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Covid-19, Censis e Confcooperative: a rischio il 20% delle imprese. Bisogna immediatamente “avviare i respiratori”, basta burocrazia

Garantire liquidità immediata alle imprese, saldare i debiti della Pa, solidarietà dall’Europa attraverso la concessione degli Eurobond. Solo così si eviterà la catastrofe economica e la fine del sogno chiamato Europa. E’ in gioco il destino di un milione di imprese. E’ la terapia consigliata dal presidente di Confcooperative Maurizio Gardini e messa nero su bianco a commento del Focus, realizzato in collaborazione col Censis, “Lo shock epocale: imprese e lavoro alla prova della “lockdown economy”, che analizza lo stato dell’economia valutando una chiusura delle attività fino a maggio 2020, con un ritorno alla normalità entro i due mesi successivi.

Secondo le stime dell’Istituto di ricerca socio-economica italiano e l’associazione delle cooperative, occorreranno due anni prima di poter ritornare ai livelli di Pil e di crescita stimata fino allo scorso gennaio. «In condizioni di urgenza straordinaria il sistema necessita di misure straordinarie – spiega Gardini – coraggiose e soprattutto veloci che consentano di non spegnere i motori, altrimenti rischiamo, quando sarà passata l’emergenza, di lasciare sul tappeto un milione di imprese». Il numero uno di Confcooperative guarda il bicchiere mezzo pieno, condividendo le misure di stanziamento sociale adottate dal governo.

 «Le giuste misure di contenimento del coronarivus non hanno bloccato l’intera economia – argomenta-. Poco più della metà delle imprese e dei suoi lavoratori non si sono fermati. In qualche modo la fase 2 parte da qui, ma va alimentata con coraggio e decisione. Vanno tenuti accesi i motori del sistema imprenditoriale per consentire la ripartenza appena sarà possibile e cercare il rimbalzo necessario per il nostro Pil. In caso contrario rischiamo di uscire da questo lockdown lasciando sul tappeto almeno il 20 per cento delle imprese, con conseguenze indescrivibili in termini di fatturato, occupazione e tenuta sociale del Paese».

La dimensione economica del “lockdown”, da quanto emerge dal documento del Censis e di Confcooperative su elaborazioni dati Istat, è pari a 1.321 miliardi di euro, che corrisponde al 42,4 per cento del totale del fatturato dell’Industria e dei Servizi che complessivamente ammonta ad oltre 3.115 miliardi di euro. Su un totale di 4 mln 776 mila imprese, che impiegano quasi 12 milioni di persone e danno lavoro a più di 16 milioni di addetti, hanno interrotto le attività 2mln 301mila 257 aziende, con oltre 12mln fra addetti e dipendenti che hanno incrociato le mani. I provvedimenti di sospensione hanno avuto una maggiore incidenza, in termini di addetti, nel comparto dell’industria in senso stretto (con il 62,2% degli addetti dipendenti e indipendenti sospesi) e a seguire le costruzioni (58,6% dei sospesi su 1,3 milioni di addetti) e, infine, nei servizi (35,8% su 11,4 milioni di addetti). Numeri che fanno tremare le vene e i polsi. La variabile tempo, vale a dire la durata dello stato di sospensione, assume valenza fondamentale per meglio comprendere le conseguenze su un sistema economico e sociale sottoposto a uno “stress test” che nessuna recessione nel passato aveva mai fatto sperimentare.

Nel quadro generale di questa economia di nuovo conio, la “lockdown economy”, con la quale il nostro Paese e il resto del mondo dovrà fare i conti per un periodo non ancora definito, il motore produttivo lavora a circa il 60 per cento del proprio potenziale, innescando una catena degli effetti dirompente in termini di reddito, domanda interna e di sostenibilità economica. Il sistema Italia arriva a misurarsi con lo tsunami Covid19, ereditando un quadro di stagnazione economica ventennale.

«Posta l’emergenza sanitaria abbiamo due fronti su cui lavorare – chiarisce ancora Gardini – quello europeo e quello italiano. Partiamo da casa nostra, il tema prioritario è il credito. Occorrono meccanismi che garantiscano liquidità immediata a tutte le imprese che, dalle più piccole alle più grandi, sono in difficoltà. Per l’export, ad esempio, è a rischio un valore di 280 miliardi pari al 65,8 per cento del valore complessivo. Ecco perché le misure del governo devono consentire alle banche di essere immediatamente operative con istruttorie con tempi record, degne dei periodi di emergenza, superando il cronico problema della burocrazia che rallenta ogni processo».

Burocrazia e coronavirus innescheranno la tempesta perfetta. E intanto i ripetuti appelli di Conte ad un’Europa solidale, continuano ad incontrare il nicht dei Paesi del nord, con Olanda e Germania in testa. La cancelliera Angela Merkel avrebbe ribadito il parere contrario ai coronabond, pensando a diversi modi di dimostrare solidarietà in questa crisi. Forse sarebbe il caso di attivare immediatamente dei respiratori, perché l’economia italiana rischia l’asfissia.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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