi ma non per questo aventi un piccolo peso. Insomma, il G7 (e l’Occidente in generale) non detiene più il monopolio delle ricchezze finanziarie e industriali né quello dei valori democratici. Per molti è un fatto evidente, ma per l’élite euroatlantica è un segreto scabroso da ignorare o continuare a nascondere a sé stessi.

Ed è difficile mantenere saldo un fronte di Paesi diversi quando escono fuori certi scandali… Il G7 si è riunito a meno di un mese dalla diffusione della notizia per cui tra il 2012 e il 2014 gli USA avrebbero spiato gli alleati europei, in particolare Francia e Germania, e lo avrebbero fatto sfruttando l’aiuto dell’insospettabile Danimarca. Se la Germania pudicamente non può lamentarsi troppo, avendo essa stessa messo qualche anno fa i propri servizi di intelligence a disposizione della NSA americana, questa volta è la Francia che può gridare “quelle horreur!” per voce del suo segretario di Stato per gli affari europei, Clément Beaune; quest’ultimo ha detto che se lo spionaggio di Washington ai danni dei politici europei fosse confermato, si tratterebbe di un fatto inquietante, estremamente grave, poiché “tra alleati deve esservi fiducia, un minimo di cooperazione”. Svezia e Norvegia hanno chiesto spiegazioni alla vicina Danimarca, ma non è chiaro se Copenhagen fosse al corrente dell’utilizzo illegale che i servizi americani facevano delle sue infrastrutture. Prima di partire per il suo giro diplomatico, Biden aveva fissato l’obiettivo di rafforzare le alleanze e mandare un messaggio forte a Cina e Russia: vedremo presto se il suo viaggio comincerà a dare dei frutti o se invece non cambierà la rotta che il mondo ha intrapreso verso la multipolarità.

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