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Crimini di guerra nel Donbass, ai posteri l’ardua sentenza

Dopo più di sette anni di conflitto, in Donbass non è ancora arrivata la pace. Passate le tensioni della scorsa primavera, montate mentro erano in corso le esercitazioni Defender Europe 2021 con le truppe della NATO schierate lungo quasi tutto il confine occidentale della Russia, al momento la situazione sembra abbastanza stabile. Probabilmente al governo di Kiev non interessa inasprire l’atmosfera che pesa sulla popolazione dell’est, perché siamo in vista delle celebrazioni del 24 agosto per la festa dell’indipendenza ucraino e soprattutto il 23 agosto vi sarà il primo vertice internazionale della cosiddetta “Piattaforma di Crimea”. È impossibile prevedere quale futuro avranno le Repubbliche indipendentiste di Donetsk e Luhansk, perché le loro sorti dipendono da diversi fattori esterni, ma quel che è certo è che la maggior parte dei crimini di guerra che vi sono stati commessi sarà rivelata solamente dopo molti anni e i responsabili saranno presi e giudicati una volta che sarà raggiunta la pace: così come accaduto per le atrocità perpretate durante la guerra civile in Jugoslavia negli anni ’90, per la quale alcuni soggetti hanno ricevuto una condanna da parte del Tribunale penale de L’Aia soltanto nel 2011.

La fase peggiore, probabilmente quella del 2014-2017, è stata superata, ma la Russia continua a denunciare presso l’OSCE le incongruenze nei comportamenti del governo ucraino, il quale riserva un trattamento “molto particolare” (per usare un eufemismo) a coloro che definisce suoi cittadini, i residenti della parte orientale del Paese. Le abitazioni nei sobborghi di Donetsk e Luhansk vengono danneggiate dai bombardamenti, i civili rimangono feriti e uccisi da proiettili e granate sparate dai militari ucraini. La vita normale non è più un fatto garantito, quando l’elettricità viene improvvisamente meno a causa dei bombardamenti, come lo scorso 23 aprile nel paese di Staromyhailivka, colpito da artiglierie di un tipo vietato dagli accordi di Minsk. Nel suo appello all’OSCE del 28 aprile scorso, la delegazione russa ha chiesto alla comunità internazionale di fare pressioni su Kiev affinché ponga fine il prima possibile alla guerra contro il suo stesso popolo. Denuncia inoltre l’atteggiamento dei “colleghi occidentali”, i quali continuano a chiudere un occhio sui crimini di guerra delle forze di sicurezza ucraine e assecondano il governo ucraino nel mantenere vivo il mito della ‘aggressione russa’ contro l’Ucraina. La denuncia russa all’OSCE prosegue riportando l’esempio dei lanciagranate utilizzati dalle forze ucraine nel Donbass, armi progettate per colpire bersagli umani. Alcuni Stati occidentali, quelli che patrocinano la causa ucraina, forniscono addestramento ed equipaggiamento ai militari di Kiev, dando loro una copertura di fatto per i crimini che in seguito commetteranno e condividendone così la responsabilità. Lo scorso aprile il Senato degli Stati Uniti ha approvato lo “Ukraine Security Partnership Act of 2021” (Legge sul partenariato di sicurezza con l’Ucraina), nel quale si dice esplicitamente che gli USA si possono impegnare per aiutare Kiev a reagire alla crisi umanitaria causata “dall’invasione russa dell’Ucraina”, e soprattutto garantiranno a quest’ultima addestramento delle sue truppe e il credito per acquistare armi. E a proposito di armi: in questa legge si parla della fornitura a Kiev di “armi difensive letali”.

E così come per il conflitto nella ex Jugoslavia, il ruolo della stampa occidentale è altamente significativo nell’evidenziare od occultare certi fatti rispetto ad altri. Sempre nella recente denuncia russa all’OSCE, si cita un reportage della rete americana CNN che descrive come di origine russa l’attrezzatura militare inquadrata mentre viaggiava su un convoglio ferroviario, mentre la stessa legge americana certifica la costante fornitura di armi a stelle e strisce data da Kiev. C’è poi da segnalare il caso, l’ennesimo, di giornalista ucciso mentre svolgeva il suo lavoro sul campo. Andrea Rocchelli venne falciato da un mortaio a Sloviansk nel 2014, insieme a un collega russo, ma il suo presunto assassino è stato assolto in secondo grado soltanto lo scorso novembre. La sentenza di appello ha fatto discutere perché ha completamente ribaltato il primo grado, che aveva condannato a 24 anni di carcere Vitaly Markiv, ucraino con passaporto italiano e membro della Guardia nazionale ucraina. Nella sentenza di primo grado si stabiliva che non si possono attribuire genericamente alla guerra le responsabilità per l’uccisione dei giornalisti, spesso testimoni scomodi, ignorando crimini di guerra e responsabilità personali. In secondo grado, però, Markiv ne è uscito completamente pulito, assolto per non aver commesso il fatto. Dopo la sentenza di primo grado, il governo ucraino aveva fatto pressioni sulla magistratura italiana, e persino dopo la sentenza finale la famiglia del giornalista Rocchelli ha ricevuto minacce via social.

Alle denunce russe l’Occidente ha risposto con una risoluzione di condanna da parte dell’Europarlamento. L’atto, votato a larghissima maggioranza, non ha valore giuridico vincolante, ma esprime con chiarezza la volontà europea di addossare qualunque colpa alla Russia per quanto riguarda la crisi umanitaria nel Donbass. L’aggressore è la Russia e paga pegno per tutti: la UE sta dalla parte dell’Ucraina, invita Mosca a restituire i territori sottratti a Kiev e avverte che gli ufficiali russi le cui azioni o inazioni hanno reso possibile o hanno avuto come risultato dei crimini di guerra in Ucraina saranno portati dinanzi alla giustizia internazionale. D’altro canto, anche da parte russa sembra vengano usate armi proibite: nel luglio dello scorso anno i separatisti usarono sistemi di artiglieria da 152 mm e 122 mm, mortai da 120 mm e 82 mm, banditi dagli accordi di Minsk. Violazioni a questi accordi sono spesso attribuite ai filo-russi, che sparano persino sui medici che espongono la croce rossa. Nel 2020 Dmytro Volovnykiv, vice ambasciatore ucraino in Italia, aveva denunciato un crimine: i combattenti filo-russi, sia locali che volontari provenienti dalla Russia e soprattutto comandati dagli ufficiali della Federazione Russa, hanno sparato su un gruppo di salvataggio coordinato con l’OSCE per evacuare un soldato ucraino deceduto in combattimento e hanno ucciso uno dei medici, che portava l’elmetto bianco che contraddistingue le missioni sanitarie. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha descritto questa uccisione come giuridicamente configurante un crimine di guerra, e Volovykiv lo ha definito da un punto di vista morale come un “gesto barbarico”. Poi vi è un esempio di crimine di guerra attribuito alla Russia poco sanguinario ma molto subdolo: consiste nell’alterazione socio-culturale della Crimea, territorio annesso illegalmente, effettuata dalla potenza occupante (appunto la Russia) mediante il trasferimento di popolazione, come scritto nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale. Più cittadini russi si stabiliscono in Crimea, più la loro presenza potrebbe diventare maggioritaria, affievolendo così le possibilità di rivendicazione avanzate da Kiev.

Partendo dal presupposto che in guerra tutte le parti in causa finiscono per macchiarsi di crimini o di azioni inaccettabili, la situazione nell’Ucraina orientale è complicata dalla presenza di mercenari stranieri che combattono per entrambe le fazioni. Ed è facile che il “lavoro sporco” risultante in crimini di guerra venga fatto fare proprio a costoro. Lo scorso maggio nel corso dell’operazione “Ivan”, i carabinieri del ROS hanno arrestato un ventottenne di Messina con l’accusa di essere un “combattente illegittimo”, ossia un mercenario, che operava già dal 2016 al fianco dei separatisti filo-russi nel Donbass. Era stato reclutato da una struttura organizzata e dotata di finanziamenti per stipendiare i mercenari contro l’esercito regolare ucraino. Un altro italiano su cui pende un mandato d’arresto europeo è il livornese Andrea Palmeri, noto come “il generalissimo”, che arruola mercenari a scopo terroristico ed eversivo.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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