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Coronavirus, nel Medioriente sale il numero di positivi: ora sono quasi 36mila

Nei diciassette Paesi che compongono la geografia del Medio Oriente, il numero di positivi al Coronavirus oggi ha raggiunto quota 35.896, pari allo 0,008 per cento del totale della popolazione, che ammonta a 395mln 677mila 756 abitanti. E’ del tutto evidente che il numero, in continuo aggiornamento e rilevato attraverso la rielaborazione degli ultimi dati del Johns Hopkins Center for Systems Science and Engineering, non è elevatissimo, neanche se messo al confronto col totale dei casi accertati nel mondo, 436.159. In pratica l’ 8,2 per cento. Una percentuale che però fa riflettere, soprattutto se si considera che in alcuni di quei Paesi, lacerati da anni di ostilità e che tuttora vivono il dramma della guerra, la possibilità di effettuare test e tamponi al fine di verificare la diffusione del virus è quasi inesistente. E’ il caso della Siria dove, secondo le stime ufficiali, sarebbero solo cinque i positivi accertati nel territorio in cui vivono assembrati in tende e alloggi di fortuna oltre 2 milioni di sfollati interni. Eppure riferisce da al Qamishli Robin Fleming, del Rojava information center (Ric)

«la presenza nel suolo siriano di truppe iraniane schierate a Shebha, Deir-ez-Zor e in alcune zone della stessa Al Qamishli fa ritenere sia molto probabile il rischio trasmissione anche qui ad Al Qamishli».

Una preoccupazione motivata dal fatto che nel regime degli ayatollah, stando ai dati del Johns Hopkins Center, le persone positive sarebbero 27.017, mentre i decessi sarebbero saliti a 2.077. In più, le milizie turche allineate sia al confine sia nelle aree del cantone di Afrin, fanno aumentare la paura del contagio. Non a caso la Turchia sarebbe il quarto Stato mediorientale, dopo Iran e Israele (con 2.170 casi accertati), col più alto numero di persone colpite dal virus (1.872). «I siriani sono fortemente vulnerabili al coronavirus – segnala l’inviato speciale per la Siria delle Nazioni Unite Geir Pedersen – le strutture sanitarie sono state distrutte, scarseggiano le attrezzature mediche e gli operatori sanitari.  Gli sfollati interni e i rifugiati vivono in condizioni particolarmente pericolose. Ho reali preoccupazioni per l’impatto sulle donne – aggiunge – che sono già in prima linea negli attuali sistemi di sostegno alla salute e alla comunità». A Idlib la situazione è molto grave, ancora Fleming ricorda che «analogamente alle aree comprese nella regione autonoma del Rojava, nel nord-ovest vi sono grandi concentrazioni di profughi interni che vivono nei campi e di conseguenza le malattie possono diffondersi molto rapidamente. Hanno anche dovuto affrontare i bombardamenti dei loro ospedali da parte del regime e dell’aeronautica russa, il che limita la possibilità di offrire cure in questa fase delicata. Beneficiano, tuttavia, del fatto che possono ancora accedere agli aiuti transfrontalieri da parte dell’Onu, a differenza della Siria settentrionale e orientale. Per fare un esempio – prosegue –  hanno ricevuto una macchina per test Pcr (Polymerase Chain Reaction), cosa che non è avvenuta a Nord e nella parte orientale. L’unico strumento che avevamo per effettuare i test, è stato messo fuori uso lo scorso anno, durante l’invasione di Ankara, quando è stato attaccato l’ospedale di Sere Kaniye. Di recente a Manbij alcune persone molto malate sono state portate al confine controllato dalle forze turche e rispedite tra i rifugiati nel territorio del Rojava; ora sono ricoverate nell’ ospedale a Manbij e uno di loro è morto. Manifestano sintomi influenzali – conclude Fleming – che possono essere legati al coronavirus, ma non c’è modo di testarlo e confermarlo.

In Yemen, dove ufficialmente non vi sono persone contagiate, la guerra fra ribelli Huthi e coalizione saudita dura ormai da cinque anni, con bombardamenti pesantissimi dei quali fanno le spese soprattutto donne e bambini. Sono oltre 100 mila le vittime totali, «mentre più di 4 milioni di sfollati interni – denuncia l’Oxfam – sopravvivono in alloggi di fortuna o nei villaggi, dove la popolazione locale ha offerto loro un riparo.

I dati dell’Oms e dei suoi partner, parlano di oltre 142 attacchi su ospedali e strutture sanitarie». Il che vuol dire che una eventuale pandemia di Covid 19 in quel territorio devastato anche da carestia e colera, con 56 mila persone contagiate e oltre 2,2 milioni dal 2017, sarebbe una vera catastrofe. Ed è per questo che l’Oms ha da poco attivato un numero verde per informare la popolazione yemenita sull’emergenza, predisponendosi a mandare aiuti immediati. Un contesto umanitario non dissimile da quello siriano, anzi fin troppo vicini nel comune destino di fronteggiare i danni creati dall’uomo.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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