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Conferenza di Glasgow: cooperazione o competizione?

Due esperti russi riflettono sui contenuti della prossima conferenza di Glasgow sul clima, in particolare sulla posizione della Federazione Russa e sulle sue prospettive nella transizione ecologica: Vyacheslav Egorov, consigliere IAMP (Istituto per i problemi internazionali attuali) dell’Accademia diplomatica del Ministero degli Esteri russo, e Oleg Karpovich, vicerettore dell’Accademia diplomatica del Ministero degli Esteri russo.

Ai primi di novembre si terrà a Glasgow la prossima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (la prima si tenne nel 1992), la cui prima fase si svolgerà a livello di leader dei Paesi partecipanti della Convenzione. L’attenzione della comunità internazionale verso il forum è estremamente alta e sono presenti anche fattori di nervosismo e di intrigo politico, non soltanto per via dei rappresentanti di alto rango attesi alla Conferenza, ma anche il fatto stesso che la Convenzione quadro costituisce in pratica un documento fondante che determinerà il contenuto della “questione climatica” e del formato multilaterale per i negoziati sulla sua risoluzione. Il centro politico dell’interesse mondiale verso la conferenza di Glasgow è legato proprio alle aspettative e alle previsioni sul dubbio se il forum apporterà delle correzioni all’agenda climatica internazionale, che fino ad oggi forma una strategia dei Paesi industrializzati serissima e al tempo stesso ambigua.

Foto - Alcuni scorci della Mosca 'green'

Foto – Alcuni scorci della Mosca ‘green’

In effetti, da parte degli USA, dei Stati europei, della Cina, dell’India e di una serie di altri Paesi sono stati finora annunciati degli obiettivi estremamente ambiziosi e di lungo periodo nell’ambito della lotta ai cambiamenti climatici, soprattutto quelli provocati dall’influenza antropogenica industriale sulla natura e dalle emissioni di carbonio nell’atmosfera. Sono venute fuori strategie nazionali e regionali (come ad esempio quelle dell’Unione Europea) calcolate per gli anni 2030-2070 per contrastare quegli effetti. E al tempo stesso hanno presentato non solo un rafforzamento radicale delle misure a difesa dell’ecologia, ma anche la prospettiva di una “transizione energetica globale”, che consiste di fatto in una contrazione dell’utilizzo industriale degli idrocarburi e di conseguenza in una riformulazione della struttura dell’economia. In alcuni Paesi vengono lanciati o aggiornati progetti di sviluppo economico sulla base delle fonti alternative di energia: in Russia, ad esempio, è stata promossa l’idea di creare un settore energetico dedicato solo all’idrogeno. Vi sono determinate politiche che includono elementi come misure in grado di influire notevolmente sui volumi e sulle tipologie di prodotti scambiati nelle relazioni economico-commerciali internazionali. Al centro dell’attenzione generale in questo momento vi è la decisione della UE di introdurre la cosiddetta carbon tax sui prodotti esportati in Europa dai partner esterni. A livello di Stati nazionali, detiene un carattere letteralmente esplosivo l’elaborazione delle strategie aziendali nella sfera della lotta contro i cambiamenti climatici e della difesa dell’ecologia. L’attuale grave problema consiste però nel fatto che tutte queste strategie nazionali e regionali, pur incanalate nella medesima tendenza, non sono sincronizzate nella misura dovuta. Ne è un esempio la stessa decisione dell’UE sulla carbon tax, modello di iniziativa autonoma regionale. Sorge da qui la domanda se i Paesi partecipanti della Convenzione quadro dell’ONU vorranno e potranno procedere tutti con la medesima velocità e nello stesso corso sostanziale nel tema della lotta al riscaldamento del clima e alle emissioni carboniche. Inoltre, gli ultimi sviluppi degli eventi sul mercato mondiale del petrolio e del gas, che si sono estrinsecati nella crisi del gas in Europa, costringono a dubitare se siano giustificati gli obiettivi dichiarati da singoli Paesi e da organizzazioni economiche regionali e le tappe del percorso verso l’energetica green e la riduzione drastica dei consumi di idrocarburi nel loro complesso. La conseguenza pratica di tale situazione può essere soltanto lo scollamento ulteriore tra le strategie nazionali e regionali di lotta al riscaldamento antropogenico del clima e di difesa dell’ecologia.

Negli ultimi mesi, la posizione della Federazione Russa rispetto al problema delle emissioni di CO2 è divenuta sensibilmente più attiva. È stato reso molto più forte l’accento sulla partecipazione del Paese alla tendenza mondiale generale della lotta “all’impronta carbonica” e sulla preparazione dell’economia nazionale alla cosiddetta “transizione ecologica”. Il presidente russo V.V. Putin ha nominato questi obiettivi nel novero delle priorità nel suo messaggio all’Assemblea generale della Federazione Russa nell’aprile di quest’anno. In ottemperanza a quanto sopra, il Ministero dello Sviluppo Economico russo ha presentato a luglio il progetto di una rinnovata strategia nazionale di sviluppo a basse emissioni di carbonio fino al 2050. E proprio a luglio è stata approvata la nuova legge federale “Sulle limitazioni alle emissioni di gas serra”, che ha come obiettivo la creazione di un sistema nazionale di gestione delle emissioni. Ad agosto il governo russo ha annunciato l’intenzione di dare vita a gruppi di lavoro interministeriali (il cui curatore sarà il primo vicepremier A.R. Belousov) per l’adattamento dei settori dell’economia russa alla transizione globale. Il Ministero per lo Sviluppo Economico ha proposto già fino al 1° gennaio 2022 di iniziare l’accreditamento delle organizzazioni russe che sono pronte ad assumersi la funzione di audit delle emissioni di carbonio sul territorio della Federazione Russa. A livello di Unione Economica Eurasiatica, durante la seduta del Consiglio intergovernativo di agosto, la Russia ha appoggiato la proposta di inserire l’argomento del clima nell’elenco delle priorità della UEE. Al Ministero degli Esteri sono così cominciate le prime consultazioni con i vertici dell’Unione Europea sul tema della “transizione ecologica” e sulle sue conseguenze per i rapporti economico-commerciali bilaterali tra Russia e UE. Nella comunità russa degli esperti si è notato un rapido aumento del lavoro di “interpretazione” del fenomeno green. In Russia viene organizzata tutta una serie di grandi tavole rotonde con la partecipazione di rappresentanti delle più importanti strutture accademiche e dei ministeri stessi. In un tale contesto, per la Federazione Russa viene ad accrescersi grandemente l’importanza del fattore dei negoziati internazionali, che punta a determinare i parametri di controllo della transizione ecologica globale.

E sta aumentando l’aggressività dei Paesi occidentali (Stati Uniti ed Europa) nelle questioni relative all’agenda climatica globale. La Russia, intanto, si è trovata al centro della pressione politica ed economica da parte dell’Occidente, che ha come fine lo spingere la Federazione Russa a una riduzione a picco e nel breve termine del consumo di idrocarburi. Il sistema occidentale di contingentamento delle emissioni minaccia gravemente di perdite per miliardi le esportazioni russe di materie prime. Al tempo stesso è evidente il corso occidentale nella conservazione della propria leadership tecnologica nell’agenda climatica e della superiorità monopolistica nell’implementazione delle tecnologie avanzate e dell’economia green. Per la Russia diviene così necessario mantenere una posizione internazionale attiva nella conferenza di Glasgow ed è importante ottenere che vengano precisate le caratteristiche specifiche del suo contributo nella lotta climatica, in particolare le possibilità delle foreste russe di assorbire l’acido carbonico. Inoltee la Federazione Russa può agevolare l’avviamento di un’efficace interazione sulle piattaforme internazionali allo scopo di cooperare con un formato più ampio nel monitorare l’intero spettro delle emissioni nocive. Nella cornice del processo di negoziazione multilaterale, vale la pena formare un campo coerente di interessi insieme agli altri grandi fornitori di idrocarburi, ad esempio gli Stati dell’OPEC, la Cina e una serie di altri Paesi, con la finalità di determinare congiuntamente alla UE un approccio più equo alla lotta contro le emissioni, considerando anche le strutture delle economie dei fornitori di materie prime. Il business verde rappresenta per la Russia una sfida importante, foriera di grossi rischi, ma che apre anche nuove prospettive per lo sviluppo dell’economia nella direzione delle tecnologie innovative e per un rinnovamento dei rapporti con l’Unione Europea. In queste contraddittorie circostanze internazionali, effettivamente molto andrà a dipendere dal forum di Glasgow. La questione più pressante è se si potrà o meno al termine della conferenza sperare nella definizione di una tale comune piattaforma mondiale che permetterebbe di predeterminare il carattere di consensualità dell’ulteriore sviluppo e della realizzazione dell’agenda climatica internazionale.  

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